J.P. Rossano

Il sito ufficiale dell’autore del thriller “L’ultima stoccata”

"J.P. Rossano e la Scherma"

Cosa mi piace di questo sport? Tutto.
La scherma è bella e terribile, come la vita. Perché quando sali in pedana sei solo, come in tutti i momenti cruciali della vita. Attorno può esserci un sacco di gente, ma, di fatto, sei solo. E poi, in realtà, non affronti l’avversario, affronti te stesso, te stesso e tutti i fantasmi che affollano la tua mente e la tua coscienza.
La scherma è rissa, finzione, imbrogli, machismo, mito dei gladiatori, dei galli e dei segaioli.
La scherma è rappresentazione teatrale della vita, come, al tempo medesimo, la vita è un lungo, estenuante, assalto di scherma, nel quale tutti si cimentano… …e da cui i più ne escono sconfitti.

News

7.09.2009 | Categoria: Blog

Addio a Fernanda Pivano

Fernanda Pivano ci ha lasciati.

Anche grazie a lei abbiamo potuto conoscere autori come Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Jack Keruac, Allen Ginsberg, tutta la Beat Generation, per proseguire con Jay MCInerney, Bret Easton Ellis, Dave Foster Wallace, Chuck Palahniuk.

Alla fine degli Anni ‘90 ebbe una profonda amicizia con Fabrizio De Andrè, che aveva musicato le poesia di Spoon River, da lei tradotte 50 anni prima. Per lei, amica anche di Bob Dylan, il cantautore genovese era un grande poeta.

Fernanda non ha mai perso la fiducia che l’umorismo e l’onesta potessero salvare il mondo. Credeva che la letteratura sia inutile se non è onesta, credeva che l’onesta fosse più importante della grandiosità e degli atteggiamenti fasulli cha gli scrittori celebri amano assumere.

Addio Fernanda, ci mancherai molto.

6.11.2008 | Categoria: Blog

Il “NEW ITALIAN EPIC” ed il “De profundis” dei generi

Il “NEW ITALIAN EPIC” ed il “De profundis” dei generi

Il noir italiano ha esaurito la sua spinta propulsiva?

“La letteratura non deve, non deve mai, non deve mai credersi in pace” (1)

Con un po’ di presunzione ed una notevole dose di ardimento, con queste parole, scritte dall’autore nell’ultima pagina del saggio, si potrebbe osare e riassumere l’interessante “New Italian Epic” (NIE). Un saggio di Wu Ming 1 (WM1), disponibile da qualche tempo in rete e del quale l’autore ha da poco elaborato la versione 2.0 (dedicata a David Foster Wallace recentemente scomparso), che ha fatto molto discutere sui media ed in Rete.

Nel memorandum WM1 ha individuato un ipotetico centro di gravità (o nebulosa se si vuole esagerare coi termini di astrofisica), attorno al quale ruotano testi narrativi italiani dal 1993 a oggi. Esperienze letterarie che svariano dal romanzo, al saggio, ad “oggetti narrativi non identificati”, ovvero opere così nuove e poco identificabili, tanto da non essere catalogabili.
Dal NIE è nato un dibattito che ancora non accenna a spegnersi, anzi, si ravviva ad ogni bava di vento, è stato commentato, letto a fondo o letto in fretta, celebrato o liquidato, osannato o crocifisso. D’altronde, come scrive il suo stesso autore:
era prevedibile che incontrasse ostilità e reazioni sopra le righe: ci mangia un intero establishment sul tenere divise o unite con lo sputo cose e idee: cattedre tenute da baroni influenzano redazioni che s’impastano con organizzazioni di festivals & kermesses con patrocinii di province e regioni che finanziano potentati che carburano a precariati etc.” (2)
Premesso che le tesi sostenute nel saggio, oltre che interessanti, sono ampiamente condivisibili, almeno dal sottoscritto, era comunque fatale che, un teorema così nuovo e destabilizzante dal punto di vista letterario, accendesse il dibattito. Resta il fatto che, piaccia o no, che incontri simpatia o critiche feroci, il NIE esiste, forse in maniera confusa, caotica, ma c’è e si trasforma in continuazione, immagina, propone, racconta.
WM1 sostiene, a nostro avviso con ragione, che un tipo di esperienza come quella del NIE, sia figlia del nuovo ordine mondiale, di riflesso venutosi a creare con la caduta del muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e, nel nostro paese, il dissolversi del fattore “K” che aveva, di fatto, bloccato la politica italiana dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad allora.

L’uso dell’aggettivo “epico” potrebbe apparire una forzatura e far storcere il naso a qualcuno, se lo si intendesse nell’accezione tipo “racconto di imprese eroiche di personaggi umani, storici o leggendari”, ma se lo intendiamo come derivazione dal greco epos, cioè “parola” e “racconto” e lo associamo agli altri due termini che completano il titolo, ovvero new ed italian, e dunque lo intendiamo come un nuovo modo di raccontare tipicamente italiano, possiamo dire che ci sta tutto.

Per dirla sempre con le parole del suo autore:
Accade (il NIE appunto) in Italia, non a caso. Paese delle mille emergenze, poco interessato al futuro, già oltre l’orlo di catastrofi indiscusse (nel senso che non se discute). Paese campione di polvere sotto il tappeto e liquami alle caviglie, Bengodi degli Stakeholder descritti da Saviano.” (3)
Un paese, ci permettiamo di aggiungere, in cui sta soffiando, pericolosissimo, un vento cominciato come una brezza anni fa e che nel tempo, tanti, troppi, hanno contribuito a rafforzare e pochi, troppo pochi, hanno vanamente cercato di smorzare. Un vento che, avanti di questo passo, diventerà bufera, perché a seminare vento, non si può fare altro che raccogliere tempesta e le nere nubi che si stanno addensando sul futuro sociale ed economico, non solo dell’Italia, ma del mondo intero, altro non sono che figlie di politiche basate su menzogne e paura. Politiche che troppe volte hanno trovato una certa letteratura sin troppo accondiscendente, se non addirittura prona.

