Un assaggio del 1° Capitolo
1. Incubi e stoccate
(Domenica)
Lui avanza silenziosamente nel garage, deserto e semibuio, dal fondo del locale i fari di un’auto scura lampeggiano un paio di volte, il segnale convenuto.
Si ferma come stabilito.
L’auto si mette in moto, poi lentamente, molto lentamente, si avvicina, si viene a fermare di fronte a lui. Si aprono le portiere posteriori, scendono due uomini.
Quello più anziano, con i capelli ampiamente brizzolati, lo squadra da capo a piedi, poi gli rivolge un sorriso gelido. Il secondo uomo, un armadio dal collo taurino ed i capelli rasati a zero, si posiziona immediatamente dietro al primo, con l’atteggiamento tipico del guardiaspalle, ha in mano una valigetta nera.
Ad un cenno col capo dell’uomo brizzolato, lui consegna il plico di documenti che ha portato con sé, segue un rapido esame, annuisce, sembra soddisfatto.
Un secondo cenno col capo ed il gorilla consegna la valigetta.
La apre, ne verifica il contenuto: contiene quanto pattuito.
Chiude la valigetta ed abbozza un sorriso.
L’uomo brizzolato tende la mano, se la stringono, ma non è una stretta molto calorosa, sembra di toccare la pelle fredda e squamosa di un rettile, l’istinto sarebbe quello di ritrarsi immediatamente, ma non lo fa, potrebbe essere un gesto pericoloso.
I due uomini risalgono in auto, che riparte e sparisce nell’oscurità.
Nessuno ha proferito una parola per tutta la durata dell’incontro.
Lui si sente la mano umida, come se fosse bagnata, le getta uno sguardo distratto.
È lorda di sangue.
L’uomo si svegliò di soprassalto, nelle orecchie l’eco di un suo urlo, era sudato fradicio.
Si passò le mani sul viso madido, poi se le guardò terrorizzato, non c’era traccia di sangue.
Un incubo, un altro maledetto incubo che, come quasi tutte le notti, lo veniva a trovare.
Un altro parto di quella coscienza che aveva tentato vanamente di reprimere, ma che, puntuale ed implacabile, tornava a presentargli il conto per tutte quelle schifezze di cui era stato complice.
Guardò a fianco a sé nel grande letto matrimoniale: lei dormiva serena, ignara di tutto, probabilmente sognava qualcuno dei preziosi e costosissimi regali che lui le aveva fatto recentemente, o qualcuno dei desideri che lui avrebbe presto realizzato.
Lei ignorava tutto, o forse sospettava qualcosa, a proposito di quella improvvisa e misteriosa disponibilità economica.
Ma era brava a fare finta di nulla, le era sufficiente mantenere quel tenore di vita.
Se lui si meritava il premio nobel degli uomini di merda e dei venduti, a lei nessuno avrebbe potuto togliere l’oscar per l’ipocrisia.
Come al solito, si alzò per andare in bagno a lavarsi le mani e la faccia, lo faceva in continuazione, probabilmente era un tentativo inconscio per togliersi di dosso quel senso di sporco.
Sapeva già che non ci sarebbe riuscito.
*****
Il palazzetto, gremito di gente, è in assoluto silenzio, sembra quasi che i presenti trattengano il fiato. Il presidente di giuria, di fronte alla pedana rialzata della finale, osserva il tempo scorrere sul timer e scandire, inesorabile, lo scorrere del minto di pausa prima che abbia inizio l’ultimo intervallo dell’assalto, quello decisivo.
Il segna punti elettronico segna il risultato: 14 pari, solo una stoccata separa entrambi i concorrenti dalla vittoria finale, quella più grande, l’apoteosi per la carriera di un atleta.
A due lati opposti della pedana sono seduti due uomini, vestiti della bianca divisa degli schermidori. Attorno a loro maschere e fioretti disordinatamente gettati in terra, attendono che giunga il momento fatale. Sui giubbotti argentati sono scritti i loro cognomi e la loro nazionalità: la medesima, sono compagni di squadra, ora inesorabilmente rivali.
Nei loro occhi il vuoto, la fissità tipica della massima concentrazione, per trovare l’ultima mossa, l’azione giusta da fare, quella che li può portare alla gioia ed alla imperitura memoria di un oro olimpico, od all’oblio e all’eterno rimpianto di un beffardo argento.
Sono soli, non hanno attorno maestri, o commissari tecnici, o compagni a suggerire gli ultimi affannosi consigli, com’è prassi in quei momenti.
Facendo parte della medesima nazionale nessuno del team, può, o vuole, schierarsi dalla parte di uno dei due contendenti.
Se qualcuno ha delle preferenze, le tiene diplomaticamente per se, questa è la regola.
