J.P. Rossano

Il sito ufficiale dell’autore del thriller “L’ultima stoccata”

"J.P. Rossano e la Scherma"

Cosa mi piace di questo sport? Tutto.
La scherma è bella e terribile, come la vita. Perché quando sali in pedana sei solo, come in tutti i momenti cruciali della vita. Attorno può esserci un sacco di gente, ma, di fatto, sei solo. E poi, in realtà, non affronti l’avversario, affronti te stesso, te stesso e tutti i fantasmi che affollano la tua mente e la tua coscienza.
La scherma è rissa, finzione, imbrogli, machismo, mito dei gladiatori, dei galli e dei segaioli.
La scherma è rappresentazione teatrale della vita, come, al tempo medesimo, la vita è un lungo, estenuante, assalto di scherma, nel quale tutti si cimentano… …e da cui i più ne escono sconfitti.

News

31.05.2007 | Categoria: Rassegna stampa

Concorso Letterario CENTORIGHE 2007 III Edizione

Venerdì 25 maggio 2007, dalle ore 17, presso il Caffè Storico Letterario LE GIUBBE ROSSE (piazza della Repubblica) si è svolta la premiazione della terza edizione del premio letterario organizzato dal C.R.A.L: Centorighe 2007 dedicato quest’anno a Vasco Pratolini.
La Giuria presieduta da Alfredo Allegri ha reso noto la graduatoria dei 10 finalisti.
1. Lentini Domenico (Nel blu)
2 - Chimenti Tommaso (La camicia nera)
3 - Giordano Antonio (U’Miricanu - Lavandaie)
3 - Capitani Panzera Cesare (Il frate della pietraia)
5 - Rivetti Giulio (Un amico)
6 - Managò Marco (La guerra della parola)
7 - Daniele Locchi - (Monochrome)
8 - Arecchi Alberto (La chiesa e il parcheggio)
9 – JP Rossano (La finale)
Una finale olimpica è lo scenario di questo racconto.
Stoccate e riflessioni si intrecciano dando vita ad un doppio binario interpretativo. L’oggi e il domani si combattono.
10 - Muscas Mauro (Una vita migliore)

28.05.2007 | Categoria: Blog

Umberto Eco ed il “giallo”

Leggendo recentemente uno scritto di Simone Sarasso (l’autore di “Confine di Stato”, che approfitto per salutare e ringraziare), a proposito de “Il pendolo di Foucault”, mi sono venute in mente alcune riflessioni in merito al rapporto tra alcuni romanzi di Umbro Eco e la letteratura gialla che riporto qui di seguito.
Scrive Simone a proposito del Pendolo: “Esistono due categorie di lettori del romanzo di Eco: quelli che non riuscivano a smettere di leggerlo e quelli che non sono riusciti a finirlo.
I secondi, se interpellati a proposito, rispondono con la frase : “È troppo difficile…”.
Degli appartenenti alla prima specie ne ho conosciuti ben pochi”.
A tal proposito mi permetto di aggiungere che anche per quanto riguarda “Il nome della rosa” (ma forse per tutti i romanzi di Eco), si potrebbe tranquillamente suddividere i lettori in queste due categorie. E tra i romanzi di Eco, proprio questi due, sono quelli che appartengono, almeno in qualche modo, alla categoria dei “gialli” o quantomeno dei romanzi di investigazione.
A voler esagerare, nel genere dei romanzi di investigazione potrebbe entrare veramente un po’ di tutto. I romanzi polizieschi e quelli di investigazione in generale, rappresentano storie di congettura, allo stato puro ed ai lettori, solitamente, piacciono i gialli e le investigazioni non tanto perché ci siano i morti ammazzati, ma perché seguendo le congetture, alla fine si celebra il trionfo dell’ordine (sociale, legale e morale) sul disordine. Però poi, guardando con maggiore attenzione, scopriamo che anche una diagnosi medica, una ricerca scientifica, un’interrogazione di tipo filosofico sono casi di congettura, ovvero di indagine. Insomma per farla breve anche nella medicina, come nella psicoanalisi, o nella filosofia, la domanda fondamentale pare essere la medesima del romanzo poliziesco, ovvero: di chi è la colpa? E la soluzione a questo interrogativo si trova, solitamente, seguendo delle congetture e presupponendo che i fatti abbiano una logica, solitamente imposta dal colpevole che si sta ricercando. Ma stiamo uscendo dal seminato e torniamo pertanto alle “presunte” connessioni tra i romanzi di Eco e la letteratura di genere giallo.