Tra le caratteristiche che distinguono il fenomeno del NIE, l’autore identifica alcune peculiarità, tali caratteristiche sono molteplici, ma a mio avviso quelle peculiari sono 3.
1) Si lasciano alle spalle i pastiche “postmodernisti” precedenti, i cui autori erano saliti allegramente sul carro del presunto vincitore della guerra fredda (l’occidente) e che tronfi del proprio, appunto presunto, successo, eccedevano nel cattivo gusto di non prendere nulla e nessuno sul serio, dimenticando che le storture sociali di prima della caduta del muro erano ancora tutte, drammaticamente, persistenti.
2) La nascita di opere con stili nuovi e sovversivi nell’uso della lingua, la cui peculiarità sovversiva starebbe nell’essere appena percettibile e rintracciabile solo ad una lettura attenta e non superficiale.
3) Le fine definitiva e mortifera dei generi e della possibilità di classificazione per genere (e con essa la fine di tutti coloro che, sulle classificazioni, hanno costruito delle carriere). Esempio “Gomorra” che non è romanzo, non è report giornalistico, non è giallo, non è biografico, insomma non è classificabile, ma comunque è uno straordinario strumento di denuncia di una realtà che prima del libro era assolutamente trascurata.
WM1 afferma che il NIE sia sorto dopo il lavoro sui generi e nato dalla loro forzatura, senza, peraltro che lo si possa descrivere con il vecchio termine di “contaminazione” perché tale termine richiede il requisito che siano esistite condizioni iniziali di “purezza”, confini ben divisibili, quindi la possibilità di riconoscere provenienze e discriminare in quali percentuali i “generi” originali siano presenti nella miscela dell’opera “contaminata”. Per WM1 gli autori che hanno prodotto opere appartenenti al NIE, sono andati oltre, non si sono neppure più posti il problema, ma si sono limitati ad utilizzare quello che ritenevano fosse giusto e serio utilizzare per la creazione delle proprie opere.

Inoltre WM1 afferma che l’appartenenza al NIE debba essere intesa per opera e non per autore. Perché il medesimo scrittore, può avere scritto nel periodo dal 93 ad oggi opere che stanno nel NIE ed altre no (ad esempio il Camilleri di Montalbano starebbe fuori dal NIE ed il Camilleri di Maruzza Musumeci starebbe dentro).
L’autore non si ferma qui ed identifica altri punti in comune che caratterizzano le opere appartenenti al NIE, ce ne sarebbe da scrivere pagine e pagine, ma lasciamo i lettori interessati ad addentrarsi nei meandri del memorandum per proprio conto.
Quello su cui vorremmo concentrarci è invece il funerale dei vecchi “generi” che vuole celebrare il memorandum ed in particolare l’affermazione relativa a “giallo” e “noir” del suo autore in una delle note a piè di pagina della versione 2.0 (XI Termidoro); citiamo testualmente:
nel 2005 i giochi erano fatti: con poche eccezioni, noir e giallo nostrani avevano esaurito la spinta propulsiva, cani mezzi morti accasciati in autostrada. Dal pozzo del “genere” esalava narrativa finto impegnata e contestataria, in realtà legalitaria e conservatrice(4).
Ora, lungi da noi voler polemizzare con WM1, però qui ci sarebbe da argomentare a lungo anzi, volendo parafrasare scherzosamente le celebre gaffe di un calciatore di alcuni anni orsono, potremmo dire che “siamo completamente d’accordo, a metà”,  con mister WM1.
Perché:
1) se è vero, come è vero, che i “generi” nell’accezione originale del termine possono considerasi morti e sepolti.
2) Se è altrettanto vero che molte opere di tinta “gialla” più o meno recenti si richiamano pericolosamente ad una mentalità reazionaria, legalitaria e conservatrice.
È pur vero però, che le ragioni perché opere di “tipo” noir, o polar, se si vuole utilizzare la sua dizione francese, esistenti prima del fenomeno NIE, sussistono tutt’oggi e, temiamo, esisteranno anche nel post NIE.
Utilizziamo volutamente il termine “tipo” perché riteniamo corretto superare la vecchia classificazione per generi, tuttavia questo non significa che le esigenze per cui opere che al noir si richiamano siano venute meno.
Proviamo a spiegarci e prima di farlo premettiamo che siamo sostanzialmente in sintonia con quanto scritto da Girolamo De Michele in un bell’articolo uscito in tre “puntate” su Carmilla (5).
I fattori comuni ai vecchi “generi” noir, giallo, poliziesco, thriller sono estremamente semplici da identificare. Sempre alle prese con dei crimini, più o meno violenti, o con intrighi politici, sempre ci sono delle trame da svolgere, dei misteri da svelare, dei moventi e dei colpevoli da scoprire. Sempre, o quasi, i protagonisti sono personaggi legati alla legge in modo più o meno diretto (poliziotti, “investigatori” privati, avvocati, agenti segreti e via dicendo).
Ognuno di questi elementi poteva essere ritrovato in un romanzo giallo classico, in un poliziesco duro all’americana (hard boiled) od in un thriller, così come in un noir.
Ma ciò che accomuna i generi (il crimine, i personaggi), non basta a ricondurre questa narrativa in un unico alveo. Anzi, sovente, ciò che li avvicina sono in verità le medesime cose che li separano.

