Umberto Eco ed il “giallo”
Maggio 28th, 2007 by J.P. RossanoLeggendo recentemente uno scritto di Simone Sarasso (l’autore di “Confine di Stato”, che approfitto per salutare e ringraziare), a proposito de “Il pendolo di Foucault”, mi sono venute in mente alcune riflessioni in merito al rapporto tra alcuni romanzi di Umbro Eco e la letteratura gialla che riporto qui di seguito.
Scrive Simone a proposito del Pendolo: “Esistono due categorie di lettori del romanzo di Eco: quelli che non riuscivano a smettere di leggerlo e quelli che non sono riusciti a finirlo.
I secondi, se interpellati a proposito, rispondono con la frase : “È troppo difficile…”.
Degli appartenenti alla prima specie ne ho conosciuti ben pochi”.
A tal proposito mi permetto di aggiungere che anche per quanto riguarda “Il nome della rosa” (ma forse per tutti i romanzi di Eco), si potrebbe tranquillamente suddividere i lettori in queste due categorie. E tra i romanzi di Eco, proprio questi due, sono quelli che appartengono, almeno in qualche modo, alla categoria dei “gialli” o quantomeno dei romanzi di investigazione.
A voler esagerare, nel genere dei romanzi di investigazione potrebbe entrare veramente un po’ di tutto. I romanzi polizieschi e quelli di investigazione in generale, rappresentano storie di congettura, allo stato puro ed ai lettori, solitamente, piacciono i gialli e le investigazioni non tanto perché ci siano i morti ammazzati, ma perché seguendo le congetture, alla fine si celebra il trionfo dell’ordine (sociale, legale e morale) sul disordine. Però poi, guardando con maggiore attenzione, scopriamo che anche una diagnosi medica, una ricerca scientifica, un’interrogazione di tipo filosofico sono casi di congettura, ovvero di indagine. Insomma per farla breve anche nella medicina, come nella psicoanalisi, o nella filosofia, la domanda fondamentale pare essere la medesima del romanzo poliziesco, ovvero: di chi è la colpa? E la soluzione a questo interrogativo si trova, solitamente, seguendo delle congetture e presupponendo che i fatti abbiano una logica, solitamente imposta dal colpevole che si sta ricercando. Ma stiamo uscendo dal seminato e torniamo pertanto alle “presunte” connessioni tra i romanzi di Eco e la letteratura di genere giallo.
“Il nome dalla rosa”, come tutti certamente sapranno, narra delle vicende legate alle investigazioni svolte da un monaco – scienziato (Guglielmo da Baskerville), che si viene a trovare in un convento dell’Italia del nord alla fine del 1327, nel periodo dell’eresia di Fra Dolcino, del trasferimento del papato da Roma ad Avignone e della discesa in Italia dell’imperatore Ludovico.
Nel convento si susseguono una serie di morti terribili e misteriose, collegate con la scomparsa di un libro dalla biblioteca – labirinto dell’abbazia ed intrecciate con la scoperta che tra le mura si nascondono alcuni ex appartenenti ai gruppi eretici dolciniani.
Le vicende sono narrate, parecchi anni dopo lo svolgimento dei fatti, da un novizio che si trovava in compagnia di Guglielmo, Adso da Melk, che passa attraverso gli avvenimenti, li registra con la fedeltà fotografica di un adolescente, ma non li capisce e non li capirà neppure da vecchio, tanto da scegliere una fuga nel nulla divino al contrario di quello che gli aveva insegnato il suo maestro Guglielmo.
Eco è abile ad ingannare l’ingenuo lettore, il libro comincia come se fosse un giallo e pure prosegue come se fosse un giallo, propina un Grand Gugnol di sangue, di morti ammazzati, di misteri, di libri che nascondo chissà quali segreti. Ma intanto fa leggere al lettore anche storia, arte, latino, teologia e trascina lo “sventurato” che si è incaponito nella lettura sino alla fine del romanzo per scoprire che si tratta di un giallo dove si scopre ben poco ed il detective, in realtà, alla fine viene sconfitto.
L’impressione finale è che l’autore abbia voluto provare a scrivere una storia poliziesca che non fosse ancora stata scritta, ovvero quella non c’è nulla da scoprire perché il vero colpevole, non sta nelle trame del romanzo, ma nella mente del lettore. Ovvero nessuno è innocente, i veri colpevoli siamo noi. A chi scrive piacque pensare, quando lesse Il nome della rosa, che l’autore volesse, tra le altre cose, suggerire un modo differente di guardare al passato, alla storia. Non più accettarla in modo passivo e neppure distruggerla, come spesso sino ad allora era stato fatto, ma rivisitarla, con ironia, andando più a fondo, per capire meglio cosa fosse successo realmente e perché.