“Il nome dalla rosa”, come tutti certamente sapranno, narra delle vicende legate alle investigazioni svolte da un monaco – scienziato (Guglielmo da Baskerville), che si viene a trovare in un convento dell’Italia del nord alla fine del 1327, nel periodo dell’eresia di Fra Dolcino, del trasferimento del papato da Roma ad Avignone e della discesa in Italia dell’imperatore Ludovico.
Nel convento si susseguono una serie di morti terribili e misteriose, collegate con la scomparsa di un libro dalla biblioteca – labirinto dell’abbazia ed intrecciate con la scoperta che tra le mura si nascondono alcuni ex appartenenti ai gruppi eretici dolciniani.
Le vicende sono narrate, parecchi anni dopo lo svolgimento dei fatti, da un novizio che si trovava in compagnia di Guglielmo, Adso da Melk, che passa attraverso gli avvenimenti, li registra con la fedeltà fotografica di un adolescente, ma non li capisce e non li capirà neppure da vecchio, tanto da scegliere una fuga nel nulla divino al contrario di quello che gli aveva insegnato il suo maestro Guglielmo.
Eco è abile ad ingannare l’ingenuo lettore, il libro comincia come se fosse un giallo e pure prosegue come se fosse un giallo, propina un Grand Gugnol di sangue, di morti ammazzati, di misteri, di libri che nascondo chissà quali segreti. Ma intanto fa leggere al lettore anche storia, arte, latino, teologia e trascina lo “sventurato” che si è incaponito nella lettura sino alla fine del romanzo per scoprire che si tratta di un giallo dove si scopre ben poco ed il detective, in realtà, alla fine viene sconfitto.
L’impressione finale è che l’autore abbia voluto provare a scrivere una storia poliziesca che non fosse ancora stata scritta, ovvero quella non c’è nulla da scoprire perché il vero colpevole, non sta nelle trame del romanzo, ma nella mente del lettore. Ovvero nessuno è innocente, i veri colpevoli siamo noi. A chi scrive piacque pensare, quando lesse Il nome della rosa, che l’autore volesse, tra le altre cose, suggerire un modo differente di guardare al passato, alla storia. Non più accettarla in modo passivo e neppure distruggerla, come spesso sino ad allora era stato fatto, ma rivisitarla, con ironia, andando più a fondo, per capire meglio cosa fosse successo realmente e perché.
Il tema della rilettura storia ne “Il pendolo di Foucault” è ancora più forte. I fatti si svolgono tra il 1972 ed il 1984. Il periodo è quello degli ultimi strascichi di contestazioni studentesche, ove gli striscioni e gli slogan stanno per essere sostituiti dalle pistole. Ma è anche il periodo in cui, nel mondo editoriale, nasce l’interesse per quella che si potrebbe definire “Sapienza Alternativa”.
Si tratta di tutto quel filone di nozioni che va dal mito di Ermete Trismegisto agli alchimisti, passando dalle piramidi di Giza, dalla Cabala ebraica e da molto altro. Tutto strettamente interconnesso. Tutto valido e credibile, purché dica il contrario di quello che sta scritto nei libri di storia. Se oggi le librerie di largo consumo hanno una sezione dedicata alla New Age od all’esoterismo, lo devono quel periodo. Lo stesso fortunatissimo “Codice da Vinci” ha saccheggiato a piene mani tra alcune delle leggende, provenienti