J.P. Rossano

Il sito ufficiale dell’autore del thriller “L’ultima stoccata”

"J.P. Rossano e la Scherma"

Cosa mi piace di questo sport? Tutto.
La scherma è bella e terribile, come la vita. Perché quando sali in pedana sei solo, come in tutti i momenti cruciali della vita. Attorno può esserci un sacco di gente, ma, di fatto, sei solo. E poi, in realtà, non affronti l’avversario, affronti te stesso, te stesso e tutti i fantasmi che affollano la tua mente e la tua coscienza.
La scherma è rissa, finzione, imbrogli, machismo, mito dei gladiatori, dei galli e dei segaioli.
La scherma è rappresentazione teatrale della vita, come, al tempo medesimo, la vita è un lungo, estenuante, assalto di scherma, nel quale tutti si cimentano… …e da cui i più ne escono sconfitti.

IL NOIR, IL MALE ED IL POTERE

Gennaio 8th, 2008 by J.P. Rossano

IL NOIR, IL MALE ED IL POTERE
(Da dove arriva, ma soprattutto dove sta andando il noir italiano ?)

 Il nostro ragionamento parte dalle considerazioni del “Maestro” Giancarlo De Cataldo (semplicemente GDC nel prosieguo), nel suo intervento al Courmayeur Noir in festival, poi riproposto dalle pagine on line di Border Fiction.
Ora, premesso che quanto affermato dall’autore de Romanzo Criminale e Nelle mani giuste è per ampi tratti ampiamente condivisibile, tuttavia il suo intervento ci offre degli spunti che permettono sia di proporre alcuni rispettosi distinguo, sia di approfondire dei temi. Tra gli elementi tipici del noir, GDC evidenzia “l’ossessivo interrogarsi sulla presenza del Male”. Ovviamente sottoscrivo, ma non solo, ci sarebbe da dire di più.
Per un “genere”, ovvero per una famiglia di generi, che si rifà ad un evidente realismo, non sarebbe possibile non porsi tale interrogativo. Indipendentemente che si abbiano riferimenti religiosi o meno, chiunque disponga di una lucida capacità di osservazione della cronaca di tutti i giorni e conosca anche solo un poco la storia dell’umanità, non potrà non riconoscere la costante presenza del Male, non importa il nome che gli si voglia dare. Il Male c’è, esiste, è ben presente e si sforza continuamente di trovare un posto nella storia degli individui, come in quella della società.
Per ragioni che sfuggono a noi comuni mortali, gli è preclusa la possibilità di agire in prima persona ed allora è costretto trovare degli strumenti tramite i quali tentare di imporre le sue oscure trame. Il Male è scaltro, sa meglio di chiunque altro agire per interposta persona e gli esseri umani, la loro meschinità, l’odio, l’invidia, la sete di ricchezza e di potere, sono spesso gli strumenti che predilige.
È nella coraggiosa capacità di provare a scavare, sino ad infangarsi negli oscuri rapporti tra il Male e l’animo umano e tra il Male ed il Potere, che il Noir, a nostro avviso, può dare il meglio di sé e raggiungere i suoi livelli più alti. Questo è il punto centrale, il nocciolo, la polpa. Il resto: l’incerto confine fra legge e trasgressione, gli antieroi problematici e romantici, le dark lady, sono solo contorno, spesso di maniera.
In merito ad altre affermazioni di GDC si potrebbero fare delle osservazioni.
Se è pur vero, come in effetti è, che il Noir che GDC definisce “classico”, quelli dei Chandler e degli Hammett per intenderci, si è sviluppato negli States tra gli anni ‘30 e ’60; è altrettanto vero che i germogli ed i prodromi del Noir, pur secondo gli stili dell’epoca, affondano nella notte dei tempi.
Del Noir hanno il sapore alcune tragedie greche, Noir sono molti personaggi della letteratura sheakespiriana (Riccardo III, Machbet, Amleto), Noir è il Manzoniano “La sciagurata rispose”, Noir la relazione tra lo Sherlock Holmes di Sir Conan Doyle e la morfina, Noir il rapporto morboso tra il capitano Achab e Moby Dick in Melville, Noir, del più nero che esista, è il Kurtz de Cuore di Tenebra di Conrad.
