“Le Benevole”
“Fratelli umani lasciate che vi racconti com’è andata……. Vi riguarda vedrete che vi riguarda.”
In queste parole che l’autore, Jonathan Littell, mette in bocca al protagonista del libro, l’io narrante Maximilian Aue, è rinchiusa buona parte dell’inquietudine che anima questo romanzo.
È inutile nasconderlo, Le Benevole non è un libro facile da leggere.
Per parecchi motivi.
Per i temi trattati, il nazismo, lo sterminio degli ebrei, gli orrori della II guerra mondiale sul fronte orientale.
Perché molte sono pagine brutte, perché è la morte violenta a essere brutta.
Perché è un romanzo impervio, con centinaia di nomi e cognomi, città, paesi, date difficili da tenere a mente. L’iperrealismo è tale che sembrano davvero le memorie di un ex-criminale di guerra. Protagonista a parte, i personaggi ed fatti di cui si narra sono reali, più che un romanzo storico, sembra un libro di storia, con una precisione ed un dettaglio da farlo risultare, a tratti, lento ed ostico da seguire. Al sottoscritto è parso di essere nuovamente tra le pagine di ottimi libri di storia come “Guerra in Russia” di Overy, o “Stalingrado” e “Berlino 1945” di Beevor.
Soprattutto, non è un libro facile da leggere, perché presenta i fatti con gli occhi di uno dei carnefici, che accompagna il lettore all’inferno ed è un libro che ti penetra dentro e non ti abbandona facilmente. Non è soltanto morboso, rappresenta crudamente un’oscena mescolanza tra gusto macabro, finta purezza ideologica, stanchezza, vomitevole schifo, progressivo stato di indifferenza a quello che accade, caos burocratico di un stato marcio, in equilibrio tra ordine maniacale e disordine frenetico, l’efficienza paurosa dell’ottusità, intrecciando una storia costellata da burocrati convinti di eseguire solo degli ordini, ma anche da sadici che torturano le loro vittime per provare piacere.
Intitolati con i nomi dei vari balli, Toccata, Sarabanda, Minuetto, proprio come in una danza macabra e cinica, i capitoli del libro seguono la cronologia dei ricordi di Maximilian Aue, all’epoca dello scoppio della II guerra mondiale un giovane intellettuale dalle buone, anzi ottime, letture, ma anche un personaggio estremamente complesso. Omosessuale, arruolato per convenienza nelle SS, innamorato della sorella gemella, con un odio profondamente radicato per la madre che accusa di avere dimenticato la memoria del padre, misteriosamente comparso, risposatasi in seconde nozze con un ricco francese.
Egli giudica le perversioni degli altri, ma non trascura le sue, non nasconde assolutamente niente delle sue pulsioni più segrete, si addentra nell’inferno del nazismo e degli orrori del fronte orientale, prima attonito e sconvolto, poi sempre più anestetizzato dall’abitudine, fino a che non si trova bloccato nel Kessel, la sacca di Stalingrado, dove la blitzkrieg delle armate del Führer si trasforma nella rattenkrieg e cambiano le sorti della guerra.
Le giornate di Stalingrado rappresentano una svolta, un “vuoto”, nel romanzo e nella vita del protagonista. Vuoto che si riempie di follia, non più burocratica, sistematica e organizzata, ma selvaggia. L’accerchiamento sovietico e la ferita che riporta alla testa scavano un solco nel tempo e nella psiche devastata di Aue, producono visioni e fantasticherie, diminuiscono cifre, date e acronimi, tutto è bianco e non si sentono rumori.
E’ a questo punto che l’onda s’incurva e volge indietro, con violenza moltiplicata.
Rischiando pericolosamente di identificarsi con il protagonista, trappola astutamente posta in atto dall’autore con l’uso dell’io narrante, il lettore si ritrova testimone attonito del tracimare di un fiume, goccia dopo goccia, dati, episodi, conversazioni, ricordi, incubi, stragi, violenza, ne aumentano il volume. Finché il fiume non esonda ed il protagonista tocca il livello massimo della sua bassezza e trova una fortunosa ed immeritata via di fuga da una Berlino in fiamme, come fosse protetto dalle Benevole, le mitologiche Eumenidi, (contrapposte alle Erinni le divinità della vendetta) che proteggono Oreste dalla furia degli dei nonostante il matricidio di Clitennestra.
La tracimazione di questo fiume, che equivale a leggere Le Benevole, obbliga il lettore a porsi molte domande.
Perché Aue, nonostante il disgusto, i conati di vomito, la diarrea psicosomatica che lo perseguita per quasi mezzo libro, fa quello che fa? Come ha potuto un’intera nazione lasciare che questo accadesse? Voltare la testa dall’altra parte, fare finta di nulla, se non addirittura farsi partecipe diretta dell’Olocausto? Come ha potuto tutto il resto del mondo non comprendere prima ciò che stava accadendo?
Ma sopratutto, domanda ancora più terribile, cosa avrebbe fatto lui, il lettore, se il destino lo avesse posto in questa bufera dalla parte dei carnefici? Si sarebbe ribellato, a rischio di finire tra le vittime? L’istinto di sopravvivenza avrebbe prevalso ed avrebbe fatto finta di non vedere? Sarebbe stato tra gli indifferenti e ottusi esecutori, o peggio tra i sadici entusiasti?
Sono domande difficili, dalle quali è più facili fuggire che rispondere, per dirla tutta, si rischia di finire la lettura più stronzi di quando la si è iniziata.
Insomma “Le Benevole” non è un libro facile da leggere, ma è un romanzo importante, non si può ignorare, va letto e affrontato.
La II guerra mondiale è l’evento storico più raccontato e rappresentato di tutti i tempi. I suoi strascichi hanno condizionato tutta la storia del 900 e, a distanza di oltre 60 anni, ancora condizionano la storia contemporanea.
Il colossale mistero di come un insignificante nullità umana quale fu Adolf Hitler, sia riuscito a segnare così profondamente la Storia resta e la sua lugubre figura ci tiene compagnia continuando a sbucare come monito perenne. Basta leggere la Storia recente, qualunque sterminio e genocidio è valutato in confronto alla Shoah, qualunque nemico, viene paragonato all’ex caporale austriaco.
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