dai secoli precedenti, mille volte tornate in auge e citate nella narrazione del Pendolo medesimo. Il romanzo racconta della reazione di tre intellettuali di fronte a questa invasione editoriale. Costretti a visionare centinaia di testi con opinioni desuete su fatti storici (dal mito dei Templari all’alchimia alla storia della Confraternita Rosa-Croce) per conto della casa editrice in cui lavorano, i protagonisti decidono, animati da ironico snobismo, di giocare a riscrivere la storia del mondo usando il materiale a loro disposizione.
“Se questa gente sostiene che la verità non sta sui libri di storia, allora facciamo sì che abbiano ragione”. Tutti. Basta connettere le nuove informazioni in una sorta di atlante alternativo della Sapienza, ove alla base sta un complotto cosmico.
Ma il gioco diventerà ben presto più grande di loro, e finirà per fagocitarli, facendo loro perdere ciò che fino a quel momento li aveva preservati: lo spirito critico.
Per cinquecento pagine si assiste alla costruzione del “Piano” (il complotto cosmico), e ci si perde nella marea di elucubrazioni storico - filosofiche sulla Verità ultima. Ed è qui che il lettore della categoria numero due, che citavamo all’inizio, molla il colpo. Smette.
Se fosse arrivato in fondo, sarebbe stato premiato: alla fine è tutto fasullo. Non è vero nulla. Non esiste un piano, non esiste un complotto, non esiste un colpevole, o dei colpevoli, non era vero nulla; il segreto è vuoto. Oppure se vogliamo provare a dare la medesima interpretazione che abbiamo azzardato per Il nome della rosa, il vero colpevole, non sta nelle trame del romanzo, ma nella mente del lettore.
L’autore ci ha abilmente imbrogliati, facendoci credere di avere scritto un giallo, od un romanzo di indagine, ma questo non è vero, perché non c’era nulla da scoprire e lo si sapeva già dall’inizio; ma dopo centinaia di pagine i protagonisti (insieme al lettore) sembrano essersene dimenticati, ed hanno finito per credere al gioco che avevano inventato.
Coloro che il libro hanno finito di leggerlo (categoria numero uno), hanno a questo punto due alternative: andare a dormire rasserenati dalla morale della favola (è stato un brutto sogno. Ora son desto) o restare svegli a controllare quanto il sogno avesse di reale, sbirciando sotto al letto della Ragione a caccia di mostri.
Simone Sarasso sostiene, nello scritto che ha dato lo spunto a questa riflessione, che la “religione del Pendolo”, ha formato una generazione di nuovi scrittori e che il risultato paradossale è stato un rinnovato interesse per la Storia, quella vera. Cercando di verificare le affabulazioni si è finito per saperne di più sulla Verità dei libri di storia. E a quel punto sì che si poteva inventare. Si sono riempiti i vuoti con la storia dei singoli. Si è raccontata la Storia dal punto di vista dei protagonisti (marginali e non). Questa è stata una soluzione, ma ve ne sono tante altre (De Cataldo suggerisce Simone, e più recentemente Saviano si permette di aggiungere il sottoscritto). Il fulcro del discorso è che i lettori del Pendolo hanno deciso di portare avanti il Racconto, cambiando strada, evolvendosi, ma non smettendo di immaginare.

