J.P. Rossano

Il sito ufficiale dell’autore del thriller “L’ultima stoccata”

"J.P. Rossano e la Scherma"

Cosa mi piace di questo sport? Tutto.
La scherma è bella e terribile, come la vita. Perché quando sali in pedana sei solo, come in tutti i momenti cruciali della vita. Attorno può esserci un sacco di gente, ma, di fatto, sei solo. E poi, in realtà, non affronti l’avversario, affronti te stesso, te stesso e tutti i fantasmi che affollano la tua mente e la tua coscienza.
La scherma è rissa, finzione, imbrogli, machismo, mito dei gladiatori, dei galli e dei segaioli.
La scherma è rappresentazione teatrale della vita, come, al tempo medesimo, la vita è un lungo, estenuante, assalto di scherma, nel quale tutti si cimentano… …e da cui i più ne escono sconfitti.

News

3.07.2008 | Categoria: Blog

ADDIO A MARIO RIGONI STERN

Un rotolo di fogli dentro uno zaino al fianco di un giaciglio, all’interno di un lager tedesco in Masuria. In questo modo è cominciata la stesura de “Il sergente nella neve”, nel quale si racconta la storia del suo autore e al tempo medesimo, quella di un’intera armata, l’ARMIR, mandata a combattere e morire, senza equipaggiamento, a 40 gradi sotto zero sul fronte del Don.
Il proprietario dell’involto è il sergente maggiore Mario Rigoni Stern, che in questo libro ci racconta, senza retorica e con misurato orgoglio, di come sia scampato alla tragica ritirata di Russia dell’esercito italiano tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, e come un gruppo di soldati, ormai allo sbando, sia riuscito a sfondare, armato del coraggio dettato della disperazione, l’accerchiamento sovietico. Ma “Il sergente nella neve” è anche il ricordo di tutti i compagni che non c’è l’hanno fatta, di coloro che egli ha visto cadere al suo fianco nella neve, uccisi dai combattimenti, ma anche e soprattutto, dai colpi dell’inverno russo.
Sopravvissuto alla guerra ed alla deportazione nazista, Mario Rigoni Stern seppe raccontare le memorie di quelle tragiche esperienze nei suoi libri, assieme all’amore per la natura e la montagna, che furono il suo secondo filone di ispirazione letteraria.
Ho letto per la prima volta “Il sergente nella neve” da ragazzino, ai tempi delle scuole medie, e riletto un altro paio di volte da adulto, sempre con la medesima emozione.
Da qualche giorno il suo autore non c’è più, ci ha lasciati ed ora sarà a raccogliere stelle alpine sulle montagne di un posto bellissimo, ove vanno a riposare gli uomini giusti, quando lasciano questo tristo mondo.
Con lui se n’è andato un altro testimone della storia del Novecento, una memoria che, in questi tempi oscuri di strisciante e pericoloso revisionismo, dovremmo fare di tutto per non perdere e che libri come “Il sergente nella neve” ci possono aiutare a raccontare alle generazioni future.

