“Le Benevole”
Febbraio 18th, 2008 by J.P. Rossano“Fratelli umani lasciate che vi racconti com’è andata……. Vi riguarda vedrete che vi riguarda.”
In queste parole che l’autore, Jonathan Littell, mette in bocca al protagonista del libro, l’io narrante Maximilian Aue, è rinchiusa buona parte dell’inquietudine che anima questo romanzo.
È inutile nasconderlo, Le Benevole non è un libro facile da leggere.
Per parecchi motivi.
Per i temi trattati, il nazismo, lo sterminio degli ebrei, gli orrori della II guerra mondiale sul fronte orientale.
Perché molte sono pagine brutte, perché è la morte violenta a essere brutta.
Perché è un romanzo impervio, con centinaia di nomi e cognomi, città, paesi, date difficili da tenere a mente. L’iperrealismo è tale che sembrano davvero le memorie di un ex-criminale di guerra. Protagonista a parte, i personaggi ed fatti di cui si narra sono reali, più che un romanzo storico, sembra un libro di storia, con una precisione ed un dettaglio da farlo risultare, a tratti, lento ed ostico da seguire. Al sottoscritto è parso di essere nuovamente tra le pagine di ottimi libri di storia come “Guerra in Russia” di Overy, o “Stalingrado” e “Berlino 1945” di Beevor.
Soprattutto, non è un libro facile da leggere, perché presenta i fatti con gli occhi di uno dei carnefici, che accompagna il lettore all’inferno ed è un libro che ti penetra dentro e non ti abbandona facilmente. Non è soltanto morboso, rappresenta crudamente un’oscena mescolanza tra gusto macabro, finta purezza ideologica, stanchezza, vomitevole schifo, progressivo stato di indifferenza a quello che accade, caos burocratico di un stato marcio, in equilibrio tra ordine maniacale e disordine frenetico, l’efficienza paurosa dell’ottusità, intrecciando una storia costellata da burocrati convinti di eseguire solo degli ordini, ma anche da sadici che torturano le loro vittime per provare piacere.
Intitolati con i nomi dei vari balli, Toccata, Sarabanda, Minuetto, proprio come in una danza macabra e cinica, i capitoli del libro seguono la cronologia dei ricordi di Maximilian Aue, all’epoca dello scoppio della II guerra mondiale un giovane intellettuale dalle buone, anzi ottime, letture, ma anche un personaggio estremamente complesso. Omosessuale, arruolato per convenienza nelle SS, innamorato della sorella gemella, con un odio profondamente radicato per la madre che accusa di avere dimenticato la memoria del padre, misteriosamente comparso, risposatasi in seconde nozze con un ricco francese.
Egli giudica le perversioni degli altri, ma non trascura le sue, non nasconde assolutamente niente delle sue pulsioni più segrete, si addentra nell’inferno del nazismo e degli orrori del fronte orientale, prima attonito e sconvolto, poi sempre più anestetizzato dall’abitudine, fino a che non si trova bloccato nel Kessel, la sacca di Stalingrado, dove la blitzkrieg delle armate del Führer si trasforma nella rattenkrieg e cambiano le sorti della guerra.
Le giornate di Stalingrado rappresentano una svolta, un “vuoto”, nel romanzo e nella vita del protagonista. Vuoto che si riempie di follia, non più burocratica, sistematica e organizzata, ma selvaggia. L’accerchiamento sovietico e la ferita che riporta alla testa scavano un solco nel tempo e nella psiche devastata di Aue, producono visioni e fantasticherie, diminuiscono cifre, date e acronimi, tutto è bianco e non si sentono rumori.
E’ a questo punto che l’onda s’incurva e volge indietro, con violenza moltiplicata.
Rischiando pericolosamente di identificarsi con il protagonista, trappola astutamente posta in atto dall’autore con l’uso dell’io narrante, il lettore si ritrova testimone attonito del tracimare di un fiume, goccia dopo goccia, dati, episodi, conversazioni, ricordi, incubi, stragi, violenza, ne aumentano il volume. Finché il fiume non esonda ed il protagonista tocca il livello massimo della sua bassezza e trova una fortunosa ed immeritata via di fuga da una Berlino in fiamme, come fosse protetto dalle Benevole, le mitologiche Eumenidi, (contrapposte alle Erinni le divinità della vendetta) che proteggono Oreste dalla furia degli dei nonostante il matricidio di Clitennestra.
La tracimazione di questo fiume, che equivale a leggere Le Benevole, obbliga il lettore a porsi molte domande.
Perché Aue, nonostante il disgusto, i conati di vomito, la diarrea psicosomatica che lo perseguita per quasi mezzo libro, fa quello che fa? Come ha potuto un’intera nazione lasciare che questo accadesse? Voltare la testa dall’altra parte, fare finta di nulla, se non addirittura farsi partecipe diretta dell’Olocausto? Come ha potuto tutto il resto del mondo non comprendere prima ciò che stava accadendo?