Nei gialli tradizionali, ed anche nel poliziesco e nella spy story seppur con dinamiche a tratti differenti, è l’indagine a svolgere il ruolo di fulcro dell’azione e della narrazione. Si tratta di analizzare, investigare, ricostruire i fatti, allineare dei tasselli secondo logiche riconoscibili e spiegabili, per arrivare, al termine alla verità ed usualmente al trionfo della giustizia.
Ci permettiamo di citare Jean-Patrick Manchette “Nel poliziesco classico (ossia il poliziesco a enigma), il delitto turba l’ordine del Diritto, che bisogna restaurare scoprendo il colpevole ed “eliminandolo” dalla scena sociale” (6).
Nel giallo il conflitto di classe è inesistente, l’ordine regna sovrano, e il delitto non è che una turbativa momentanea cui il detective porrà rimedio usando lo stesso strumento del dominio: la logica deduttiva. Detective, poliziotto, o comunque eroe che immancabilmente si erge a modello e ricalca la figura del Tipo Ideale.
Ovvero si parte da un fattore, generalmente umano e spiegabile con motivazioni antropologiche e mai sociali, che perturba l’ordine costituito, le cose si mettono generalmente male, ma sul più bello arriva il nostro, o la cavalleria, o Dio sotto forma di destino, che risolvono il mistero, castigano il colpevole e ristabiliscono l’ordine primigenio. Restaurazione e/o conservazione dell’ordine, appunto, nessuna analisi se l’ordine in questione sia lecito e plausibile, nessuna analisi del contesto, i cattivi sono cattivi per fattori puramente antropologici, i buoni sono buoni, punto e basta.
Amen.

Nel noir invece, pur essendoci criminali ed investigatori, gli elementi indiziari sono meno importanti, la parte centrale non viene rivestita dall’indagine, ma dai personaggi e dalla loro psicologia, spesso deviata, dalle cause e dal contesto sociale nel quale i fatti narrati si sviluppano ed hanno luogo. Quasi tutti i protagonisti, anche quando sono dalla parte di colui che tenta di risolvere l’enigma, violano le stesse regole che dovrebbero invece far rispettare; in alcuni casi sono addirittura i colpevoli medesimi dei crimini narrati. Esiste sì l’indagine, ma non è il vero motore dell’azione, è solo un pretesto funzionale alla narrazione.
Esso non mostra un ordine alternativo all’esistente, non difende una verità contro un falso. Non fa altro che mostrare l’intera società con le sue storture, falsità ed ipocrisie. I suoi protagonisti non sono mai Tipi Ideali, tutt’altro. Le cause del male sono sempre sociali e, quasi mai, antropologiche (come avviene nella realtà). Il noir, possiamo dirlo, non è drammatico: è tragico. Nessun Dio, sia esso il dio della logica o il dio-in-terra dell’ordine costituito, scende dai suoi cieli proprio sul più bello per allungare la mano e salvare l’eroe in procinto di annegare.
Insomma, dove il giallo è semplificazione letteraria dell’animo umano (con buoni e cattivi severamente separati), nel noir si insinua il dubbio, è presente una fascia grigia che avvolge i personaggi e le loro azioni. L’autore approfitta della vicenda che narra per mettere i piedi nel piatto, alludere, denunciare, prendere posizione, “sporcarsi le mani” attingendo ampiamente dalle pagine di cronaca nera, od anticipando involontariamente la realtà che poi, il più delle volte, finisce per superare ampiamente la fantasia.

A volte il noir affronta a viso aperto la grande Storia, pensiamo ad Ellroy (American Tabloid, Sei pezzi da mille), o De Cataldo (Romanzo criminale, Nelle mani giuste): hanno provato a riscrivere a modo loro periodi salienti della storia dei propri paesi, tappando i buchi degli enigmi ancora esistenti con invenzioni letterarie che hanno tutto il sapore di essere più veritiere di certi libri di storia.
Il noir ama l’analisi “sociale” e la denuncia del marcio che sta dietro alle storture cui siamo spesso spettatori passivi, questa è la funzione fondamentale di un tipo di letteratura che passi pure sotto la classificazione che si vuole, o addirittura sotto alcuna classificazione come propone WM1, ma comunque una letteratura che non abbassa la guardia, non si sente in pace, ne tanto meno “arrivata” ma continua ad assolvere la sua funzione “sociale”, tanto più in un paese come l’Italia che, oggi più che mai, è colta dal pericoloso raptus di voltare la faccia di fronte al marcio, all’illegalità, agli scheletri negli armadi ed alla povere sotto i tappeti
Se ricordo bene, Salman Rushdie, ha scritto “la narrativa dice la verità in un’epoca in cui le persone cui è demandato di dirla inventano storie. I politici, i media, coloro che creano le opinioni inventano storie. Allora è dovere dello scrittore di finzioni cominciare a dire la verità”.
Niente di più vero.

Oltre all’elemento di contenuti, “sociali” o “politici”, del noir vi è anche un’altra caratteristica, stilistica, che lo differenzia marcatamente, in modo quasi teatrale dagli altri “polizieschi”.
Uno stile spesso asciutto, immediato, diretto, spesso violento, a volte sincopato.
Ad esempio un elemento (più marcato nel noir dell’ultimo ventennio), è l’uso massiccio della paratassi. La paratassi opera, a livello formale, allo stesso modo della narrazione romanzesca: costringe il lettore a riempire quei vuoti lasciati dalla scrittura, sia nel contenuto che nell’espressione. Quindi mette al lavoro, di nuovo, la capacità linguistica così che la facoltà di giudizio del lettore, in teoria già accesa dai contenuti, subisca un nuovo stimolo.
Il noir, insomma, ha la potenzialità di far pensare.

Provocatoriamente, potremmo concludere dicendo che la nascita del NIE ha sì decretato la sacrosanta sepoltura dei generi.
Ma non del noir.
Perché esso, il noir, non è un genere.
È un colore, uno stato d’animo, una sensazione.
È il rumore che proviene dallo stomaco di chi, di fronte all’ingiustizia, non si rassegna, non volta la faccia, non abbassa la testa, ma reagisce.
E se per reagire sceglie la strada della scrittura, il risultato potrà essere un’inchiesta giornalistica, una canzone rock, o un romanzo noir.
E se ciò che questo individuo ha scritto avrà colto nel segno, allora il Potere cercherà di classificarlo, blandirlo, normalizzarlo, renderlo innocuo.
E se se non sarà possibile normalizzarlo allora il Potere lo dichiarerà sovversivo e pericoloso e cercherà di screditarlo.
E se non sarà possibile né normalizzarlo, né screditarlo, allora il Potere cercherà di eliminarlo.
Il noir.
Il colore della storia da quando l’uomo ha cominciato la sua instancabile opera predatoria.