Addio sergent magiur

18.03.2008 | Categoria: Blog

HITLER di Giuseppe Genna – Il Male e il dovere della Memoria

A proposito dell’esistenza del Male e della necessità di trovare il coraggio per raccontarlo, abbiamo già scritto (Il noir, il male ed il potere).
Del libro di Jonathan Littell “Le Benevole”, storia turpe di un impunito nazista, un romanzo bello seppur a tratti difficile da leggere, anche.
A questo punto era quasi fatale tanto che mi avventurassi nella lettura di “Hitler” di Giuseppe Genna, quanto che tediassi i visitatori del sito con le mie riflessioni in merito.
Qui scatta, doverosa, una precisazione. Il Genna Giuseppe, JP Rossano, non lo conosce, non gli deve dei favori, non è intenzionato a chiederne e, prima di Hitler, non aveva neppure letto nessuna delle sue opere. Questo va detto subito, tanto per sgomberare il campo da possibili dubbi di partigianeria, se non di convenienza.
Hitler” di Giuseppe Genna, dunque. Lettura suggerita dal mio amico Simone Sarasso, mentre si stava discutendo del libro di Littell e di quanto avesse scritto il sottoscritto in proposito.
Confesso, mi sono accostato alla lettura di questo romanzo con cautela e non poco prevenuto sospetto.
Molto si è scritto su Adolf Hitler, sempre però in forma di saggistica. Se si esclude, forse, “La parte dell’altro di Schmitt, questa è la prima volta che un autore affronta la sfida: Adolf Hitler quale protagonista di un’opera narrativa.
Il risultato: eccezionale ed agghiacciante al tempo stesso. “Hitler” è la sintesi del Male umano.
Basato su precise ricerche storiche, il romanzo di Genna, dipinge un quadro tanto cupo, quanto tristemente realista del suo deprecabile protagonista.
E lo fa emettendo una condanna senza appello. Esatto: l’autore non si colloca fuori dalla storia, vi si getta dentro, trascinando con se l’attonito lettore.
Hitler” è l’impietosa narrazione di come un idiota, tanto patetico quanto maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa essere assurto al sanguinario ruolo che ha avuto nella storia del ‘900.
Nessuna mitizzazione, nessuna assoluzione, nessuna redenzione, come è giusto che sia.
Infanzia devastata, adolescenza demente, turbe sessuali, miseria, fallimenti personali, dura esperienza nelle trincee della I Guerra Mondiale: nulla di tutto ciò può spiegare l’inspiegabile. Se l’Aue del romanzo di Littell è, pur nel suo abominio, un giovane brillante, dotato di buona cultura e figlio di ottime letture; l’Hitler di Genna è un “cretino” sin dalle prime pagine e resterà un cretino per tutto il romanzo, fino all’abisso conclusivo nel Bunker di Berlino.
Mentitore, vile, schizoide, tuttavia dotato di una logorrea trascinante. Imbevuto di una anti cultura, appresa dai peggiori libelli nazionalisti e dalle riviste di antisemitismo dozzinale che circolavano nella Germania di Weimar, Hitler parla, per tutta la durata del romanzo, della sola cosa di cui possa parlare una simile non persona. Del vuoto, del nulla, del niente.
Egli è un untore del nulla, catalizza nella sua non persona tutto il vuoto che lo circonda, lo amplifica e lo sparge come un virus.
Il nazismo si diffonde come un tumore nel corpo malato della Germania della repubblica di Weimar, coagulando attorno a Hitler altri tumori, non persone, Hitler potenziali, dementi meno carismatici, ma altrettanto grotteschi: Goering, Röhm, Goebbels, Hess, Himmler, Bormann.
È un’inarrestabile ascesa: il putsch della birreria, la presa del potere, l’incendio del Reichstag, la “Notte dei Lunghi Coltelli”, il rogo dei libri, i pogrom anti-ebrei. L’autore non ci risparmia nulla e dipinge l’angosciante sensazione che, nel clima dell’Europa del tempo e con la colpevole inazione delle potenze mondiali, la più grande delle tragedie europee avanzi verso l’inevitabile scoppio della II Guerra Mondiale e l’Olocausto.
Odio razziale, miseria e ignoranza: il combustibile. I nazionalismi: il comburente. Hitler e la sua cricca di psicopatici: la scintilla esplosiva.
La narrazione procede sino a che l’orrore raggiunge il suo apice. Lo sterminio degli ebrei, gli Einsatzkommando, i bombardamenti sull’Inghilterra, l’attacco all’Unione Sovietica, la tragedia della VI armata a Stalingrado, i campi di concentramento, le V2, il progressivo collasso del Terzo Reich, sino al delirio degli ultimi giorni in una Berlino da girone dantesco.
Poiché dal punto di vista della trama Genna non inventa nulla, ne modifica, ma riporta fedelmente la storia, ciò che colpisce di più del romanzo è lo stile. Esplosivo, la scrittura descrive il delirio trasmettendo la febbre.
La narrazione è marmorea, asciutta sino all’estremo, delinea la scena in modo succinto, mai eccessivo, non si abbandona a fronzoli da fighetti, non concede nulla alla prosa raffinata.
Ogni frase è un colpo di maglio, persino quando è composta di un’unica parola.
Anzi più la frase è secca, concisa, più il suo effetto sulla narrazione e sul lettore è agghiacciante.
Lo stile giusto per descrivere il Male e, soprattutto, per il messaggio più importante del romanzo: un appello privo di compromessi sulla necessità della memoria. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.
Hitler” è, assolutamente, un libro da leggere.
Appare ridicola, se non addirittura offensiva, l’accusa mossa ai romanzi di Littell e Genna, da quel signore che scrive sull’Avvenire  “… libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male …”. La pornografia del Male sono le trasmissioni fiume intorno alle villette di Cogne e di Garlasco, i plastici delle scene del delitto esposti nei salotti buoni della televisione, le code per assistere al processo per i fatti di Erba, non dei romanzi di spessore letterario e rigore storico che contribuiscono ad uno dei nostri doveri principali: non dimenticare ciò che è accaduto perché non possa più accadere. Affermare, come ha scritto il medesimo signore, che “…il Male assoluto respinge ogni argomento in contrario, anzi lo trasforma addirittura in un evento positivo…” equivale a firmare una resa incondizionata. Non possiamo raccontarlo, altrimenti egli, il male, rigira a suo favore i nostri argomenti. Tanto varrebbe tacere, allora, lasciare che l’oblio abbia il sopravvento, così che i figli possano tranquillamente ripetere gli errori dei padri, senza che nessun memento possa trattenerli.
D’altronde non potremmo pretendere molto da chi sostiene che “La metafisica del Male è materia teologica. Non fa per lo scrittore…” se così fosse Dante avrebbe dovuto limitarsi al Purgatorio ed al Paradiso, privandoci di quel capolavoro che è l’Inferno, la qual cosa si commenta da sé.

PS 19-03-08, abbiamo l’onore di vedere questo post, pubblicato sul sito di Giuseppe Genna, con tanto di commenti da parte dell’Autore, che Vi invito a leggere.

 

18.02.2008 | Categoria: Blog

“Le Benevole”