Ma sopratutto, domanda ancora più terribile, cosa avrebbe fatto lui, il lettore, se il destino lo avesse posto in questa bufera dalla parte dei carnefici? Si sarebbe ribellato, a rischio di finire tra le vittime? L’istinto di sopravvivenza avrebbe prevalso ed avrebbe fatto finta di non vedere? Sarebbe stato tra gli indifferenti e ottusi esecutori, o peggio tra i sadici entusiasti?
Sono domande difficili, dalle quali è più facili fuggire che rispondere, per dirla tutta, si rischia di finire la lettura più stronzi di quando la si è iniziata.
Insomma “Le Benevole” non è un libro facile da leggere, ma è un romanzo importante, non si può ignorare, va letto e affrontato.
La II guerra mondiale è l’evento storico più raccontato e rappresentato di tutti i tempi. I suoi strascichi hanno condizionato tutta la storia del 900 e, a distanza di oltre 60 anni, ancora condizionano la storia contemporanea.
Il colossale mistero di come un insignificante nullità umana quale fu Adolf Hitler, sia riuscito a segnare così profondamente la Storia resta e la sua lugubre figura ci tiene compagnia continuando a sbucare come monito perenne. Basta leggere la Storia recente, qualunque sterminio e genocidio è valutato in confronto alla Shoah, qualunque nemico, viene paragonato all’ex caporale austriaco.
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Marzo 19th, 2008 at 12:59 pm
[…] A proposito dell’esistenza del Male e della necessità di trovare il coraggio per raccontarlo, abbiamo già scritto (Il noir, il male ed il potere). Del libro di Jonathan Littell “Le Benevole”, storia turpe di un impunito nazista, un romanzo bello seppur a tratti difficile da leggere, anche. A questo punto era quasi fatale tanto che mi avventurassi nella lettura di “Hitler” di Giuseppe Genna, quanto che tediassi i visitatori del sito con le mie riflessioni in merito. Qui scatta, doverosa, una precisazione. Il Genna Giuseppe, JP Rossano, non lo conosce, non gli deve dei favori, non è intenzionato a chiederne e, prima di Hitler, non aveva neppure letto nessuna delle sue opere. Questo va detto subito, tanto per sgomberare il campo da possibili dubbi di partigianeria, se non di convenienza. “Hitler” di Giuseppe Genna, dunque. Lettura suggerita dal mio amico Simone Sarasso, mentre si stava discutendo del libro di Littell e di quanto avesse scritto il sottoscritto in proposito. Confesso, mi sono accostato alla lettura di questo romanzo con cautela e non poco prevenuto sospetto. Molto si è scritto su Adolf Hitler, sempre però in forma di saggistica. Se si esclude, forse, “La parte dell’altro“ di Schmitt, questa è la prima volta che un autore affronta la sfida: Adolf Hitler quale protagonista di un’opera narrativa. Il risultato: eccezionale ed agghiacciante al tempo stesso. “Hitler” è la sintesi del Male umano. Basato su precise ricerche storiche, il romanzo di Genna, dipinge un quadro tanto cupo, quanto tristemente realista del suo deprecabile protagonista. E lo fa emettendo una condanna senza appello. Esatto: l’autore non si colloca fuori dalla storia, vi si getta dentro, trascinando con se l’attonito lettore. “Hitler” è l’impietosa narrazione di come un idiota, tanto patetico quanto maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa essere assurto al sanguinario ruolo che ha avuto nella storia del ‘900. Nessuna mitizzazione, nessuna assoluzione, nessuna redenzione, come è giusto che sia. Infanzia devastata, adolescenza demente, turbe sessuali, miseria, fallimenti personali, dura esperienza nelle trincee della I Guerra Mondiale: nulla di tutto ciò può spiegare l’inspiegabile. Se l’Aue del romanzo di Littell è, pur nel suo abominio, un giovane brillante, dotato di buona cultura e figlio di ottime letture; l’Hitler di Genna è un “cretino” sin dalle prime pagine e resterà un cretino per tutto il romanzo, fino all’abisso conclusivo nel Bunker di Berlino. Mentitore, vile, schizoide, tuttavia dotato di una logorrea trascinante. Imbevuto di una anti cultura, appresa dai peggiori libelli nazionalisti e dalle riviste di antisemitismo dozzinale che circolavano nella Germania di Weimar, Hitler parla, per tutta la durata del romanzo, della sola cosa di cui possa parlare una simile non persona. Del vuoto, del nulla, del niente. Egli è un untore del nulla, catalizza nella sua non persona tutto il vuoto che lo circonda, lo amplifica e lo sparge come un virus. Il nazismo si diffonde come un tumore nel corpo malato della Germania della repubblica di Weimar, coagulando attorno a Hitler altri tumori, non persone, Hitler