Dunque il nostro amato Noir esisteva già ben prima del suo perido “classico” a stelle e strisce che forse deve la sua, per altro merita, celebrità alla contemporanea ascesa del fenomeno “cinematografo” che, attingendo a piene mani dalla letteratura noir, ha decretato la fortuna di entrambi.
Di certo GDC ha ragione quando afferma che la fine del noir classico negli anni 60 sia stata produttrice di grandi effetti ed abbia permesso la nascita e lo sviluppo di altri prolifici filoni Noir sino a quelli contemporanei, compreso il Noir italico dei giorni nostri. Così come ha ragione a ritenere positivi i fenomeni di ibridizzazione e di meticciamento che e ne sono seguiti. Ed ancora di più ha ragione a ritenere che sarebbe un grave errore, per gli autori di oggi, richiudersi dentro gli steccati di una presunta superiorità, senza accettare altri benefici inquinamenti. Insomma il noir è vivo e lotta insieme a noi.
Poi l’affermazione che occorre “sottrarre il noir italiano al suo peggior nemico: se stesso (incluso: l’ego degli scrittori) è addirittura sacrosanta. In qualunque campo si operi, uno dei pericoli maggiori del successo è quello di confonderlo con un punto di arrivo, dove arroccarsi e difendere la posizione, senza comprendere che, in realtà, si tratta solo di un punto di passaggio, dal quale ripartire per evolvere ulteriormente. E abbiamo la sensazione che tra i rappresentanti del genere che sono “arrivati”, come si suol dire, o che tali si ritengono, l’indulgenza in questo peccato sia tutt’altro che rara.
Infine un’ultima considerazione. GDC rivendica al Noir italico il merito, non trascurabile, di avere imboccato  “la strada di un realismo fortemente venato di critica sociale e politica” e ci trova in piena sintonia.
Poi, però, ammette che quando si deve scrivere per la TV si debbono fare i conti con le pressioni per essere meno critici e meno “politici”. Questo è effettivamente un grave limite della televisione di oggi.
Presenta (non sempre, ma spesso) fiction edulcorate, dove la divisione tra bene e male è netta quasi rassicurante, strabocca di buoni sentimenti, ci tranquillizza con la falsa illusione che sul più bello arriva la cavalleria ed i nostri trionfano. Questo è quanto di più lontano ci possa essere da quella indagine sul Male, e sul suo rapporto con l’uomo, a cui si faceva riferimento poc’anzi. Però è la medesima TV che sulle paure irrazionali e sul senso di insicurezza, che lo stesso GDC nel suo articolo afferma che occorre vincere affrontandoli, ci sguazza, aggirandosi morbosa tra i plastici delle villette di Cogne o di Garlasco.
Qui sta un altro pericolo per il noir di casa nostra. Nel suo rapporto con il Potere.
Abbiamo detto che la peculiarità del Noir è quella di analizzare il Male, guardandolo in faccia.
Ma una delle caratteristiche del Male è proprio quella di negare la propria esistenza, o quanto meno il proprio potere nel mondo. Allora attenzione, perché volendo rincorrere ad ogni costo il successo si rischia di finire succubi del Potere, uno dei cui scopi non dichiarati è proprio quello di mettere a tacere le coscienze ed azzittire le critiche.

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4 Responses

  1. JP Says:

    Ragazzi, è con grande onore ed un po’ di brividi che riporto quanto mi ha risposto in proposito il grande Giancarlo:

    “Concordo. Lo dici con una certa aggressività xché c’hai un po’ di anni meno di me. E’ giusto. E’ come passare un testimone, nel senso della staffetta.
    Un caro saluto
    Giancarlo”