Fratelli umani lasciate che vi racconti com’è andata……. Vi riguarda vedrete che vi riguarda.”
In queste parole che l’autore, Jonathan Littell, mette in bocca al protagonista del libro, l’io narrante Maximilian Aue, è rinchiusa buona parte dell’inquietudine che anima questo romanzo.
È inutile nasconderlo, Le Benevole non è un libro facile da leggere.
Per parecchi motivi.
Per i temi trattati, il nazismo, lo sterminio degli ebrei, gli orrori della II guerra mondiale sul fronte orientale.
Perché molte sono pagine brutte, perché è la morte violenta a essere brutta.
Perché è un romanzo impervio, con centinaia di nomi e cognomi, città, paesi, date difficili da tenere a mente. L’iperrealismo è tale che sembrano davvero le memorie di un ex-criminale di guerra. Protagonista a parte, i personaggi ed fatti di cui si narra sono reali, più che un romanzo storico, sembra un libro di storia, con una precisione ed un dettaglio da farlo risultare, a tratti, lento ed ostico da seguire. Al sottoscritto è parso di essere nuovamente tra le pagine di ottimi libri di storia come “Guerra in Russia” di Overy, o “Stalingrado” e “Berlino 1945” di Beevor.
Soprattutto, non è un libro facile da leggere, perché presenta i fatti con gli occhi di uno dei carnefici, che accompagna il lettore all’inferno ed è un libro che ti penetra dentro e non ti abbandona facilmente. Non è soltanto morboso, rappresenta crudamente un’oscena mescolanza tra gusto macabro, finta purezza ideologica, stanchezza, vomitevole schifo, progressivo stato di indifferenza a quello che accade, caos burocratico di un stato marcio, in equilibrio tra ordine maniacale e disordine frenetico, l’efficienza paurosa dell’ottusità, intrecciando una storia costellata da burocrati convinti di eseguire solo degli ordini, ma anche da sadici che torturano le loro vittime per provare piacere.
Intitolati con i nomi dei vari balli, Toccata, Sarabanda, Minuetto, proprio come in una danza macabra e cinica, i capitoli del libro seguono la cronologia dei ricordi di Maximilian Aue, all’epoca dello scoppio della II guerra mondiale un giovane intellettuale dalle buone, anzi ottime, letture, ma anche un personaggio estremamente complesso. Omosessuale, arruolato per convenienza nelle SS, innamorato della sorella gemella, con un odio profondamente radicato per la madre che accusa di avere dimenticato la memoria del padre, misteriosamente comparso, risposatasi in seconde nozze con un ricco francese.
Egli giudica le perversioni degli altri, ma non trascura le sue, non nasconde assolutamente niente delle sue pulsioni più segrete, si addentra nell’inferno del nazismo e degli orrori del fronte orientale, prima attonito e sconvolto, poi sempre più anestetizzato dall’abitudine, fino a che non si trova bloccato nel Kessel, la sacca di Stalingrado, dove la blitzkrieg delle armate del Führer si trasforma nella rattenkrieg e cambiano le sorti della guerra.
Le giornate di Stalingrado rappresentano una svolta, un “vuoto”, nel romanzo e nella vita del protagonista. Vuoto che si riempie di follia, non più burocratica, sistematica e organizzata, ma selvaggia. L’accerchiamento sovietico e la ferita che riporta alla testa scavano un solco nel tempo e nella psiche devastata di Aue, producono visioni e fantasticherie, diminuiscono cifre, date e acronimi, tutto è bianco e non si sentono rumori.
E’ a questo punto che l’onda s’incurva e volge indietro, con violenza moltiplicata.
Rischiando pericolosamente di identificarsi con il protagonista, trappola astutamente posta in atto dall’autore con l’uso dell’io narrante, il lettore si ritrova testimone attonito del tracimare di un fiume, goccia dopo goccia, dati, episodi, conversazioni, ricordi, incubi, stragi, violenza, ne aumentano il volume. Finché il fiume non esonda ed il protagonista tocca il livello massimo della sua bassezza e trova una fortunosa ed immeritata via di fuga da una Berlino in fiamme, come fosse protetto dalle Benevole, le mitologiche Eumenidi, (contrapposte alle Erinni le divinità della vendetta) che proteggono Oreste dalla furia degli dei nonostante il matricidio di Clitennestra.
La tracimazione di questo fiume, che equivale a leggere Le Benevole, obbliga il lettore a porsi molte domande.
Perché Aue, nonostante il disgusto, i conati di vomito, la diarrea psicosomatica che lo perseguita per quasi mezzo libro, fa quello che fa? Come ha potuto un’intera nazione lasciare che questo accadesse? Voltare la testa dall’altra parte, fare finta di nulla, se non addirittura farsi partecipe diretta dell’Olocausto? Come ha potuto tutto il resto del mondo non comprendere prima ciò che stava accadendo?
Ma sopratutto, domanda ancora più terribile, cosa avrebbe fatto lui, il lettore, se il destino lo avesse posto in questa bufera dalla parte dei carnefici? Si sarebbe ribellato, a rischio di finire tra le vittime? L’istinto di sopravvivenza avrebbe prevalso ed avrebbe fatto finta di non vedere? Sarebbe stato tra gli indifferenti e ottusi esecutori, o peggio tra i sadici entusiasti?
Sono domande difficili, dalle quali è più facili fuggire che rispondere, per dirla tutta, si rischia di finire la lettura più stronzi di quando la si è iniziata.
Insomma “Le Benevole” non è un libro facile da leggere, ma è un romanzo importante, non si può ignorare, va letto e affrontato.
La II guerra mondiale è l’evento storico più raccontato e rappresentato di tutti i tempi. I suoi strascichi hanno condizionato tutta la storia del 900 e, a distanza di oltre 60 anni, ancora condizionano la storia contemporanea.
Il colossale mistero di come un insignificante nullità umana quale fu Adolf Hitler, sia riuscito a segnare così profondamente la Storia resta e la sua lugubre figura ci tiene compagnia continuando a sbucare come monito perenne. Basta leggere la Storia recente, qualunque sterminio e genocidio è valutato in confronto alla Shoah, qualunque nemico, viene paragonato all’ex caporale austriaco.