Il tema della rilettura storia ne “Il pendolo di Foucault” è ancora più forte. I fatti si svolgono tra il 1972 ed il 1984. Il periodo è quello degli ultimi strascichi di contestazioni studentesche, ove gli striscioni e gli slogan stanno per essere sostituiti dalle pistole. Ma è anche il periodo in cui, nel mondo editoriale, nasce l’interesse per quella che si potrebbe definire “Sapienza Alternativa”.
Si tratta di tutto quel filone di nozioni che va dal mito di Ermete Trismegisto agli alchimisti, passando dalle piramidi di Giza, dalla Cabala ebraica e da molto altro. Tutto strettamente interconnesso. Tutto valido e credibile, purché dica il contrario di quello che sta scritto nei libri di storia. Se oggi le librerie di largo consumo hanno una sezione dedicata alla New Age od all’esoterismo, lo devono quel periodo. Lo stesso fortunatissimo “Codice da Vinci” ha saccheggiato a piene mani tra alcune delle leggende, provenienti dai secoli precedenti, mille volte tornate in auge e citate nella narrazione del Pendolo medesimo. Il romanzo racconta della reazione di tre intellettuali di fronte a questa invasione editoriale. Costretti a visionare centinaia di testi con opinioni desuete su fatti storici (dal mito dei Templari all’alchimia alla storia della Confraternita Rosa-Croce) per conto della casa editrice in cui lavorano, i protagonisti decidono, animati da ironico snobismo, di giocare a riscrivere la storia del mondo usando il materiale a loro disposizione.
“Se questa gente sostiene che la verità non sta sui libri di storia, allora facciamo sì che abbiano ragione”. Tutti. Basta connettere le nuove informazioni in una sorta di atlante alternativo della Sapienza, ove alla base sta un complotto cosmico.
Ma il gioco diventerà ben presto più grande di loro, e finirà per fagocitarli, facendo loro perdere ciò che fino a quel momento li aveva preservati: lo spirito critico.
Per cinquecento pagine si assiste alla costruzione del “Piano” (il complotto cosmico), e ci si perde nella marea di elucubrazioni storico - filosofiche sulla Verità ultima. Ed è qui che il lettore della categoria numero due, che citavamo all’inizio, molla il colpo. Smette.
Se fosse arrivato in fondo, sarebbe stato premiato: alla fine è tutto fasullo. Non è vero nulla. Non esiste un piano, non esiste un complotto, non esiste un colpevole, o dei colpevoli, non era vero nulla; il segreto è vuoto. Oppure se vogliamo provare a dare la medesima interpretazione che abbiamo azzardato per Il nome della rosa, il vero colpevole, non sta nelle trame del romanzo, ma nella mente del lettore.
L’autore ci ha abilmente imbrogliati, facendoci credere di avere scritto un giallo, od un romanzo di indagine, ma questo non è vero, perché non c’era nulla da scoprire e lo si sapeva già dall’inizio; ma dopo centinaia di pagine i protagonisti (insieme al lettore) sembrano essersene dimenticati, ed hanno finito per credere al gioco che avevano inventato.
Coloro che il libro hanno finito di leggerlo (categoria numero uno), hanno a questo punto due alternative: andare a dormire rasserenati dalla morale della favola (è stato un brutto sogno. Ora son desto) o restare svegli a controllare quanto il sogno avesse di reale, sbirciando sotto al letto della Ragione a caccia di mostri.
Simone Sarasso sostiene, nello scritto che ha dato lo spunto a questa riflessione, che la “religione del Pendolo”, ha formato una generazione di nuovi scrittori e che il risultato paradossale è stato un rinnovato interesse per la Storia, quella vera. Cercando di verificare le affabulazioni si è finito per saperne di più sulla Verità dei libri di storia. E a quel punto sì che si poteva inventare. Si sono riempiti i vuoti con la storia dei singoli. Si è raccontata la Storia dal punto di vista dei protagonisti (marginali e non). Questa è stata una soluzione, ma ve ne sono tante altre (De Cataldo suggerisce Simone, e più recentemente Saviano si permette di aggiungere il sottoscritto). Il fulcro del discorso è che i lettori del Pendolo hanno deciso di portare avanti il Racconto, cambiando strada, evolvendosi, ma non smettendo di immaginare.
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