JP Rossano
 

Note:
(1)
  Wu Ming 1 “New talian Epic 2.0” pag. 29
(2) Op. cit. pag. 2
(3) Op. cit. pag. 29
(4) Op. cit. nota XI Termidoro pag. 12
(5) La pigra macchina del noir. Considerazioni sul genere dopo la sua morte annunciata
Carmilla (http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001916.html#001916)
(6) Jean-Patrick Manchette, “Le ombre inquiete. Il giallo, il nero e gli altri colori del mistero” Cargo, 2006.

22.10.2008 | Categoria: Blog

Una firma per Saviano

Roberto Saviano, l’autore di ”Gomorra”, è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro. E’ minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese. Uno scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere e di tacere.
Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra.
Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. E’ un problema di democrazia perchè è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa nel 2008.

Sei premi Nobel hanno firmato un appello per Saviano, perche’ lo stato faccia ogni sforzo per proteggerlo lottando contro la camorra: Dario Fo, Mikhail Gorbaciov, Gunter Grass, Rita Levi Montalcini, Orhan Pamuk e Desmond Tutu. Da quel momento migliaia di persone, scrittori, intellettuali, politici, giornalisti, semplici cittadini hanno sottoscritto l’appello.

La mia firma è stata la numero 167.157, puoi aggiungere ancha la tua, se vuoi, basta andare sul sito di Repubblica

27.09.2008 | Categoria: Rassegna stampa, Blog

NEW ITALIAN EPIC 2.0 (NIE)

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E’ on line la versione 2.0 di New Italian Epic (dedicata a David Foster Wallace), il memorandum con cui Wu Ming 1 ha individuato un ipotetico centro di gravità (o nebulosa se si vuole esagerare coi termini di tipo astrofisico), attorno al quale ruotano testi narrativi italiani dal 1993 a oggi. Un saggio, di cui già avevamo comunicato l’uscita della prima versione, che ha fatto molto discutere sui media ed in Rete.
Dal NIE è nato un dibattito che ancora non accenna a spegnersi, anzi, si ravviva ad ogni bava di vento, è stato commentato, letto a fondo o letto in fretta, celebrato o liquidato, osannato o crocifisso. D’altronde, come scrive il suo stesso autore:
“era prevedibile che incontrasse ostilità e reazioni sopra le righe: ci mangia un intero establishment sul tenere divise o unite con lo sputo cose e idee: cattedre tenute da baroni influenzano redazioni che s’impastano con organizzazioni di festivals & kermesses con patrocinii di province e regioni che finanziano potentati che carburano a precariati etc.”
Ma che piaccia o no, che incontri simpatia o critiche feroci, il NIE esiste, forse confusamente, ma c’è e si trasforma in continuazione, immagina, propone, racconta.
Per dirla sempre con le parole del suo autore:
“Accade in Italia, non a caso. Paese delle mille emergenze, poco interessato al futuro, già oltre l’orlo di catastrofi indiscusse (nel senso che non se discute). Paese campione di polvere sotto il tappeto e liquami alle caviglie, Bengodi degli Stakeholder descritti da Saviano.”
Un paese, si permette di aggiungere il sottoscritto, in cui sta soffiando, pericolosissimo, un vento cominciato come una brezzolina anni fa e che nel tempo, tanti, troppi, hanno contribuito a rafforzare e pochi, troppo pochi, hanno vanamente cercato di smorzare. Un vento che, avanti di questo passo, diventerà bufera, perché a seminare vento, non si può fare altro che raccogliere tempesta.

JP

3.07.2008 | Categoria: Blog

ADDIO A MARIO RIGONI STERN

Un rotolo di fogli dentro uno zaino al fianco di un giaciglio, all’interno di un lager tedesco in Masuria. In questo modo è cominciata la stesura de “Il sergente nella neve”, nel quale si racconta la storia del suo autore e al tempo medesimo, quella di un’intera armata, l’ARMIR, mandata a combattere e morire, senza equipaggiamento, a 40 gradi sotto zero sul fronte del Don.
Il proprietario dell’involto è il sergente maggiore Mario Rigoni Stern, che in questo libro ci racconta, senza retorica e con misurato orgoglio, di come sia scampato alla tragica ritirata di Russia dell’esercito italiano tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, e come un gruppo di soldati, ormai allo sbando, sia riuscito a sfondare, armato del coraggio dettato della disperazione, l’accerchiamento sovietico. Ma “Il sergente nella neve” è anche il ricordo di tutti i compagni che non c’è l’hanno fatta, di coloro che egli ha visto cadere al suo fianco nella neve, uccisi dai combattimenti, ma anche e soprattutto, dai colpi dell’inverno russo.
Sopravvissuto alla guerra ed alla deportazione nazista, Mario Rigoni Stern seppe raccontare le memorie di quelle tragiche esperienze nei suoi libri, assieme all’amore per la natura e la montagna, che furono il suo secondo filone di ispirazione letteraria.
Ho letto per la prima volta “Il sergente nella neve” da ragazzino, ai tempi delle scuole medie, e riletto un altro paio di volte da adulto, sempre con la medesima emozione.
Da qualche giorno il suo autore non c’è più, ci ha lasciati ed ora sarà a raccogliere stelle alpine sulle montagne di un posto bellissimo, ove vanno a riposare gli uomini giusti, quando lasciano questo tristo mondo.
Con lui se n’è andato un altro testimone della storia del Novecento, una memoria che, in questi tempi oscuri di strisciante e pericoloso revisionismo, dovremmo fare di tutto per non perdere e che libri come “Il sergente nella neve” ci possono aiutare a raccontare alle generazioni future.