13.02.2008 | Categoria: Blog

Israele ospite della Fiera del Libro di Torino 2008

Amici e lettori, su Nazione Indiana c’è un appello di Raul Montanari (apartitico, e politico nell’accezione più alta del termine), di solidarietà nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, maltrattati da settimane per aver deciso di ospitare Israele alla prossimo Salone.
Decine di intellettuali, scrittori e semplici websurfer, lo hanno firmato e tra essi il sottoscritto.
Se concordate con l’appello e ne avete voglia, firmate anche voi.
Oppure non firmatelo, ma riflettete perchè, a mio avviso, resta il fatto che, seppur lecite, opinioni critiche nei confronti dell’attuale governo israeliano, dovrebbero coesistere con il rispetto per gli scrittori di quel paese.
Boicottare la Fiera del Libro, sarebbe un colossale autogol, perché se esiste una voce davvero critica che viene dal cuore di Israele, una critica alla sua politica, questa viene proprio da quegli scrittori che si vorrebbero boicottare. Sarebbe come dimenticare (errore in cui sovente si incappa) che la critica ad una certa politica degli Stati Uniti viene proprio da molti di quegli intellettuali americani che sono stati dei maestri. Se volete trovare delle motivazioni valide e ben esposte, per cui vale la pena di sottoscrivere l’appello, potete leggere quelle di Gianni Biondillo sempre su Nazione Indiana, parole le sue, che sottoscrivo completamente.

8.01.2008 | Categoria: Blog

IL NOIR, IL MALE ED IL POTERE

IL NOIR, IL MALE ED IL POTERE
(Da dove arriva, ma soprattutto dove sta andando il noir italiano ?)

 Il nostro ragionamento parte dalle considerazioni del “Maestro” Giancarlo De Cataldo (semplicemente GDC nel prosieguo), nel suo intervento al Courmayeur Noir in festival, poi riproposto dalle pagine on line di Border Fiction.
Ora, premesso che quanto affermato dall’autore de Romanzo Criminale e Nelle mani giuste è per ampi tratti ampiamente condivisibile, tuttavia il suo intervento ci offre degli spunti che permettono sia di proporre alcuni rispettosi distinguo, sia di approfondire dei temi. Tra gli elementi tipici del noir, GDC evidenzia “l’ossessivo interrogarsi sulla presenza del Male”. Ovviamente sottoscrivo, ma non solo, ci sarebbe da dire di più.
Per un “genere”, ovvero per una famiglia di generi, che si rifà ad un evidente realismo, non sarebbe possibile non porsi tale interrogativo. Indipendentemente che si abbiano riferimenti religiosi o meno, chiunque disponga di una lucida capacità di osservazione della cronaca di tutti i giorni e conosca anche solo un poco la storia dell’umanità, non potrà non riconoscere la costante presenza del Male, non importa il nome che gli si voglia dare. Il Male c’è, esiste, è ben presente e si sforza continuamente di trovare un posto nella storia degli individui, come in quella della società.
Per ragioni che sfuggono a noi comuni mortali, gli è preclusa la possibilità di agire in prima persona ed allora è costretto trovare degli strumenti tramite i quali tentare di imporre le sue oscure trame. Il Male è scaltro, sa meglio di chiunque altro agire per interposta persona e gli esseri umani, la loro meschinità, l’odio, l’invidia, la sete di ricchezza e di potere, sono spesso gli strumenti che predilige.
È nella coraggiosa capacità di provare a scavare, sino ad infangarsi negli oscuri rapporti tra il Male e l’animo umano e tra il Male ed il Potere, che il Noir, a nostro avviso, può dare il meglio di sé e raggiungere i suoi livelli più alti. Questo è il punto centrale, il nocciolo, la polpa. Il resto: l’incerto confine fra legge e trasgressione, gli antieroi problematici e romantici, le dark lady, sono solo contorno, spesso di maniera.
In merito ad altre affermazioni di GDC si potrebbero fare delle osservazioni.
Se è pur vero, come in effetti è, che il Noir che GDC definisce “classico”, quelli dei Chandler e degli Hammett per intenderci, si è sviluppato negli States tra gli anni ‘30 e ’60; è altrettanto vero che i germogli ed i prodromi del Noir, pur secondo gli stili dell’epoca, affondano nella notte dei tempi.
Del Noir hanno il sapore alcune tragedie greche, Noir sono molti personaggi della letteratura sheakespiriana (Riccardo III, Machbet, Amleto), Noir è il Manzoniano “La sciagurata rispose”, Noir la relazione tra lo Sherlock Holmes di Sir Conan Doyle e la morfina, Noir il rapporto morboso tra il capitano Achab e Moby Dick in Melville, Noir, del più nero che esista, è il Kurtz de Cuore di Tenebra di Conrad.
Dunque il nostro amato Noir esisteva già ben prima del suo perido “classico” a stelle e strisce che forse deve la sua, per altro merita, celebrità alla contemporanea ascesa del fenomeno “cinematografo” che, attingendo a piene mani dalla letteratura noir, ha decretato la fortuna di entrambi.
Di certo GDC ha ragione quando afferma che la fine del noir classico negli anni 60 sia stata produttrice di grandi effetti ed abbia permesso la nascita e lo sviluppo di altri prolifici filoni Noir sino a quelli contemporanei, compreso il Noir italico dei giorni nostri. Così come ha ragione a ritenere positivi i fenomeni di ibridizzazione e di meticciamento che e ne sono seguiti. Ed ancora di più ha ragione a ritenere che sarebbe un grave errore, per gli autori di oggi, richiudersi dentro gli steccati di una presunta superiorità, senza accettare altri benefici inquinamenti. Insomma il noir è vivo e lotta insieme a noi.
Poi l’affermazione che occorre “sottrarre il noir italiano al suo peggior nemico: se stesso (incluso: l’ego degli scrittori) è addirittura sacrosanta. In qualunque campo si operi, uno dei pericoli maggiori del successo è quello di confonderlo con un punto di arrivo, dove arroccarsi e difendere la posizione, senza comprendere che, in realtà, si tratta solo di un punto di passaggio, dal quale ripartire per evolvere ulteriormente. E abbiamo la sensazione che tra i rappresentanti del genere che sono “arrivati”, come si suol dire, o che tali si ritengono, l’indulgenza in questo peccato sia tutt’altro che rara.
Infine un’ultima considerazione. GDC rivendica al Noir italico il merito, non trascurabile, di avere imboccato  “la strada di un realismo fortemente venato di critica sociale e politica” e ci trova in piena sintonia.
Poi, però, ammette che quando si deve scrivere per la TV si debbono fare i conti con le pressioni per essere meno critici e meno “politici”. Questo è effettivamente un grave limite della televisione di oggi.
Presenta (non sempre, ma spesso) fiction edulcorate, dove la divisione tra bene e male è netta quasi rassicurante, strabocca di buoni sentimenti, ci tranquillizza con la falsa illusione che sul più bello arriva la cavalleria ed i nostri trionfano. Questo è quanto di più lontano ci possa essere da quella indagine sul Male, e sul suo rapporto con l’uomo, a cui si faceva riferimento poc’anzi. Però è la medesima TV che sulle paure irrazionali e sul senso di insicurezza, che lo stesso GDC nel suo articolo afferma che occorre vincere affrontandoli, ci sguazza, aggirandosi morbosa tra i plastici delle villette di Cogne o di Garlasco.
Qui sta un altro pericolo per il noir di casa nostra. Nel suo rapporto con il Potere.
Abbiamo detto che la peculiarità del Noir è quella di analizzare il Male, guardandolo in faccia.
Ma una delle caratteristiche del Male è proprio quella di negare la propria esistenza, o quanto meno il proprio potere nel mondo. Allora attenzione, perché volendo rincorrere ad ogni costo il successo si rischia di finire succubi del Potere, uno dei cui scopi non dichiarati è proprio quello di mettere a tacere le coscienze ed azzittire le critiche.

