Il “NEW ITALIAN EPIC” ed il “De profundis” dei generi
Novembre 6th, 2008 by J.P. RossanoIl “NEW ITALIAN EPIC” ed il “De profundis” dei generi
Il noir italiano ha esaurito la sua spinta propulsiva?
“La letteratura non deve, non deve mai, non deve mai credersi in pace” (1)
Con un po’ di presunzione ed una notevole dose di ardimento, con queste parole, scritte dall’autore nell’ultima pagina del saggio, si potrebbe osare e riassumere l’interessante “New Italian Epic” (NIE). Un saggio di Wu Ming 1 (WM1), disponibile da qualche tempo in rete e del quale l’autore ha da poco elaborato la versione 2.0 (dedicata a David Foster Wallace recentemente scomparso), che ha fatto molto discutere sui media ed in Rete.
Nel memorandum WM1 ha individuato un ipotetico centro di gravità (o nebulosa se si vuole esagerare coi termini di astrofisica), attorno al quale ruotano testi narrativi italiani dal 1993 a oggi. Esperienze letterarie che svariano dal romanzo, al saggio, ad “oggetti narrativi non identificati”, ovvero opere così nuove e poco identificabili, tanto da non essere catalogabili.
Dal NIE è nato un dibattito che ancora non accenna a spegnersi, anzi, si ravviva ad ogni bava di vento, è stato commentato, letto a fondo o letto in fretta, celebrato o liquidato, osannato o crocifisso. D’altronde, come scrive il suo stesso autore:
“era prevedibile che incontrasse ostilità e reazioni sopra le righe: ci mangia un intero establishment sul tenere divise o unite con lo sputo cose e idee: cattedre tenute da baroni influenzano redazioni che s’impastano con organizzazioni di festivals & kermesses con patrocinii di province e regioni che finanziano potentati che carburano a precariati etc.” (2)
Premesso che le tesi sostenute nel saggio, oltre che interessanti, sono ampiamente condivisibili, almeno dal sottoscritto, era comunque fatale che, un teorema così nuovo e destabilizzante dal punto di vista letterario, accendesse il dibattito. Resta il fatto che, piaccia o no, che incontri simpatia o critiche feroci, il NIE esiste, forse in maniera confusa, caotica, ma c’è e si trasforma in continuazione, immagina, propone, racconta.
WM1 sostiene, a nostro avviso con ragione, che un tipo di esperienza come quella del NIE, sia figlia del nuovo ordine mondiale, di riflesso venutosi a creare con la caduta del muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e, nel nostro paese, il dissolversi del fattore “K” che aveva, di fatto, bloccato la politica italiana dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad allora.
L’uso dell’aggettivo “epico” potrebbe apparire una forzatura e far storcere il naso a qualcuno, se lo si intendesse nell’accezione tipo “racconto di imprese eroiche di personaggi umani, storici o leggendari”, ma se lo intendiamo come derivazione dal greco epos, cioè “parola” e “racconto” e lo associamo agli altri due termini che completano il titolo, ovvero new ed italian, e dunque lo intendiamo come un nuovo modo di raccontare tipicamente italiano, possiamo dire che ci sta tutto.
Per dirla sempre con le parole del suo autore:
“Accade (il NIE appunto) in Italia, non a caso. Paese delle mille emergenze, poco interessato al futuro, già oltre l’orlo di catastrofi indiscusse (nel senso che non se discute). Paese campione di polvere sotto il tappeto e liquami alle caviglie, Bengodi degli Stakeholder descritti da Saviano.” (3)
Un paese, ci permettiamo di aggiungere, in cui sta soffiando, pericolosissimo, un vento cominciato come una brezza anni fa e che nel tempo, tanti, troppi, hanno contribuito a rafforzare e pochi, troppo pochi, hanno vanamente cercato di smorzare. Un vento che, avanti di questo passo, diventerà bufera, perché a seminare vento, non si può fare altro che raccogliere tempesta e le nere nubi che si stanno addensando sul futuro sociale ed economico, non solo dell’Italia, ma del mondo intero, altro non sono che figlie di politiche basate su menzogne e paura. Politiche che troppe volte hanno trovato una certa letteratura sin troppo accondiscendente, se non addirittura prona.
Tra le caratteristiche che distinguono il fenomeno del NIE, l’autore identifica alcune peculiarità, tali caratteristiche sono molteplici, ma a mio avviso quelle peculiari sono 3.
1) Si lasciano alle spalle i pastiche “postmodernisti” precedenti, i cui autori erano saliti allegramente sul carro del presunto vincitore della guerra fredda (l’occidente) e che tronfi del proprio, appunto presunto, successo, eccedevano nel cattivo gusto di non prendere nulla e nessuno sul serio, dimenticando che le storture sociali di prima della caduta del muro erano ancora tutte, drammaticamente, persistenti.