27.05.2007 | Categoria: Presentazioni

JP Rossano sul sito “La linea scritta”

JP Rossano e L’ultima stoccata presentati dal sito “La linea scritta”.

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16.05.2007 | Categoria: Blog

Il “giallo” della differenza tra noir e giallo

Discorrendo amenamente con alcuni lettori nel corso della recentissimo Salone del Libro di Torino, sono venuto alla conclusione che sia largamente diffusa una qual certa confusione tra il genere giallo e quello noir. Ora, poiché mi riconosco più tra gli appassionati del secondo, per non dire tra gli scrittori perché mi parrebbe di usare impropriamente il titolo; ci terrei a fare un po’ di chiarezza, o quantomeno a provarci.
Per farlo possiamo provare ad identificare quelli che sono sia i punti in comune, sia i tratti distintivi tra il noir vero e proprio ed i suoi parenti (più o meno prossimi): il giallo, il poliziesco ed il thriller.
I fattori comuni sono estremamente semplici da identificare. Siamo sempre alle prese con dei crimini, più o meno violenti, o con intrighi politici, sempre ci sono delle trame da svolgere, dei misteri da svelare, dei moventi e dei colpevoli da scoprire. Sempre, o quasi, i protagonisti sono personaggi legati alla legge in modo più o meno diretto (poliziotti, “investigatori” privati, avvocati, agenti segreti e via dicendo).
Ognuno di questi elementi può essere ritrovato in un romanzo giallo classico, in un poliziesco duro all’americana (hard boiler) od in un thriller, così come in un noir.
Ma ciò che accomuna i generi (il crimine, i personaggi), non basta a ricondurre questa narrativa in un unico alveo. Anzi, sovente, ciò che li avvicina sono in verità le medesime cose che li separano.
Nei gialli tradizionali, ed anche nel poliziesco e nella spy story seppur con dinamiche a tratti differenti, è l’indagine a svolgere il ruolo di fulcro dell’azione e della narrazione. Si tratta di analizzare, investigare, ricostruire i fatti, allineare dei tasselli secondo logiche riconoscibili e spiegabili, per arrivare, al termine alla verità ed usualmente al trionfo della giustizia.
In pratica, tutto si basa sulla chiarificazione di un enigma che prelude alla vittoria dei “buoni” ed alla conseguente sconfitta e punizione dei “cattivi”.
In tutto questo processo il fatto umano e psicologico ha una parte, spesso fondamentale, ma è comunque solo una parte di un meccanismo razionale. Questo cerca il lettore del “giallo” (trama, intreccio ingegnoso, matassa da dipanare) e questo puntualmente gli propone l’autore, in modo più o meno brillante in funzione delle sue capacità di narratore.
Nel noir invece, pur essendoci criminali ed investigatori, la parte centrale non viene rivestita dall’indagine, ma dai personaggi e dalla loro psicologia spesso deviata. Nel noir quasi tutti i protagonisti, anche quando sono dalla parte di colui che tenta di risolvere l’enigma, vivono e violano le regole che dovrebbero invece rispettare; in alcuni casi sono addirittura i colpevoli medesimi dei crimini narrati. Esiste sì l’indagine, ma non è il vero motore dell’azione, è solo un pretesto funzionale alla narrazione.
Mentre nel giallo l’indagine sta in primo piano ed i personaggi fanno da sfondo (da quinta teatrale), nel noir, le parti si invertono. Ecco allora che sono i personaggi stessi e le loro vicende a passare in primo piano, mentre il ruolo di comprimario viene recitato dall’indagine. Tanto che in alcuni casi il colpevole si palesa subito al lettore che non deve scoprire la verità, ma solo seguire le vicende che portano alla soluzione della vicenda, soluzione, guarda caso, spesso tragica.
Dove il giallo è semplificazione letteraria dell’animo umano (con buoni e cattivi severamente separati), nel noir si insinua il dubbio, è presente una fascia grigia che avvolge i personaggi e le loro azioni, dove i buoni non sono così buoni, quando non sono addirittura assenti, oppure solo comprimari dei personaggi negativi che sono, di fatto, i veri protagonisti della vicenda.
Il noir si serve sì dei meccanismi che costituiscono la base dei “gialli” e dei “polizieschi”, ma come strumenti, sono i personaggi a giocare il vero ruolo centrale.
Mentre nel giallo il lieto fine ed il trionfo del bene sono praticamente scontati, nel noir, l’happy end non è per nulla scontato, anzi spesso è l’epilogo tragico a farla da padrone.
Volendo spingerci ad azzardare alcuni esempi potremmo citare i romanzi di James Ellroy, infarciti di tutori della legge corrotti, spesso al soldo di delinquenti, se non delinquenti incalliti essi stessi, o comunque pronti, pur di proteggere i propri interessi personali, ad aggirare quelle regole che per primi dovrebbero far rispettare (scrivo questo pensando ad alcuni personaggi “epici” quali Turner “Buzz” Meeks o “Bidone” Vincennes). Oppure, tanto per restare in casa nostra, potremmo riferirci al bellissimo “Romanzo criminale” di De Cataldo, nel quale, alla fine della lettura, delinquenti e servitori dello stato finiscono tutti per apparire sotto la medesima, sinistra, luce inquietante (non nego di avere provato più simpatia per il Libanese o per il Dandi, che non per Scialoja).
Da questo punto di vista ed osservando con spirito critico il mondo che ci circonda, potremmo dire che, se il giallo ed il poliziesco sono semplificazioni della realtà, il noir ne è una rappresentazione più realistica e per questo più drammatica.
Non a caso gli autori del genere noir amano spesso mettere i piedi nel piatto, alludere, denunciare, prendere posizione, “sporcarsi le mani” attingendo ampiamente dalle pagine di cronaca nera, od anticipando involontariamente la realtà che, il più delle volte, finisce per superare ampiamente la fantasia (“Il giorno del lupo” di Lucarelli non è forse una ricostruzione antecedente alla sanguinosa vicenda della “Uno Bianca”?).
Non a caso, a mio modestissimo parere e come ho già avuto modo di scrivere altrove, credo che il noir si possa considerare l’erede di quelle che furono la tragedia greca prima e quella shakespeariana poi.
È possibile che i puristi storcano il naso, o si scandalizzino addirittura, di fronte a questa affermazione, tuttavia più penso ad una tragedia come “Riccardo III”, più vi riconosco i tratti, estremamente moderni, di un noir dei giorni nostri.