3.09.2007 | Categoria: Blog

Sarasso parla de “L’ultima stoccata”

Sul blog “Confine di Stato” dell’autore del romanzo omonimo, il mio amico Simone Sarasso si parla de “L’ultima stoccata” in termini sin troppo lusinghieri. Se siete curiosi e volete darci un’occhiata potete cliccare qui.

Tra l’altro, nel medesimo articolo, si fa riferimento alle riflessioni a proposito del bellisimo “Nelle mani giuste” di Giancarlo De Cataldo che abbiamo postato nel nostro modesto articoletto , il che, non lo nascodiamo, ci riempie di piacere.

28.05.2007 | Categoria: Blog

Umberto Eco ed il “giallo”

Leggendo recentemente uno scritto di Simone Sarasso (l’autore di “Confine di Stato”, che approfitto per salutare e ringraziare), a proposito de “Il pendolo di Foucault”, mi sono venute in mente alcune riflessioni in merito al rapporto tra alcuni romanzi di Umbro Eco e la letteratura gialla che riporto qui di seguito.
Scrive Simone a proposito del Pendolo: “Esistono due categorie di lettori del romanzo di Eco: quelli che non riuscivano a smettere di leggerlo e quelli che non sono riusciti a finirlo.
I secondi, se interpellati a proposito, rispondono con la frase : “È troppo difficile…”.
Degli appartenenti alla prima specie ne ho conosciuti ben pochi”.
A tal proposito mi permetto di aggiungere che anche per quanto riguarda “Il nome della rosa” (ma forse per tutti i romanzi di Eco), si potrebbe tranquillamente suddividere i lettori in queste due categorie. E tra i romanzi di Eco, proprio questi due, sono quelli che appartengono, almeno in qualche modo, alla categoria dei “gialli” o quantomeno dei romanzi di investigazione.
A voler esagerare, nel genere dei romanzi di investigazione potrebbe entrare veramente un po’ di tutto. I romanzi polizieschi e quelli di investigazione in generale, rappresentano storie di congettura, allo stato puro ed ai lettori, solitamente, piacciono i gialli e le investigazioni non tanto perché ci siano i morti ammazzati, ma perché seguendo le congetture, alla fine si celebra il trionfo dell’ordine (sociale, legale e morale) sul disordine. Però poi, guardando con maggiore attenzione, scopriamo che anche una diagnosi medica, una ricerca scientifica, un’interrogazione di tipo filosofico sono casi di congettura, ovvero di indagine. Insomma per farla breve anche nella medicina, come nella psicoanalisi, o nella filosofia, la domanda fondamentale pare essere la medesima del romanzo poliziesco, ovvero: di chi è la colpa? E la soluzione a questo interrogativo si trova, solitamente, seguendo delle congetture e presupponendo che i fatti abbiano una logica, solitamente imposta dal colpevole che si sta ricercando. Ma stiamo uscendo dal seminato e torniamo pertanto alle “presunte” connessioni tra i romanzi di Eco e la letteratura di genere giallo.