2) La nascita di opere con stili nuovi e sovversivi nell’uso della lingua, la cui peculiarità sovversiva starebbe nell’essere appena percettibile e rintracciabile solo ad una lettura attenta e non superficiale.
3) Le fine definitiva e mortifera dei generi e della possibilità di classificazione per genere (e con essa la fine di tutti coloro che, sulle classificazioni, hanno costruito delle carriere). Esempio “Gomorra” che non è romanzo, non è report giornalistico, non è giallo, non è biografico, insomma non è classificabile, ma comunque è uno straordinario strumento di denuncia di una realtà che prima del libro era assolutamente trascurata.
WM1 afferma che il NIE sia sorto dopo il lavoro sui generi e nato dalla loro forzatura, senza, peraltro che lo si possa descrivere con il vecchio termine di “contaminazione” perché tale termine richiede il requisito che siano esistite condizioni iniziali di “purezza”, confini ben divisibili, quindi la possibilità di riconoscere provenienze e discriminare in quali percentuali i “generi” originali siano presenti nella miscela dell’opera “contaminata”. Per WM1 gli autori che hanno prodotto opere appartenenti al NIE, sono andati oltre, non si sono neppure più posti il problema, ma si sono limitati ad utilizzare quello che ritenevano fosse giusto e serio utilizzare per la creazione delle proprie opere.
Inoltre WM1 afferma che l’appartenenza al NIE debba essere intesa per opera e non per autore. Perché il medesimo scrittore, può avere scritto nel periodo dal 93 ad oggi opere che stanno nel NIE ed altre no (ad esempio il Camilleri di Montalbano starebbe fuori dal NIE ed il Camilleri di Maruzza Musumeci starebbe dentro).
L’autore non si ferma qui ed identifica altri punti in comune che caratterizzano le opere appartenenti al NIE, ce ne sarebbe da scrivere pagine e pagine, ma lasciamo i lettori interessati ad addentrarsi nei meandri del memorandum per proprio conto.
Quello su cui vorremmo concentrarci è invece il funerale dei vecchi “generi” che vuole celebrare il memorandum ed in particolare l’affermazione relativa a “giallo” e “noir” del suo autore in una delle note a piè di pagina della versione 2.0 (XI Termidoro); citiamo testualmente:
“nel 2005 i giochi erano fatti: con poche eccezioni, noir e giallo nostrani avevano esaurito la spinta propulsiva, cani mezzi morti accasciati in autostrada. Dal pozzo del “genere” esalava narrativa finto impegnata e contestataria, in realtà legalitaria e conservatrice” (4).
Ora, lungi da noi voler polemizzare con WM1, però qui ci sarebbe da argomentare a lungo anzi, volendo parafrasare scherzosamente le celebre gaffe di un calciatore di alcuni anni orsono, potremmo dire che “siamo completamente d’accordo, a metà”, con mister WM1.
Perché:
1) se è vero, come è vero, che i “generi” nell’accezione originale del termine possono considerasi morti e sepolti.
2) Se è altrettanto vero che molte opere di tinta “gialla” più o meno recenti si richiamano pericolosamente ad una mentalità reazionaria, legalitaria e conservatrice.
È pur vero però, che le ragioni perché opere di “tipo” noir, o polar, se si vuole utilizzare la sua dizione francese, esistenti prima del fenomeno NIE, sussistono tutt’oggi e, temiamo, esisteranno anche nel post NIE.
Utilizziamo volutamente il termine “tipo” perché riteniamo corretto superare la vecchia classificazione per generi, tuttavia questo non significa che le esigenze per cui opere che al noir si richiamano siano venute meno.
Proviamo a spiegarci e prima di farlo premettiamo che siamo sostanzialmente in sintonia con quanto scritto da Girolamo De Michele in un bell’articolo uscito in tre “puntate” su Carmilla (5).
I fattori comuni ai vecchi “generi” noir, giallo, poliziesco, thriller sono estremamente semplici da identificare. Sempre alle prese con dei crimini, più o meno violenti, o con intrighi politici, sempre ci sono delle trame da svolgere, dei misteri da svelare, dei moventi e dei colpevoli da scoprire. Sempre, o quasi, i protagonisti sono personaggi legati alla legge in modo più o meno diretto (poliziotti, “investigatori” privati, avvocati, agenti segreti e via dicendo).
Ognuno di questi elementi poteva essere ritrovato in un romanzo giallo classico, in un poliziesco duro all’americana (hard boiled) od in un thriller, così come in un noir.