potenziali, dementi meno carismatici, ma altrettanto grotteschi: Goering, Röhm, Goebbels, Hess, Himmler, Bormann. È un’inarrestabile ascesa: il putsch della birreria, la presa del potere, l’incendio del Reichstag, la “Notte dei Lunghi Coltelli”, il rogo dei libri, i pogrom anti-ebrei. L’autore non ci risparmia nulla e dipinge l’angosciante sensazione che, nel clima dell’Europa del tempo e con la colpevole inazione delle potenze mondiali, la più grande delle tragedie europee avanzi verso l’inevitabile scoppio della II Guerra Mondiale e l’Olocausto. Odio razziale, miseria e ignoranza: il combustibile. I nazionalismi: il comburente. Hitler e la sua cricca di psicopatici: la scintilla esplosiva. La narrazione procede sino a che l’orrore raggiunge il suo apice. Lo sterminio degli ebrei, gli Einsatzkommando, i bombardamenti sull’Inghilterra, l’attacco all’Unione Sovietica, la tragedia della VI armata a Stalingrado, i campi di concentramento, le V2, il progressivo collasso del Terzo Reich, sino al delirio degli ultimi giorni in una Berlino da girone dantesco. Poiché dal punto di vista della trama Genna non inventa nulla, ne modifica, ma riporta fedelmente la storia, ciò che colpisce di più del romanzo è lo stile. Esplosivo, la scrittura descrive il delirio trasmettendo la febbre. La narrazione è marmorea, asciutta sino all’estremo, delinea la scena in modo succinto, mai eccessivo, non si abbandona a fronzoli da fighetti, non concede nulla alla prosa raffinata. Ogni frase è un colpo di maglio, persino quando è composta di un’unica parola. Anzi più la frase è secca, concisa, più il suo effetto sulla narrazione e sul lettore è agghiacciante. Lo stile giusto per descrivere il Male e, soprattutto, per il messaggio più importante del romanzo: un appello privo di compromessi sulla necessità della memoria. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria. “Hitler” è, assolutamente, un libro da leggere. Appare ridicola, se non addirittura offensiva, l’accusa mossa ai romanzi di Littell e Genna, da quel signore che scrive sull’Avvenire “… libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male …”. La pornografia del Male sono le trasmissioni fiume intorno alle villette di Cogne e di Garlasco, i plastici delle scene del delitto esposti nei salotti buoni della televisione, le code per assistere al processo per i fatti di Erba, non dei romanzi di spessore letterario e rigore storico che contribuiscono ad uno dei nostri doveri principali: non dimenticare ciò che è accaduto perché non possa più accadere. Affermare, come ha scritto il medesimo signore, che “…il Male assoluto respinge ogni argomento in contrario, anzi lo trasforma addirittura in un evento positivo…” equivale a firmare una resa incondizionata. Non possiamo raccontarlo, altrimenti egli, il male, rigira a suo favore i nostri argomenti. Tanto varrebbe tacere, allora, lasciare che l’oblio abbia il sopravvento, così che i figli possano tranquillamente ripetere gli errori dei padri, senza che nessun memento possa trattenerli. D’altronde non potremmo pretendere molto da chi sostiene che “La metafisica del Male è materia teologica. Non fa per lo scrittore…” se così fosse Dante avrebbe dovuto limitarsi al Purgatorio ed al Paradiso, privandoci di quel capolavoro che è l’Inferno, la qual cosa si commenta da sé. […]
Marzo 22nd, 2008 at 4:06 pm
ho letto “le benevole” e leggerò sicuramente “hitler” di genna.
al di la della durezza il romanzo di littell sarebbe da far leggere agli studenti. Da a mio parere un’idea di come si può scivolare nella parte di male che è in noi, di come si arriva all’insensibilità verso questo con una progressione inarrestabile e silenziosa.
una domanda di Aue “sono forse più colpevole di voi….”
rivolta ad una donna conosciuta in piscina e penso a tutti i tedeschi è secondo me il fulcro del libro.
mauro
Marzo 23rd, 2008 at 12:35 pm
Concordo con quanto scritto da Mauro, che ringrazio per l’intervento, e ritengo che la domanda di Aue che egli cita, “sono forse più colpevole di voi….” meriterebbe un approfondito dibattito in merito al tema “responsabilità” di fronte alla storia, non solo per le tragedie di ieri, ma ance per quelle di oggi.
JP
Giugno 4th, 2008 at 12:21 pm
si fatica a leggere questo libro che ho iniziato da qualche giorno…ma si fatica a nche a chiuderlo e metterlo via, in un cassetto..perchè ancora (e per fortuna) ci si accapona la pelle e ci si chiude lo stomaco di fronte a tanta ferocia.
E allora per non dimenticare facciamolo leggere anche ai nostri figli con la dovuta supervisione adulta.