“Il nome dalla rosa”, come tutti certamente sapranno, narra delle vicende legate alle investigazioni svolte da un monaco – scienziato (Guglielmo da Baskerville), che si viene a trovare in un convento dell’Italia del nord alla fine del 1327, nel periodo dell’eresia di Fra Dolcino, del trasferimento del papato da Roma ad Avignone e della discesa in Italia dell’imperatore Ludovico.
Nel convento si susseguono una serie di morti terribili e misteriose, collegate con la scomparsa di un libro dalla biblioteca – labirinto dell’abbazia ed intrecciate con la scoperta che tra le mura si nascondono alcuni ex appartenenti ai gruppi eretici dolciniani.
Le vicende sono narrate, parecchi anni dopo lo svolgimento dei fatti, da un novizio che si trovava in compagnia di Guglielmo, Adso da Melk, che passa attraverso gli avvenimenti, li registra con la fedeltà fotografica di un adolescente, ma non li capisce e non li capirà neppure da vecchio, tanto da scegliere una fuga nel nulla divino al contrario di quello che gli aveva insegnato il suo maestro Guglielmo.
Eco è abile ad ingannare l’ingenuo lettore, il libro comincia come se fosse un giallo e pure prosegue come se fosse un giallo, propina un Grand Gugnol di sangue, di morti ammazzati, di misteri, di libri che nascondo chissà quali segreti. Ma intanto fa leggere al lettore anche storia, arte, latino, teologia e trascina lo “sventurato” che si è incaponito nella lettura sino alla fine del romanzo per scoprire che si tratta di un giallo dove si scopre ben poco ed il detective, in realtà, alla fine viene sconfitto.
L’impressione finale è che l’autore abbia voluto provare a scrivere una storia poliziesca che non fosse ancora stata scritta, ovvero quella non c’è nulla da scoprire perché il vero colpevole, non sta nelle trame del romanzo, ma nella mente del lettore. Ovvero nessuno è innocente, i veri colpevoli siamo noi. A chi scrive piacque pensare, quando lesse Il nome della rosa, che l’autore volesse, tra le altre cose, suggerire un modo differente di guardare al passato, alla storia. Non più accettarla in modo passivo e neppure distruggerla, come spesso sino ad allora era stato fatto, ma rivisitarla, con ironia, andando più a fondo, per capire meglio cosa fosse successo realmente e perché.
Il tema della rilettura storia ne “Il pendolo di Foucault” è ancora più forte. I fatti si svolgono tra il 1972 ed il 1984. Il periodo è quello degli ultimi strascichi di contestazioni studentesche, ove gli striscioni e gli slogan stanno per essere sostituiti dalle pistole. Ma è anche il periodo in cui, nel mondo editoriale, nasce l’interesse per quella che si potrebbe definire “Sapienza Alternativa”.
Si tratta di tutto quel filone di nozioni che va dal mito di Ermete Trismegisto agli alchimisti, passando dalle piramidi di Giza, dalla Cabala ebraica e da molto altro. Tutto strettamente interconnesso. Tutto valido e credibile, purché dica il contrario di quello che sta scritto nei libri di storia. Se oggi le librerie di largo consumo hanno una sezione dedicata alla New Age od all’esoterismo, lo devono quel periodo. Lo stesso fortunatissimo “Codice da Vinci” ha saccheggiato a piene mani tra alcune delle leggende, provenienti dai secoli precedenti, mille volte tornate in auge e citate nella narrazione del Pendolo medesimo. Il romanzo racconta della reazione di tre intellettuali di fronte a questa invasione editoriale. Costretti a visionare centinaia di testi con opinioni desuete su fatti storici (dal mito dei Templari all’alchimia alla storia della Confraternita Rosa-Croce) per conto della casa editrice in cui lavorano, i protagonisti decidono, animati da ironico snobismo, di giocare a riscrivere la storia del mondo usando il materiale a loro disposizione.
“Se questa gente sostiene che la verità non sta sui libri di storia, allora facciamo sì che abbiano ragione”. Tutti. Basta connettere le nuove informazioni in una sorta di atlante alternativo della Sapienza, ove alla base sta un complotto cosmico.
Ma il gioco diventerà ben presto più grande di loro, e finirà per fagocitarli, facendo loro perdere ciò che fino a quel momento li aveva preservati: lo spirito critico.
Per cinquecento pagine si assiste alla costruzione del “Piano” (il complotto cosmico), e ci si perde nella marea di elucubrazioni storico - filosofiche sulla Verità ultima. Ed è qui che il lettore della categoria numero due, che citavamo all’inizio, molla il colpo. Smette.
Se fosse arrivato in fondo, sarebbe stato premiato: alla fine è tutto fasullo. Non è vero nulla. Non esiste un piano, non esiste un complotto, non esiste un colpevole, o dei colpevoli, non era vero nulla; il segreto è vuoto. Oppure se vogliamo provare a dare la medesima interpretazione che abbiamo azzardato per Il nome della rosa, il vero colpevole, non sta nelle trame del romanzo, ma nella mente del lettore.
L’autore ci ha abilmente imbrogliati, facendoci credere di avere scritto un giallo, od un romanzo di indagine, ma questo non è vero, perché non c’era nulla da scoprire e lo si sapeva già dall’inizio; ma dopo centinaia di pagine i protagonisti (insieme al lettore) sembrano essersene dimenticati, ed hanno finito per credere al gioco che avevano inventato.
Coloro che il libro hanno finito di leggerlo (categoria numero uno), hanno a questo punto due alternative: andare a dormire rasserenati dalla morale della favola (è stato un brutto sogno. Ora son desto) o restare svegli a controllare quanto il sogno avesse di reale, sbirciando sotto al letto della Ragione a caccia di mostri.
Simone Sarasso sostiene, nello scritto che ha dato lo spunto a questa riflessione, che la “religione del Pendolo”, ha formato una generazione di nuovi scrittori e che il risultato paradossale è stato un rinnovato interesse per la Storia, quella vera. Cercando di verificare le affabulazioni si è finito per saperne di più sulla Verità dei libri di storia. E a quel punto sì che si poteva inventare. Si sono riempiti i vuoti con la storia dei singoli. Si è raccontata la Storia dal punto di vista dei protagonisti (marginali e non). Questa è stata una soluzione, ma ve ne sono tante altre (De Cataldo suggerisce Simone, e più recentemente Saviano si permette di aggiungere il sottoscritto). Il fulcro del discorso è che i lettori del Pendolo hanno deciso di portare avanti il Racconto, cambiando strada, evolvendosi, ma non smettendo di immaginare.