Il Commissario Tecnico li osserva, immobile e silenzioso.
Per lui il risultato finale ormai non conta, un oro ed un argento olimpico nel fioretto maschile valgono, con gli interessi, tutti i sacrifici di una carriera da maestro. Il resto è accademia.
“ En garde s’il vous plaît “ il presidente di giuria chiama gli atleti al centro della pedana, poi li guarda alzarsi e raggiungere il proprio posto, quello alla sua sinistra, quello mancino, zoppica vistosamente.
Si è fatto male al ginocchio sul finire della semifinale, poi vinta con il coreano, ma sino a lì a stretto i denti. I due atleti provano le armi, con il braccio armato si fanno il saluto di rito, poi salutano il presidente di giuria ed il pubblico.
Infine indossano le maschere e si mettono in posizione di guardia.
“Etes-vous prêts ? “, cenno affermativo col capo da parte di entrambi “Allez“.
Passo avanti, passo avanti affondo, entrambi fanno la medesima azione, entrambi “toccano” il bersaglio valido, si accendono tutte e due le lampadine dell’apparecchio segna stoccate, entrambi si rivolgono al presidente di giuria esultando, come a richiedere l’assegnazione della stoccata.
Ma non è così: simultaneo, nulla di fatto, tutto da rifare.
Il rituale si ripete religiosamente identico: in guardia, pronti, a voi.
Questa volta il mancino, seppur zoppo, tenta coraggiosamente un controtempo: finge l’affondo, poi arretra, sciogliendo misura per far andare a vuoto l’attacco dell’avversario, lo scopo è quello di parare e rispondere.
Ma il ginocchio infortunato la tradisce, non si può puntare il tutto per tutto di una finale olimpica, su un ginocchio con i legamenti crociati posteriori a pezzi, di per sé è già stato un miracolo di forza di volontà essere arrivati lì sino al 14 pari, a giocarsi tutto in una sola drammatica stoccata.
Il dolore è lancinante, il passo indietro non riesce abbastanza profondo da sciogliere adeguatamente misura. La lama dell’avversario arriva al bersaglio valido, il pulsante in cima alla lama chiude il contatto, si accende la luce colorata del segnapunti.
La finale olimpica del fioretto maschile è finita.
L’uomo si svegliò di soprassalto, nelle orecchie l’eco di un suo urlo, era sudato fradicio.
Si passò le mani prima sul viso madido, poi sul ginocchio sinistro, era ancora lì al suo posto, ovviamente, i chirurghi avevano fatto un buon lavoro e lui era dignitosamente tornato a fare il proprio dovere, ma ormai era tardi: l’oro olimpico era sfumato per sempre.
Un incubo, un altro maledetto incubo che, come quasi tutte le notti, lo veniva a trovare facendogli rivivere a puntate gli episodi di un passato che lui avrebbe voluto volentieri dimenticare e che invece tornava a presentarsi inesorabile.
C’era stato un tempo in cui il buio, la notte, il sonno erano stati dei preziosi alleati.
“Sonno. Queste piccole porzioni di morte. Quanto le odio” aveva scritto un tempo Egdar Allan Poe; lui al contrario le aveva amate profondamente. Erano il solo modo di sfuggire alla realtà: dormire chiudere gli occhi, sprofondare nel buio e nell’oblio; una piccola, piacevole, anticipazione di quello che sarebbe stata la morte, la grande consolatrice che avrebbe definitivamente portato via ogni cosa, rimosso ogni ricordo, cancellato ogni dolore.
Poi però, erano arrivati quegli incubi, carichi di ricordi e di flashback a fargli rivivere il passato come in un’eterna moviola inceppata che mostra sempre le medesime scene. E così anche il buio e la notte, così come la luce ed il giorno, erano diventati dei nemici.
Ormai nella sua guerra era rimasto completamente solo e la stava perdendo ogni giorno di più.
Guardò l’ora: le sette del mattino, questa volta il sogno era arrivato più tardi del solito.
Guardò a fianco a sé nel grande letto matrimoniale: era vuoto come sempre da quattro anni.
Grattandosi perplesso il mento ispido di barba, si interrogò su che giorno fosse e cosa ci fosse da fare per tentare di tenersi in vita e non impazzire definitivamente.
Domenica: era la prima risposta. Doveva tenere fede ad una promessa fatta ad un amico: era la seconda.
Mantenerla avrebbe significato un altro, doloroso, salto nel passato pensò.
Ma una promessa è una promessa e va mantenuta ad ogni costo, soprattutto se è stata fatto ad un amico.
Dopo la doccia, mentre faceva la sua usuale, abbondante colazione, accese la TV per sentire le ultime notizie.
Come da copione erano brutte…………………………….