16.05.2007 | Categoria: Blog

Ogni risposta ha la sua domanda

Molti, tra i pochi che hanno messo in pratica la sventurata idea di leggere “L’ultima stoccata”, hanno avuto anche la bontà di scrivermi, per farmi conoscere i propri commenti, le critiche e talvolta porre qualche domanda. Qui di seguito potrete trovare le risposte ad alcune delle domande più interessanti, a cui ho avuto piacere di rispondere. Solo le riposte però, perché le domande sono così evidenti, che scriverle sarebbe un insulto all’intelligenza del lettore. 

Si, i romanzi ed il genere noir in particolare sono, a mio modesto parere, un ottimo strumento per rappresentare la società di oggi con tutte le sue storture. Perché, anche se spesso facciamo finta di non accorgercene, nella nostra società c’è qualcosa che non funziona. Denaro, potere e successo ad ogni costo sono i modelli proposti (ed imposti) dai media e seguiti dai più; non è quasi più possibile fare politica, nell’accezione “nobile” del termine; il sano giornalismo d’inchiesta lascia spesso spazio ad un gossip stupido quanto inutile. Ecco che, citiamo Sandrone Dazieri, “il noir italiano si è auto assegnato il compito di decifrare il presente attraverso la chiave della detection”, rispondendo al disagio provato da alcuni di fronte a queste realtà ed al desiderio di mettere i piedi nel piatto, alludere, denunciare, prendere posizione.

 No, non sono molto favorevole all’idea di spiegare dei perché e dei percome relativi ad una storia che ho raccontato. Ho sempre pensato che i libri servano non tanto per creare delle certezze, ma piuttosto per generare delle ipotesi che ogni lettore deve svilupparsi autonomamente. Da questo punto di vista le spiegazioni in merito alle proprie opere, date a posteriori da parte degli autori, sono spesso più deleterie e controproducenti che utili. Ad essere sincero penso che, dopo avere scritto un libro, un autore dovrebbe sparire o farsi ammazzare, così eviterebbe di dover passare il resto del suo tempo a spiegare cosa voleva dire. È più giusto che ogni lettore si faccia un’idea propria, poi se il libro lo leggono in due milioni e nascono due milioni di ipotesi differenti, tento meglio. Ho letto che qualcuno, non ricordo più chi, ha sostenuto che i gialli siano un ottimo modo per dire delle cose sensate. Ecco io c’ho provato. Quello che volevo dire, e se sia sensato, provate a deciderlo da voi”.   