16.05.2007 | Categoria: Blog

Il “giallo” della differenza tra noir e giallo

Discorrendo amenamente con alcuni lettori nel corso della recentissimo Salone del Libro di Torino, sono venuto alla conclusione che sia largamente diffusa una qual certa confusione tra il genere giallo e quello noir. Ora, poiché mi riconosco più tra gli appassionati del secondo, per non dire tra gli scrittori perché mi parrebbe di usare impropriamente il titolo; ci terrei a fare un po’ di chiarezza, o quantomeno a provarci.
Per farlo possiamo provare ad identificare quelli che sono sia i punti in comune, sia i tratti distintivi tra il noir vero e proprio ed i suoi parenti (più o meno prossimi): il giallo, il poliziesco ed il thriller.
I fattori comuni sono estremamente semplici da identificare. Siamo sempre alle prese con dei crimini, più o meno violenti, o con intrighi politici, sempre ci sono delle trame da svolgere, dei misteri da svelare, dei moventi e dei colpevoli da scoprire. Sempre, o quasi, i protagonisti sono personaggi legati alla legge in modo più o meno diretto (poliziotti, “investigatori” privati, avvocati, agenti segreti e via dicendo).
Ognuno di questi elementi può essere ritrovato in un romanzo giallo classico, in un poliziesco duro all’americana (hard boiler) od in un thriller, così come in un noir.
Ma ciò che accomuna i generi (il crimine, i personaggi), non basta a ricondurre questa narrativa in un unico alveo. Anzi, sovente, ciò che li avvicina sono in verità le medesime cose che li separano.
Nei gialli tradizionali, ed anche nel poliziesco e nella spy story seppur con dinamiche a tratti differenti, è l’indagine a svolgere il ruolo di fulcro dell’azione e della narrazione. Si tratta di analizzare, investigare, ricostruire i fatti, allineare dei tasselli secondo logiche riconoscibili e spiegabili, per arrivare, al termine alla verità ed usualmente al trionfo della giustizia.
In pratica, tutto si basa sulla chiarificazione di un enigma che prelude alla vittoria dei “buoni” ed alla conseguente sconfitta e punizione dei “cattivi”.
In tutto questo processo il fatto umano e psicologico ha una parte, spesso fondamentale, ma è comunque solo una parte di un meccanismo razionale. Questo cerca il lettore del “giallo” (trama, intreccio ingegnoso, matassa da dipanare) e questo puntualmente gli propone l’autore, in modo più o meno brillante in funzione delle sue capacità di narratore.
Nel noir invece, pur essendoci criminali ed investigatori, la parte centrale non viene rivestita dall’indagine, ma dai personaggi e dalla loro psicologia spesso deviata. Nel noir quasi tutti i protagonisti, anche quando sono dalla parte di colui che tenta di risolvere l’enigma, vivono e violano le regole che dovrebbero invece rispettare; in alcuni casi sono addirittura i colpevoli medesimi dei crimini narrati. Esiste sì l’indagine, ma non è il vero motore dell’azione, è solo un pretesto funzionale alla narrazione.
Mentre nel giallo l’indagine sta in primo piano ed i personaggi fanno da sfondo (da quinta teatrale), nel noir, le parti si invertono. Ecco allora che sono i personaggi stessi e le loro vicende a passare in primo piano, mentre il ruolo di comprimario viene recitato dall’indagine. Tanto che in alcuni casi il colpevole si palesa subito al lettore che non deve scoprire la verità, ma solo seguire le vicende che portano alla soluzione della vicenda, soluzione, guarda caso, spesso tragica.
Dove il giallo è semplificazione letteraria dell’animo umano (con buoni e cattivi severamente separati), nel noir si insinua il dubbio, è presente una fascia grigia che avvolge i personaggi e le loro azioni, dove i buoni non sono così buoni, quando non sono addirittura assenti, oppure solo comprimari dei personaggi negativi che sono, di fatto, i veri protagonisti della vicenda.
Il noir si serve sì dei meccanismi che costituiscono la base dei “gialli” e dei “polizieschi”, ma come strumenti, sono i personaggi a giocare il vero ruolo centrale.
Mentre nel giallo il lieto fine ed il trionfo del bene sono praticamente scontati, nel noir, l’happy end non è per nulla scontato, anzi spesso è l’epilogo tragico a farla da padrone.
Volendo spingerci ad azzardare alcuni esempi potremmo citare i romanzi di James Ellroy, infarciti di tutori della legge corrotti, spesso al soldo di delinquenti, se non delinquenti incalliti essi stessi, o comunque pronti, pur di proteggere i propri interessi personali, ad aggirare quelle regole che per primi dovrebbero far rispettare (scrivo questo pensando ad alcuni personaggi “epici” quali Turner “Buzz” Meeks o “Bidone” Vincennes). Oppure, tanto per restare in casa nostra, potremmo riferirci al bellissimo “Romanzo criminale” di De Cataldo, nel quale, alla fine della lettura, delinquenti e servitori dello stato finiscono tutti per apparire sotto la medesima, sinistra, luce inquietante (non nego di avere provato più simpatia per il Libanese o per il Dandi, che non per Scialoja).
Da questo punto di vista ed osservando con spirito critico il mondo che ci circonda, potremmo dire che, se il giallo ed il poliziesco sono semplificazioni della realtà, il noir ne è una rappresentazione più realistica e per questo più drammatica.
Non a caso gli autori del genere noir amano spesso mettere i piedi nel piatto, alludere, denunciare, prendere posizione, “sporcarsi le mani” attingendo ampiamente dalle pagine di cronaca nera, od anticipando involontariamente la realtà che, il più delle volte, finisce per superare ampiamente la fantasia (“Il giorno del lupo” di Lucarelli non è forse una ricostruzione antecedente alla sanguinosa vicenda della “Uno Bianca”?).
Non a caso, a mio modestissimo parere e come ho già avuto modo di scrivere altrove, credo che il noir si possa considerare l’erede di quelle che furono la tragedia greca prima e quella shakespeariana poi.
È possibile che i puristi storcano il naso, o si scandalizzino addirittura, di fronte a questa affermazione, tuttavia più penso ad una tragedia come “Riccardo III”, più vi riconosco i tratti, estremamente moderni, di un noir dei giorni nostri.