  2. JP Says:

    Ciao Maestro,
    è un grande onore ricevere la tua risposta e apprendere che concordi.
    In merito all’aggressività nell’esporre i concetti hai senz’altro ragione. Vorrei però precisare che essa non vuole assolutamente essere una mancanza di rispetto nei tuoi confronti (e tanto meno degli altri autori che si cimentano con i romanzi e la sceneggiatura per la TV).
    È un mio vizio, se vogliamo così dire, probabilmente deriva dal mio passato da schermidore, che mi rende un po’ impetuoso anche quando scrivo.
    Me lo hanno già rimproverato, anche alcuni lettori de “L’ultima stoccata” mi hanno detto di essere a volte troppo diretto, quasi brusco.
    D’altro canto va detto che, se i “nuovi scrittori” non rischieranno nel mettere qualcosa di nuovo e di personale, a costo di sbagliare, o di sembrare irriguardosi rispetto agli illustri predecessori, il rinnovamento (il meticciamento che tu stesso auspichi nel tuo intervento), non potrà avere luogo.
    In parole povere il pericolo è che i format imposti dalle case editrici, poco propense ad abbandonare “filoni” che vendono, e dalle TV troppo attente all’audience, possano indurre gli scrittori arrivati a non rinnovarsi e gli emergenti a scopiazzare i fratelli maggiori per paura di restare del limbo dei soliti ignoti. Ma la paura difficilmente partorisce dei capolavori.
    Grazie per il tempo che hai dedicato a leggermi.
    Con grande stima
    JP

  3. Giovanni Sicuranza Says:

    Considerazioni in salsa noir.

    Un saluto sussurrato alle ombre leggenti e pensanti.
    Ho deciso di uscire dall’atmosfera in cui inseguo i personaggi del mio romanzo per tentarle di esprimere un mio pensiero in salsa “noir”.

    Perché nella località montana in cui mi trovo temporaneamente si respira aria “noir”. Anche nella città dove vivo e lavoro respiro “noir”. Diverso, forse più frenetico. Forse più “distratto” rispetto ad un paese.

    Il mio è il personale parere di un grande lettore (lo sono secondo le statiche italiane, con oltre una quarantina di libri, tra saggistica e narrativa, “divorati” annualmente) e di un piccolo scrittore, emergente. Definito noir.

    Premetto che nel genere mi sono trovato per caso, senza cercarlo.
    Se per “noir” si intende un dipinto in cui il velo nero della società non è marginale, ma radicato nella società stessa; in cui non è l’investigatore, o solo questa figura, a condurre l’indagine per svelare il crimine, ma il crimine, in ogni sua forma, è il vivere della quotidianità.
    In cui non c’è finale consolatorio, con la risoluzione che accontenta e rassicura il lettore. Ma, spesso, tutto finisce peggio di prima.
    Ecco, in questo genere mi ritrovo, senza apparenze di moda da seguire.
    Oltre i miei racconti, i miei attuali due romanzi sono stati definiti “noir sociali”. Anche se, per quanto scritto prima, “sociali” sembra più ridondanza che rafforzativo.
    Eppure, a mio avviso, specificarlo ha ancora importanza, proprio per distinguere il “noir” spicciolo, di vendita, da quello che vorrebbe allontanarsi dall’idea precostituita per il successo editoriale. Successo, tra l’altro, proprio per la saturazione del “noir”, destinato spesso ad essere effimero.

    Con questo mi discosto dalla mia produzione, da un lato perché non voglio puntare ad una forma di “autoesaltazione pubblicitaria” delle mie opere (proprio un bel tentativo di marketing!), dall’altro perché affermare di scrivere “noir sociale” non è sinonimo di qualità.

    Mi soffermo solo su alcune considerazioni generali e personali.
    Spesso il “noir” non è scoperto dallo scrittore come genere proprio, tipico del suo stile ed espressività, ma inseguito per desideri di mercato. E il risultato è quello che lei descrive. Saturazione di superficialità che rende la superficialità quotidianità interessante. E rincorsa dell’editore a fare incetta di quel noir che corrisponde alle richieste di mercato (ci sono eccezioni, per fortuna).
    Il “noir”, così formulato, sta uccidendo il “noir”. È l’omicida che desidera uccidere se stesso scambiandosi per la vittima designata.