Addio sergent magiur

18.03.2008 | Categoria: Blog

HITLER di Giuseppe Genna – Il Male e il dovere della Memoria

A proposito dell’esistenza del Male e della necessità di trovare il coraggio per raccontarlo, abbiamo già scritto (Il noir, il male ed il potere).
Del libro di Jonathan Littell “Le Benevole”, storia turpe di un impunito nazista, un romanzo bello seppur a tratti difficile da leggere, anche.
A questo punto era quasi fatale tanto che mi avventurassi nella lettura di “Hitler” di Giuseppe Genna, quanto che tediassi i visitatori del sito con le mie riflessioni in merito.
Qui scatta, doverosa, una precisazione. Il Genna Giuseppe, JP Rossano, non lo conosce, non gli deve dei favori, non è intenzionato a chiederne e, prima di Hitler, non aveva neppure letto nessuna delle sue opere. Questo va detto subito, tanto per sgomberare il campo da possibili dubbi di partigianeria, se non di convenienza.
Hitler” di Giuseppe Genna, dunque. Lettura suggerita dal mio amico Simone Sarasso, mentre si stava discutendo del libro di Littell e di quanto avesse scritto il sottoscritto in proposito.
Confesso, mi sono accostato alla lettura di questo romanzo con cautela e non poco prevenuto sospetto.
Molto si è scritto su Adolf Hitler, sempre però in forma di saggistica. Se si esclude, forse, “La parte dell’altro di Schmitt, questa è la prima volta che un autore affronta la sfida: Adolf Hitler quale protagonista di un’opera narrativa.
Il risultato: eccezionale ed agghiacciante al tempo stesso. “Hitler” è la sintesi del Male umano.
Basato su precise ricerche storiche, il romanzo di Genna, dipinge un quadro tanto cupo, quanto tristemente realista del suo deprecabile protagonista.
E lo fa emettendo una condanna senza appello. Esatto: l’autore non si colloca fuori dalla storia, vi si getta dentro, trascinando con se l’attonito lettore.
Hitler” è l’impietosa narrazione di come un idiota, tanto patetico quanto maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa essere assurto al sanguinario ruolo che ha avuto nella storia del ‘900.
Nessuna mitizzazione, nessuna assoluzione, nessuna redenzione, come è giusto che sia.
Infanzia devastata, adolescenza demente, turbe sessuali, miseria, fallimenti personali, dura esperienza nelle trincee della I Guerra Mondiale: nulla di tutto ciò può spiegare l’inspiegabile. Se l’Aue del romanzo di Littell è, pur nel suo abominio, un giovane brillante, dotato di buona cultura e figlio di ottime letture; l’Hitler di Genna è un “cretino” sin dalle prime pagine e resterà un cretino per tutto il romanzo, fino all’abisso conclusivo nel Bunker di Berlino.
Mentitore, vile, schizoide, tuttavia dotato di una logorrea trascinante. Imbevuto di una anti cultura, appresa dai peggiori libelli nazionalisti e dalle riviste di antisemitismo dozzinale che circolavano nella Germania di Weimar, Hitler parla, per tutta la durata del romanzo, della sola cosa di cui possa parlare una simile non persona. Del vuoto, del nulla, del niente.
Egli è un untore del nulla, catalizza nella sua non persona tutto il vuoto che lo circonda, lo amplifica e lo sparge come un virus.
Il nazismo si diffonde come un tumore nel corpo malato della Germania della repubblica di Weimar, coagulando attorno a Hitler altri tumori, non persone, Hitler potenziali, dementi meno carismatici, ma altrettanto grotteschi: Goering, Röhm, Goebbels, Hess, Himmler, Bormann.
È un’inarrestabile ascesa: il putsch della birreria, la presa del potere, l’incendio del Reichstag, la “Notte dei Lunghi Coltelli”, il rogo dei libri, i pogrom anti-ebrei. L’autore non ci risparmia nulla e dipinge l’angosciante sensazione che, nel clima dell’Europa del tempo e con la colpevole inazione delle potenze mondiali, la più grande delle tragedie europee avanzi verso l’inevitabile scoppio della II Guerra Mondiale e l’Olocausto.
Odio razziale, miseria e ignoranza: il combustibile. I nazionalismi: il comburente. Hitler e la sua cricca di psicopatici: la scintilla esplosiva.
La narrazione procede sino a che l’orrore raggiunge il suo apice. Lo sterminio degli ebrei, gli Einsatzkommando, i bombardamenti sull’Inghilterra, l’attacco all’Unione Sovietica, la tragedia della VI armata a Stalingrado, i campi di concentramento, le V2, il progressivo collasso del Terzo Reich, sino al delirio degli ultimi giorni in una Berlino da girone dantesco.
Poiché dal punto di vista della trama Genna non inventa nulla, ne modifica, ma riporta fedelmente la storia, ciò che colpisce di più del romanzo è lo stile. Esplosivo, la scrittura descrive il delirio trasmettendo la febbre.
La narrazione è marmorea, asciutta sino all’estremo, delinea la scena in modo succinto, mai eccessivo, non si abbandona a fronzoli da fighetti, non concede nulla alla prosa raffinata.
Ogni frase è un colpo di maglio, persino quando è composta di un’unica parola.
Anzi più la frase è secca, concisa, più il suo effetto sulla narrazione e sul lettore è agghiacciante.
Lo stile giusto per descrivere il Male e, soprattutto, per il messaggio più importante del romanzo: un appello privo di compromessi sulla necessità della memoria. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.
Hitler” è, assolutamente, un libro da leggere.
Appare ridicola, se non addirittura offensiva, l’accusa mossa ai romanzi di Littell e Genna, da quel signore che scrive sull’Avvenire  “… libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male …”. La pornografia del Male sono le trasmissioni fiume intorno alle villette di Cogne e di Garlasco, i plastici delle scene del delitto esposti nei salotti buoni della televisione, le code per assistere al processo per i fatti di Erba, non dei romanzi di spessore letterario e rigore storico che contribuiscono ad uno dei nostri doveri principali: non dimenticare ciò che è accaduto perché non possa più accadere. Affermare, come ha scritto il medesimo signore, che “…il Male assoluto respinge ogni argomento in contrario, anzi lo trasforma addirittura in un evento positivo…” equivale a firmare una resa incondizionata. Non possiamo raccontarlo, altrimenti egli, il male, rigira a suo favore i nostri argomenti. Tanto varrebbe tacere, allora, lasciare che l’oblio abbia il sopravvento, così che i figli possano tranquillamente ripetere gli errori dei padri, senza che nessun memento possa trattenerli.
D’altronde non potremmo pretendere molto da chi sostiene che “La metafisica del Male è materia teologica. Non fa per lo scrittore…” se così fosse Dante avrebbe dovuto limitarsi al Purgatorio ed al Paradiso, privandoci di quel capolavoro che è l’Inferno, la qual cosa si commenta da sé.