16.05.2007 | Categoria: Blog

Ogni risposta ha la sua domanda

Molti, tra i pochi che hanno messo in pratica la sventurata idea di leggere “L’ultima stoccata”, hanno avuto anche la bontà di scrivermi, per farmi conoscere i propri commenti, le critiche e talvolta porre qualche domanda. Qui di seguito potrete trovare le risposte ad alcune delle domande più interessanti, a cui ho avuto piacere di rispondere. Solo le riposte però, perché le domande sono così evidenti, che scriverle sarebbe un insulto all’intelligenza del lettore. 

Si, i romanzi ed il genere noir in particolare sono, a mio modesto parere, un ottimo strumento per rappresentare la società di oggi con tutte le sue storture. Perché, anche se spesso facciamo finta di non accorgercene, nella nostra società c’è qualcosa che non funziona. Denaro, potere e successo ad ogni costo sono i modelli proposti (ed imposti) dai media e seguiti dai più; non è quasi più possibile fare politica, nell’accezione “nobile” del termine; il sano giornalismo d’inchiesta lascia spesso spazio ad un gossip stupido quanto inutile. Ecco che, citiamo Sandrone Dazieri, “il noir italiano si è auto assegnato il compito di decifrare il presente attraverso la chiave della detection”, rispondendo al disagio provato da alcuni di fronte a queste realtà ed al desiderio di mettere i piedi nel piatto, alludere, denunciare, prendere posizione.

 No, non sono molto favorevole all’idea di spiegare dei perché e dei percome relativi ad una storia che ho raccontato. Ho sempre pensato che i libri servano non tanto per creare delle certezze, ma piuttosto per generare delle ipotesi che ogni lettore deve svilupparsi autonomamente. Da questo punto di vista le spiegazioni in merito alle proprie opere, date a posteriori da parte degli autori, sono spesso più deleterie e controproducenti che utili. Ad essere sincero penso che, dopo avere scritto un libro, un autore dovrebbe sparire o farsi ammazzare, così eviterebbe di dover passare il resto del suo tempo a spiegare cosa voleva dire. È più giusto che ogni lettore si faccia un’idea propria, poi se il libro lo leggono in due milioni e nascono due milioni di ipotesi differenti, tento meglio. Ho letto che qualcuno, non ricordo più chi, ha sostenuto che i gialli siano un ottimo modo per dire delle cose sensate. Ecco io c’ho provato. Quello che volevo dire, e se sia sensato, provate a deciderlo da voi”.   

No, non ho paura di essere confuso con le idee, i valori e le azioni (buone, o malvagie che siano) dei miei personaggi. Sarebbe un pensiero da principianti, va bene che sono un esordiente, ma non sono mica nato ieri. Uno scrittore deve raccontare quello che la storia che sta scrivendo gli impone e cercare di farlo nel modo migliore e più accattivante per i lettori. Anche perché i personaggi, una volta che li hai creati, prendono consapevolezza di se, ti sfuggono di mano. Il povero scrittore li ha messi al mondo perché svolgano un ruolo e quelli, proditoriamente, dopo qualche pagina, cominciano ad agire di testa loro e non resta altro che assecondarli. 

  Si, sono un pessimista. E pure profondamente convinto che nessuno, ma proprio nessuno, sia del tutto innocente. Siamo tutti un po’ colpevoli. È sufficiente leggere la storia, o la cronaca nera di tutti i giorni: il genere umano, lasciato solo ed in balia di se stesso, passa la maggior parte del proprio tempo a cercare di auto distruggersi nei modi più svariati, fantasiosi e malvagi.    Si lo confesso, poiché errare è umano, ma perseverare è diabolico, sto scrivendo un altro romanzo con Jarno (ma non solo lui), come protagonista, anche se prevedo tempi lunghi di gestazione, pertanto chi avrà la bontà do volerlo leggere dovrà portare un po’ di pazienza. 

  Ovviamente no, nessuna anticipazione sulla trama del prossimo romanzo, ma come per “L’ultima stoccata”, si tratterà di un noir dove il male, i cattivi e le tinte fosche troveranno ampio spazio. Cosa ci volete fare, forse è difficile da credere, viste le storie che racconto, ma sono un moralista che teme il giudizio degli dei. Credo che il senso morale della narrativa consista nel mostrare le orribili conseguenze di un atto immorale e il prezzo karmico che le persone pagano per averlo perpetrato.