    Eppure, ritengo, per mia esperienza di lettore, che ci sia anche un “noir” che riesce a sopravvivere a testa alta.
    È un genere non consolatorio, che parla di morte, di corruzione e non fornisce risposte. Ma proprio per questo dovrebbe pesare sul lettore. Su quello critico, almeno.
    Perché spoglia la società delle “maschere” del buonismo, ha il coraggio di vincere l’ultimo tabù dell’occidente e mostrare la morte. Non soffermandosi gratuitamente sui suoi aspetti grondanti sangue (quelli che eccitano ogni lettore, quelli che spingono la gente a formare code in strada per guardare le lamiere di un’auto contorte e verniciate di rosso).
    Ma sussurrando, che, alla fine, la morte è necessaria alla vita, come la vita non esiste senza morte. E invitando per questo il lettore a darle un’occhiata. Senza paura, ma come mezzo per riflettere sulle domande lasciate senza risposta dal romanzo noir. Dove finisce il velo nero del sociale? È masticato nella città, assaporato nel paese. Frantumato dalla metropoli e dilatato dalla comunità rurale.

    Ma sempre presente, nascosto dalle maschere che indossiamo, maschere su maschere, diverse e imbottite di gentilezza e buonismo. Maschere che crollano per un sorpasso “di troppo”, per un rumore “di troppo” del vicino di casa. E svelano zanne.
    Questa è la ricerca del “noir”. Questo il suo tentativo.
    Far cadere le maschere, o almeno qualcuna di queste.

    E poi ritirarsi, lasciando il lettore solo. Davanti allo specchio.