PS 19-03-08, abbiamo l’onore di vedere questo post, pubblicato sul sito di Giuseppe Genna, con tanto di commenti da parte dell’Autore, che Vi invito a leggere.

 

18.02.2008 | Categoria: Blog

“Le Benevole”

Fratelli umani lasciate che vi racconti com’è andata……. Vi riguarda vedrete che vi riguarda.”
In queste parole che l’autore, Jonathan Littell, mette in bocca al protagonista del libro, l’io narrante Maximilian Aue, è rinchiusa buona parte dell’inquietudine che anima questo romanzo.
È inutile nasconderlo, Le Benevole non è un libro facile da leggere.
Per parecchi motivi.
Per i temi trattati, il nazismo, lo sterminio degli ebrei, gli orrori della II guerra mondiale sul fronte orientale.
Perché molte sono pagine brutte, perché è la morte violenta a essere brutta.
Perché è un romanzo impervio, con centinaia di nomi e cognomi, città, paesi, date difficili da tenere a mente. L’iperrealismo è tale che sembrano davvero le memorie di un ex-criminale di guerra. Protagonista a parte, i personaggi ed fatti di cui si narra sono reali, più che un romanzo storico, sembra un libro di storia, con una precisione ed un dettaglio da farlo risultare, a tratti, lento ed ostico da seguire. Al sottoscritto è parso di essere nuovamente tra le pagine di ottimi libri di storia come “Guerra in Russia” di Overy, o “Stalingrado” e “Berlino 1945” di Beevor.
Soprattutto, non è un libro facile da leggere, perché presenta i fatti con gli occhi di uno dei carnefici, che accompagna il lettore all’inferno ed è un libro che ti penetra dentro e non ti abbandona facilmente. Non è soltanto morboso, rappresenta crudamente un’oscena mescolanza tra gusto macabro, finta purezza ideologica, stanchezza, vomitevole schifo, progressivo stato di indifferenza a quello che accade, caos burocratico di un stato marcio, in equilibrio tra ordine maniacale e disordine frenetico, l’efficienza paurosa dell’ottusità, intrecciando una storia costellata da burocrati convinti di eseguire solo degli ordini, ma anche da sadici che torturano le loro vittime per provare piacere.
Intitolati con i nomi dei vari balli, Toccata, Sarabanda, Minuetto, proprio come in una danza macabra e cinica, i capitoli del libro seguono la cronologia dei ricordi di Maximilian Aue, all’epoca dello scoppio della II guerra mondiale un giovane intellettuale dalle buone, anzi ottime, letture, ma anche un personaggio estremamente complesso. Omosessuale, arruolato per convenienza nelle SS, innamorato della sorella gemella, con un odio profondamente radicato per la madre che accusa di avere dimenticato la memoria del padre, misteriosamente comparso, risposatasi in seconde nozze con un ricco francese.
Egli giudica le perversioni degli altri, ma non trascura le sue, non nasconde assolutamente niente delle sue pulsioni più segrete, si addentra nell’inferno del nazismo e degli orrori del fronte orientale, prima attonito e sconvolto, poi sempre più anestetizzato dall’abitudine, fino a che non si trova bloccato nel Kessel, la sacca di Stalingrado, dove la blitzkrieg delle armate del Führer si trasforma nella rattenkrieg e cambiano le sorti della guerra.
Le giornate di Stalingrado rappresentano una svolta, un “vuoto”, nel romanzo e nella vita del protagonista. Vuoto che si riempie di follia, non più burocratica, sistematica e organizzata, ma selvaggia. L’accerchiamento sovietico e la ferita che riporta alla testa scavano un solco nel tempo e nella psiche devastata di Aue, producono visioni e fantasticherie, diminuiscono cifre, date e acronimi, tutto è bianco e non si sentono rumori.
E’ a questo punto che l’onda s’incurva e volge indietro, con violenza moltiplicata.
Rischiando pericolosamente di identificarsi con il protagonista, trappola astutamente posta in atto dall’autore con l’uso dell’io narrante, il lettore si ritrova testimone attonito del tracimare di un fiume, goccia dopo goccia, dati, episodi, conversazioni, ricordi, incubi, stragi, violenza, ne aumentano il volume. Finché il fiume non esonda ed il protagonista tocca il livello massimo della sua bassezza e trova una fortunosa ed immeritata via di fuga da una Berlino in fiamme, come fosse protetto dalle Benevole, le mitologiche Eumenidi, (contrapposte alle Erinni le divinità della vendetta) che proteggono Oreste dalla furia degli dei nonostante il matricidio di Clitennestra.
La tracimazione di questo fiume, che equivale a leggere Le Benevole, obbliga il lettore a porsi molte domande.
Perché Aue, nonostante il disgusto, i conati di vomito, la diarrea psicosomatica che lo perseguita per quasi mezzo libro, fa quello che fa? Come ha potuto un’intera nazione lasciare che questo accadesse? Voltare la testa dall’altra parte, fare finta di nulla, se non addirittura farsi partecipe diretta dell’Olocausto? Come ha potuto tutto il resto del mondo non comprendere prima ciò che stava accadendo?
Ma sopratutto, domanda ancora più terribile, cosa avrebbe fatto lui, il lettore, se il destino lo avesse posto in questa bufera dalla parte dei carnefici? Si sarebbe ribellato, a rischio di finire tra le vittime? L’istinto di sopravvivenza avrebbe prevalso ed avrebbe fatto finta di non vedere? Sarebbe stato tra gli indifferenti e ottusi esecutori, o peggio tra i sadici entusiasti?
Sono domande difficili, dalle quali è più facili fuggire che rispondere, per dirla tutta, si rischia di finire la lettura più stronzi di quando la si è iniziata.
Insomma “Le Benevole” non è un libro facile da leggere, ma è un romanzo importante, non si può ignorare, va letto e affrontato.
La II guerra mondiale è l’evento storico più raccontato e rappresentato di tutti i tempi. I suoi strascichi hanno condizionato tutta la storia del 900 e, a distanza di oltre 60 anni, ancora condizionano la storia contemporanea.
Il colossale mistero di come un insignificante nullità umana quale fu Adolf Hitler, sia riuscito a segnare così profondamente la Storia resta e la sua lugubre figura ci tiene compagnia continuando a sbucare come monito perenne. Basta leggere la Storia recente, qualunque sterminio e genocidio è valutato in confronto alla Shoah, qualunque nemico, viene paragonato all’ex caporale austriaco.