Ma ciò che accomuna i generi (il crimine, i personaggi), non basta a ricondurre questa narrativa in un unico alveo. Anzi, sovente, ciò che li avvicina sono in verità le medesime cose che li separano.
Nei gialli tradizionali, ed anche nel poliziesco e nella spy story seppur con dinamiche a tratti differenti, è l’indagine a svolgere il ruolo di fulcro dell’azione e della narrazione. Si tratta di analizzare, investigare, ricostruire i fatti, allineare dei tasselli secondo logiche riconoscibili e spiegabili, per arrivare, al termine alla verità ed usualmente al trionfo della giustizia.
Ci permettiamo di citare Jean-Patrick Manchette “Nel poliziesco classico (ossia il poliziesco a enigma), il delitto turba l’ordine del Diritto, che bisogna restaurare scoprendo il colpevole ed “eliminandolo” dalla scena sociale” (6).
Nel giallo il conflitto di classe è inesistente, l’ordine regna sovrano, e il delitto non è che una turbativa momentanea cui il detective porrà rimedio usando lo stesso strumento del dominio: la logica deduttiva. Detective, poliziotto, o comunque eroe che immancabilmente si erge a modello e ricalca la figura del Tipo Ideale.
Ovvero si parte da un fattore, generalmente umano e spiegabile con motivazioni antropologiche e mai sociali, che perturba l’ordine costituito, le cose si mettono generalmente male, ma sul più bello arriva il nostro, o la cavalleria, o Dio sotto forma di destino, che risolvono il mistero, castigano il colpevole e ristabiliscono l’ordine primigenio. Restaurazione e/o conservazione dell’ordine, appunto, nessuna analisi se l’ordine in questione sia lecito e plausibile, nessuna analisi del contesto, i cattivi sono cattivi per fattori puramente antropologici, i buoni sono buoni, punto e basta.
Amen.
Nel noir invece, pur essendoci criminali ed investigatori, gli elementi indiziari sono meno importanti, la parte centrale non viene rivestita dall’indagine, ma dai personaggi e dalla loro psicologia, spesso deviata, dalle cause e dal contesto sociale nel quale i fatti narrati si sviluppano ed hanno luogo. Quasi tutti i protagonisti, anche quando sono dalla parte di colui che tenta di risolvere l’enigma, violano le stesse regole che dovrebbero invece far rispettare; in alcuni casi sono addirittura i colpevoli medesimi dei crimini narrati. Esiste sì l’indagine, ma non è il vero motore dell’azione, è solo un pretesto funzionale alla narrazione.
Esso non mostra un ordine alternativo all’esistente, non difende una verità contro un falso. Non fa altro che mostrare l’intera società con le sue storture, falsità ed ipocrisie. I suoi protagonisti non sono mai Tipi Ideali, tutt’altro. Le cause del male sono sempre sociali e, quasi mai, antropologiche (come avviene nella realtà). Il noir, possiamo dirlo, non è drammatico: è tragico. Nessun Dio, sia esso il dio della logica o il dio-in-terra dell’ordine costituito, scende dai suoi cieli proprio sul più bello per allungare la mano e salvare l’eroe in procinto di annegare.
Insomma, dove il giallo è semplificazione letteraria dell’animo umano (con buoni e cattivi severamente separati), nel noir si insinua il dubbio, è presente una fascia grigia che avvolge i personaggi e le loro azioni. L’autore approfitta della vicenda che narra per mettere i piedi nel piatto, alludere, denunciare, prendere posizione, “sporcarsi le mani” attingendo ampiamente dalle pagine di cronaca nera, od anticipando involontariamente la realtà che poi, il più delle volte, finisce per superare ampiamente la fantasia.
A volte il noir affronta a viso aperto la grande Storia, pensiamo ad Ellroy (American Tabloid, Sei pezzi da mille), o De Cataldo (Romanzo criminale, Nelle mani giuste): hanno provato a riscrivere a modo loro periodi salienti della storia dei propri paesi, tappando i buchi degli enigmi ancora esistenti con invenzioni letterarie che hanno tutto il sapore di essere più veritiere di certi libri di storia.
Il noir ama l’analisi “sociale” e la denuncia del marcio che sta dietro alle storture cui siamo spesso spettatori passivi, questa è la funzione fondamentale di un tipo di letteratura che passi pure sotto la classificazione che si vuole, o addirittura sotto alcuna classificazione come propone WM1, ma comunque una letteratura che non abbassa la guardia, non si sente in pace, ne tanto meno “arrivata” ma continua ad assolvere la sua funzione “sociale”, tanto più in un paese come l’Italia che, oggi più che mai, è colta dal pericoloso raptus di voltare la faccia di fronte al marcio, all’illegalità, agli scheletri negli armadi ed alla povere sotto i tappeti
Se ricordo bene, Salman Rushdie, ha scritto “la narrativa dice la verità in un’epoca in cui le persone cui è demandato di dirla inventano storie. I politici, i media, coloro che creano le opinioni inventano storie. Allora è dovere dello scrittore di finzioni cominciare a dire la verità”.