    Giovanni Sicuranza

  4. J.P. Rossano » Blog Archive » HITLER di Giuseppe Genna – Il Male e il dovere della Memoria Says:

    […] A proposito dell’esistenza del Male e della necessità di trovare il coraggio per raccontarlo, abbiamo già scritto (Il noir, il male ed il potere). Del libro di Jonathan Littell “Le Benevole”, storia turpe di un impunito nazista, un romanzo bello seppur a tratti difficile da leggere, anche. A questo punto era quasi fatale tanto che mi avventurassi nella lettura di “Hitler” di Giuseppe Genna, quanto che tediassi i visitatori del sito con le mie riflessioni in merito. Qui scatta, doverosa, una precisazione. Il Genna Giuseppe, JP Rossano, non lo conosce, non gli deve dei favori, non è intenzionato a chiederne e, prima di Hitler, non aveva neppure letto nessuna delle sue opere. Questo va detto subito, tanto per sgomberare il campo da possibili dubbi di partigianeria, se non di convenienza. “Hitler” di Giuseppe Genna, dunque. Lettura suggerita dal mio amico Simone Sarasso, mentre si stava discutendo del libro di Littell e di quanto avesse scritto il sottoscritto in proposito. Confesso, mi sono accostato alla lettura di questo romanzo con cautela e non poco prevenuto sospetto. Molto si è scritto su Adolf Hitler, sempre però in forma di saggistica. Se si esclude, forse, “La parte dell’altro“ di Schmitt, questa è la prima volta che un autore affronta la sfida: Adolf Hitler quale protagonista di un’opera narrativa. Il risultato: eccezionale ed agghiacciante al tempo stesso. “Hitler” è la sintesi del Male umano. Basato su precise ricerche storiche, il romanzo di Genna, dipinge un quadro tanto cupo, quanto tristemente realista del suo deprecabile protagonista. E lo fa emettendo una condanna senza appello. Esatto: l’autore non si colloca fuori dalla storia, vi si getta dentro, trascinando con se l’attonito lettore. “Hitler” è l’impietosa narrazione di come un idiota, tanto patetico quanto maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa essere assurto al sanguinario ruolo che ha avuto nella storia del ‘900. Nessuna mitizzazione, nessuna assoluzione, nessuna redenzione, come è giusto che sia. Infanzia devastata, adolescenza demente, turbe sessuali, miseria, fallimenti personali, dura esperienza nelle trincee della I Guerra Mondiale: nulla di tutto ciò può spiegare l’inspiegabile. Se l’Aue del romanzo di Littell è, pur nel suo abominio, un giovane brillante, dotato di buona cultura e figlio di ottime letture; l’Hitler di Genna è un “cretino” sin dalle prime pagine e resterà un cretino per tutto il romanzo, fino all’abisso conclusivo nel Bunker di Berlino. Mentitore, vile, schizoide, tuttavia dotato di una logorrea trascinante. Imbevuto di una anti cultura, appresa dai peggiori libelli nazionalisti e dalle riviste di antisemitismo dozzinale che circolavano nella Germania di Weimar, Hitler parla, per tutta la durata del romanzo, della sola cosa di cui possa parlare una simile non persona. Del vuoto, del nulla, del niente. Egli è un untore del nulla, catalizza nella sua non persona tutto il vuoto che lo circonda, lo amplifica e lo sparge come un virus. Il nazismo si diffonde come un tumore nel corpo malato della Germania della repubblica di Weimar, coagulando attorno a Hitler altri tumori, non persone, Hitler potenziali, dementi meno carismatici, ma altrettanto grotteschi: Goering, Röhm, Goebbels, Hess, Himmler, Bormann. È un’inarrestabile ascesa: il putsch della birreria, la presa del potere, l’incendio del Reichstag, la “Notte dei Lunghi Coltelli”, il rogo dei libri, i pogrom anti-ebrei. L’autore non ci risparmia nulla e dipinge l’angosciante sensazione che, nel clima dell’Europa del tempo e con la colpevole inazione delle potenze mondiali, la più grande delle tragedie europee avanzi verso l’inevitabile scoppio della II Guerra Mondiale e l’Olocausto. Odio razziale, miseria e ignoranza: il combustibile. I nazionalismi: il comburente. Hitler e la sua cricca di psicopatici: la scintilla esplosiva. La narrazione procede sino a che l’orrore raggiunge il suo apice. Lo sterminio degli ebrei, gli Einsatzkommando, i bombardamenti sull’Inghilterra, l’attacco all’Unione Sovietica, la tragedia della VI armata a Stalingrado, i campi di concentramento, le V2, il progressivo collasso del Terzo Reich, sino al delirio degli ultimi giorni in una Berlino da girone dantesco. Poiché dal punto di vista della trama Genna non inventa nulla, ne modifica, ma riporta fedelmente la storia, ciò che colpisce di più del romanzo è lo stile. Esplosivo, la scrittura descrive il delirio trasmettendo la febbre. La narrazione è marmorea, asciutta sino all’estremo, delinea la scena in modo succinto, mai eccessivo, non si abbandona a fronzoli da fighetti, non concede nulla alla prosa raffinata. Ogni frase è un colpo di maglio, persino quando è composta di un’unica parola. Anzi più la frase è secca, concisa, più il suo effetto sulla narrazione e sul lettore è agghiacciante. Lo stile giusto per descrivere il Male e, soprattutto, per il messaggio più importante del romanzo: un appello privo di compromessi sulla necessità della memoria. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria. “Hitler” è, assolutamente, un libro da leggere. Appare ridicola, se non addirittura offensiva, l’accusa mossa ai romanzi di Littell e Genna, da quel signore che scrive sull’Avvenire  “… libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male …”. La pornografia del Male sono le trasmissioni fiume intorno alle villette di Cogne e di Garlasco, i plastici delle scene del delitto esposti nei salotti buoni della televisione, le code per assistere al processo per i fatti di Erba, non dei romanzi di spessore letterario e rigore storico che contribuiscono ad uno dei nostri doveri principali: non dimenticare ciò che è accaduto perché non possa più accadere. Affermare, come ha scritto il medesimo signore, che “…il Male assoluto respinge ogni argomento in contrario, anzi lo trasforma addirittura in un evento positivo…” equivale a firmare una resa incondizionata. Non possiamo raccontarlo, altrimenti egli, il male, rigira a suo favore i nostri argomenti. Tanto varrebbe tacere, allora, lasciare che l’oblio abbia il sopravvento, così che i figli possano tranquillamente ripetere gli errori dei padri, senza che nessun memento possa trattenerli. D’altronde non potremmo pretendere molto da chi sostiene che “La metafisica del Male è materia teologica. Non fa per lo scrittore…” se così fosse Dante avrebbe dovuto limitarsi al Purgatorio ed al Paradiso, privandoci di quel capolavoro che è l’Inferno, la qual cosa si commenta da sé. […]

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