13.02.2008 | Categoria: Blog

Israele ospite della Fiera del Libro di Torino 2008

Amici e lettori, su Nazione Indiana c’è un appello di Raul Montanari (apartitico, e politico nell’accezione più alta del termine), di solidarietà nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, maltrattati da settimane per aver deciso di ospitare Israele alla prossimo Salone.
Decine di intellettuali, scrittori e semplici websurfer, lo hanno firmato e tra essi il sottoscritto.
Se concordate con l’appello e ne avete voglia, firmate anche voi.
Oppure non firmatelo, ma riflettete perchè, a mio avviso, resta il fatto che, seppur lecite, opinioni critiche nei confronti dell’attuale governo israeliano, dovrebbero coesistere con il rispetto per gli scrittori di quel paese.
Boicottare la Fiera del Libro, sarebbe un colossale autogol, perché se esiste una voce davvero critica che viene dal cuore di Israele, una critica alla sua politica, questa viene proprio da quegli scrittori che si vorrebbero boicottare. Sarebbe come dimenticare (errore in cui sovente si incappa) che la critica ad una certa politica degli Stati Uniti viene proprio da molti di quegli intellettuali americani che sono stati dei maestri. Se volete trovare delle motivazioni valide e ben esposte, per cui vale la pena di sottoscrivere l’appello, potete leggere quelle di Gianni Biondillo sempre su Nazione Indiana, parole le sue, che sottoscrivo completamente.

8.01.2008 | Categoria: Blog

IL NOIR, IL MALE ED IL POTERE

IL NOIR, IL MALE ED IL POTERE
(Da dove arriva, ma soprattutto dove sta andando il noir italiano ?)

 Il nostro ragionamento parte dalle considerazioni del “Maestro” Giancarlo De Cataldo (semplicemente GDC nel prosieguo), nel suo intervento al Courmayeur Noir in festival, poi riproposto dalle pagine on line di Border Fiction.
Ora, premesso che quanto affermato dall’autore de Romanzo Criminale e Nelle mani giuste è per ampi tratti ampiamente condivisibile, tuttavia il suo intervento ci offre degli spunti che permettono sia di proporre alcuni rispettosi distinguo, sia di approfondire dei temi. Tra gli elementi tipici del noir, GDC evidenzia “l’ossessivo interrogarsi sulla presenza del Male”. Ovviamente sottoscrivo, ma non solo, ci sarebbe da dire di più.
Per un “genere”, ovvero per una famiglia di generi, che si rifà ad un evidente realismo, non sarebbe possibile non porsi tale interrogativo. Indipendentemente che si abbiano riferimenti religiosi o meno, chiunque disponga di una lucida capacità di osservazione della cronaca di tutti i giorni e conosca anche solo un poco la storia dell’umanità, non potrà non riconoscere la costante presenza del Male, non importa il nome che gli si voglia dare. Il Male c’è, esiste, è ben presente e si sforza continuamente di trovare un posto nella storia degli individui, come in quella della società.
Per ragioni che sfuggono a noi comuni mortali, gli è preclusa la possibilità di agire in prima persona ed allora è costretto trovare degli strumenti tramite i quali tentare di imporre le sue oscure trame. Il Male è scaltro, sa meglio di chiunque altro agire per interposta persona e gli esseri umani, la loro meschinità, l’odio, l’invidia, la sete di ricchezza e di potere, sono spesso gli strumenti che predilige.
È nella coraggiosa capacità di provare a scavare, sino ad infangarsi negli oscuri rapporti tra il Male e l’animo umano e tra il Male ed il Potere, che il Noir, a nostro avviso, può dare il meglio di sé e raggiungere i suoi livelli più alti. Questo è il punto centrale, il nocciolo, la polpa. Il resto: l’incerto confine fra legge e trasgressione, gli antieroi problematici e romantici, le dark lady, sono solo contorno, spesso di maniera.
In merito ad altre affermazioni di GDC si potrebbero fare delle osservazioni.
Se è pur vero, come in effetti è, che il Noir che GDC definisce “classico”, quelli dei Chandler e degli Hammett per intenderci, si è sviluppato negli States tra gli anni ‘30 e ’60; è altrettanto vero che i germogli ed i prodromi del Noir, pur secondo gli stili dell’epoca, affondano nella notte dei tempi.
Del Noir hanno il sapore alcune tragedie greche, Noir sono molti personaggi della letteratura sheakespiriana (Riccardo III, Machbet, Amleto), Noir è il Manzoniano “La sciagurata rispose”, Noir la relazione tra lo Sherlock Holmes di Sir Conan Doyle e la morfina, Noir il rapporto morboso tra il capitano Achab e Moby Dick in Melville, Noir, del più nero che esista, è il Kurtz de Cuore di Tenebra di Conrad.
Dunque il nostro amato Noir esisteva già ben prima del suo perido “classico” a stelle e strisce che forse deve la sua, per altro merita, celebrità alla contemporanea ascesa del fenomeno “cinematografo” che, attingendo a piene mani dalla letteratura noir, ha decretato la fortuna di entrambi.
Di certo GDC ha ragione quando afferma che la fine del noir classico negli anni 60 sia stata produttrice di grandi effetti ed abbia permesso la nascita e lo sviluppo di altri prolifici filoni Noir sino a quelli contemporanei, compreso il Noir italico dei giorni nostri. Così come ha ragione a ritenere positivi i fenomeni di ibridizzazione e di meticciamento che e ne sono seguiti. Ed ancora di più ha ragione a ritenere che sarebbe un grave errore, per gli autori di oggi, richiudersi dentro gli steccati di una presunta superiorità, senza accettare altri benefici inquinamenti. Insomma il noir è vivo e lotta insieme a noi.
Poi l’affermazione che occorre “sottrarre il noir italiano al suo peggior nemico: se stesso (incluso: l’ego degli scrittori) è addirittura sacrosanta. In qualunque campo si operi, uno dei pericoli maggiori del successo è quello di confonderlo con un punto di arrivo, dove arroccarsi e difendere la posizione, senza comprendere che, in realtà, si tratta solo di un punto di passaggio, dal quale ripartire per evolvere ulteriormente. E abbiamo la sensazione che tra i rappresentanti del genere che sono “arrivati”, come si suol dire, o che tali si ritengono, l’indulgenza in questo peccato sia tutt’altro che rara.
Infine un’ultima considerazione. GDC rivendica al Noir italico il merito, non trascurabile, di avere imboccato  “la strada di un realismo fortemente venato di critica sociale e politica” e ci trova in piena sintonia.
Poi, però, ammette che quando si deve scrivere per la TV si debbono fare i conti con le pressioni per essere meno critici e meno “politici”. Questo è effettivamente un grave limite della televisione di oggi.
Presenta (non sempre, ma spesso) fiction edulcorate, dove la divisione tra bene e male è netta quasi rassicurante, strabocca di buoni sentimenti, ci tranquillizza con la falsa illusione che sul più bello arriva la cavalleria ed i nostri trionfano. Questo è quanto di più lontano ci possa essere da quella indagine sul Male, e sul suo rapporto con l’uomo, a cui si faceva riferimento poc’anzi. Però è la medesima TV che sulle paure irrazionali e sul senso di insicurezza, che lo stesso GDC nel suo articolo afferma che occorre vincere affrontandoli, ci sguazza, aggirandosi morbosa tra i plastici delle villette di Cogne o di Garlasco.
Qui sta un altro pericolo per il noir di casa nostra. Nel suo rapporto con il Potere.
Abbiamo detto che la peculiarità del Noir è quella di analizzare il Male, guardandolo in faccia.
Ma una delle caratteristiche del Male è proprio quella di negare la propria esistenza, o quanto meno il proprio potere nel mondo. Allora attenzione, perché volendo rincorrere ad ogni costo il successo si rischia di finire succubi del Potere, uno dei cui scopi non dichiarati è proprio quello di mettere a tacere le coscienze ed azzittire le critiche.