Niente di più vero.
Oltre all’elemento di contenuti, “sociali” o “politici”, del noir vi è anche un’altra caratteristica, stilistica, che lo differenzia marcatamente, in modo quasi teatrale dagli altri “polizieschi”.
Uno stile spesso asciutto, immediato, diretto, spesso violento, a volte sincopato.
Ad esempio un elemento (più marcato nel noir dell’ultimo ventennio), è l’uso massiccio della paratassi. La paratassi opera, a livello formale, allo stesso modo della narrazione romanzesca: costringe il lettore a riempire quei vuoti lasciati dalla scrittura, sia nel contenuto che nell’espressione. Quindi mette al lavoro, di nuovo, la capacità linguistica così che la facoltà di giudizio del lettore, in teoria già accesa dai contenuti, subisca un nuovo stimolo.
Il noir, insomma, ha la potenzialità di far pensare.
Provocatoriamente, potremmo concludere dicendo che la nascita del NIE ha sì decretato la sacrosanta sepoltura dei generi.
Ma non del noir.
Perché esso, il noir, non è un genere.
È un colore, uno stato d’animo, una sensazione.
È il rumore che proviene dallo stomaco di chi, di fronte all’ingiustizia, non si rassegna, non volta la faccia, non abbassa la testa, ma reagisce.
E se per reagire sceglie la strada della scrittura, il risultato potrà essere un’inchiesta giornalistica, una canzone rock, o un romanzo noir.
E se ciò che questo individuo ha scritto avrà colto nel segno, allora il Potere cercherà di classificarlo, blandirlo, normalizzarlo, renderlo innocuo.
E se se non sarà possibile normalizzarlo allora il Potere lo dichiarerà sovversivo e pericoloso e cercherà di screditarlo.
E se non sarà possibile né normalizzarlo, né screditarlo, allora il Potere cercherà di eliminarlo.
Il noir.
Il colore della storia da quando l’uomo ha cominciato la sua instancabile opera predatoria.
JP Rossano
Note:
(1) Wu Ming 1 “New talian Epic 2.0” pag. 29
(2) Op. cit. pag. 2
(3) Op. cit. pag. 29
(4) Op. cit. nota XI Termidoro pag. 12
(5) La pigra macchina del noir. Considerazioni sul genere dopo la sua morte annunciata
Carmilla (http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001916.html#001916)
(6) Jean-Patrick Manchette, “Le ombre inquiete. Il giallo, il nero e gli altri colori del mistero” Cargo, 2006.
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Novembre 10th, 2008 at 9:41 am
Beh ragazzi datemi pure del vanitoso, che tanto non mi offendo, ma sono orgoglioso di comunicare che questo articolo è citato niente po’ po’ di meno che da Carmilla, il che non capita tutti i giorni ad un JP Rossano qualsiasi
(http://www.carmillaonline.com/archives/2008/11/002836.html#002836)
A proposito ringrazio la redazione di Carmilla per la cortese disponibilità
JP
Novembre 10th, 2008 at 11:30 am
E’ un intervento complesso, strutturato, espande uno dei punti cardine del memorandum di WM1, a mio parere. Davvero complimenti e grazie per le riflessioni, JP!
Novembre 10th, 2008 at 12:27 pm
10 Novembre 2008,
giornata da incorniciare.
Dopo la pubblicazione su Carmilla, incasso anche le belle parole del “Maestro” Genna.
Grazie
JP
Dicembre 10th, 2008 at 4:50 pm
[…] J.P. Rossano interviene sul suo blog - http://www.jprossano.com/2008/nie-noir/ - a proposito di NIE e morte dei generi: […] a volte il noir affronta a viso aperto la grande Storia, pensiamo ad Ellroy (American Tabloid, Sei pezzi da mille), o De Cataldo (Romanzo criminale, Nelle mani giuste): hanno provato a riscrivere a modo loro periodi salienti della storia dei propri paesi, tappando i buchi degli enigmi ancora esistenti con invenzioni letterarie che hanno tutto il sapore di essere più veritiere di certi libri di storia. […]
Dicembre 16th, 2008 at 3:22 pm
[…] Il dibattito si articola sul sito Carmilla on line e colà vi rimandiamo per seguire tutti gli interventi. Magari anche con una capatina sul sito di J. P. Rossano, per seguire un altro filone di discussione. […]