No, non ho paura di essere confuso con le idee, i valori e le azioni (buone, o malvagie che siano) dei miei personaggi. Sarebbe un pensiero da principianti, va bene che sono un esordiente, ma non sono mica nato ieri. Uno scrittore deve raccontare quello che la storia che sta scrivendo gli impone e cercare di farlo nel modo migliore e più accattivante per i lettori. Anche perché i personaggi, una volta che li hai creati, prendono consapevolezza di se, ti sfuggono di mano. Il povero scrittore li ha messi al mondo perché svolgano un ruolo e quelli, proditoriamente, dopo qualche pagina, cominciano ad agire di testa loro e non resta altro che assecondarli. 

  Si, sono un pessimista. E pure profondamente convinto che nessuno, ma proprio nessuno, sia del tutto innocente. Siamo tutti un po’ colpevoli. È sufficiente leggere la storia, o la cronaca nera di tutti i giorni: il genere umano, lasciato solo ed in balia di se stesso, passa la maggior parte del proprio tempo a cercare di auto distruggersi nei modi più svariati, fantasiosi e malvagi.    Si lo confesso, poiché errare è umano, ma perseverare è diabolico, sto scrivendo un altro romanzo con Jarno (ma non solo lui), come protagonista, anche se prevedo tempi lunghi di gestazione, pertanto chi avrà la bontà do volerlo leggere dovrà portare un po’ di pazienza. 

  Ovviamente no, nessuna anticipazione sulla trama del prossimo romanzo, ma come per “L’ultima stoccata”, si tratterà di un noir dove il male, i cattivi e le tinte fosche troveranno ampio spazio. Cosa ci volete fare, forse è difficile da credere, viste le storie che racconto, ma sono un moralista che teme il giudizio degli dei. Credo che il senso morale della narrativa consista nel mostrare le orribili conseguenze di un atto immorale e il prezzo karmico che le persone pagano per averlo perpetrato.

 

15.05.2007 | Categoria: Segnalazioni

Sulla scena del crimine: CSI all’italiana

In libreria il libro di Chiara Guarascio:

“Sulla scena del crimine: CSI all’italiana” Edizioni Il Molo.

Consigliatissimo a tutti gli appassionati di criminologia ed agli scrittori di gialli e thriller che vogliono approfondire le loro conoscenze in materia.

Dalla quarta di copertina:

“Il primo manuale di criminalistica rivolto a tutti gli appassionati del genere poliziesco e del giallo che vogliano soddisfare la curiosità di saperne di più sui meccanismi d’indagine del crimine. La cultura mediatica di stampo angloamericano ha infarcito gli spettatori con falsi miti che non rispecchiano la realtà italiana, generando così una gran confusione sulle professioni legate allo studio del crimine. Questo saggio procede, in maniera analitica e puntuale, a fare ordine, elencando i vari ruoli e i metodi “di casa nostra”. Un vademecum che non può mancare sugli scaffali di tutti coloro che si cimenteranno nella scrittura di un giallo o di un thriller, ma anche di tutti gli spettatori delle fiction televisive e degli appassionati del crimine.”

Il sito dell’autrice

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14.05.2007 | Categoria: Eventi, Partecipazioni

“Il nemico alle porte” su Orient Express

Il racconto “Il nemico alle porte” pubblicato sul numero di maggio della rivista on line Orient Express.

LINK

9.05.2007 | Categoria: Eventi

JP in finale al “Centorighe - Vasco Pratolini”

Il racconto “La Finale” di JP Rossano è tra i 10 finalisti del concorso “Centorighe - Vasco Pratolini”