3.09.2007 | Categoria: Blog

Sarasso parla de “L’ultima stoccata”

Sul blog “Confine di Stato” dell’autore del romanzo omonimo, il mio amico Simone Sarasso si parla de “L’ultima stoccata” in termini sin troppo lusinghieri. Se siete curiosi e volete darci un’occhiata potete cliccare qui.

Tra l’altro, nel medesimo articolo, si fa riferimento alle riflessioni a proposito del bellisimo “Nelle mani giuste” di Giancarlo De Cataldo che abbiamo postato nel nostro modesto articoletto , il che, non lo nascodiamo, ci riempie di piacere.

28.05.2007 | Categoria: Blog

Umberto Eco ed il “giallo”

Leggendo recentemente uno scritto di Simone Sarasso (l’autore di “Confine di Stato”, che approfitto per salutare e ringraziare), a proposito de “Il pendolo di Foucault”, mi sono venute in mente alcune riflessioni in merito al rapporto tra alcuni romanzi di Umbro Eco e la letteratura gialla che riporto qui di seguito.
Scrive Simone a proposito del Pendolo: “Esistono due categorie di lettori del romanzo di Eco: quelli che non riuscivano a smettere di leggerlo e quelli che non sono riusciti a finirlo.
I secondi, se interpellati a proposito, rispondono con la frase : “È troppo difficile…”.
Degli appartenenti alla prima specie ne ho conosciuti ben pochi”.
A tal proposito mi permetto di aggiungere che anche per quanto riguarda “Il nome della rosa” (ma forse per tutti i romanzi di Eco), si potrebbe tranquillamente suddividere i lettori in queste due categorie. E tra i romanzi di Eco, proprio questi due, sono quelli che appartengono, almeno in qualche modo, alla categoria dei “gialli” o quantomeno dei romanzi di investigazione.
A voler esagerare, nel genere dei romanzi di investigazione potrebbe entrare veramente un po’ di tutto. I romanzi polizieschi e quelli di investigazione in generale, rappresentano storie di congettura, allo stato puro ed ai lettori, solitamente, piacciono i gialli e le investigazioni non tanto perché ci siano i morti ammazzati, ma perché seguendo le congetture, alla fine si celebra il trionfo dell’ordine (sociale, legale e morale) sul disordine. Però poi, guardando con maggiore attenzione, scopriamo che anche una diagnosi medica, una ricerca scientifica, un’interrogazione di tipo filosofico sono casi di congettura, ovvero di indagine. Insomma per farla breve anche nella medicina, come nella psicoanalisi, o nella filosofia, la domanda fondamentale pare essere la medesima del romanzo poliziesco, ovvero: di chi è la colpa? E la soluzione a questo interrogativo si trova, solitamente, seguendo delle congetture e presupponendo che i fatti abbiano una logica, solitamente imposta dal colpevole che si sta ricercando. Ma stiamo uscendo dal seminato e torniamo pertanto alle “presunte” connessioni tra i romanzi di Eco e la letteratura di genere giallo.

“Il nome dalla rosa”, come tutti certamente sapranno, narra delle vicende legate alle investigazioni svolte da un monaco – scienziato (Guglielmo da Baskerville), che si viene a trovare in un convento dell’Italia del nord alla fine del 1327, nel periodo dell’eresia di Fra Dolcino, del trasferimento del papato da Roma ad Avignone e della discesa in Italia dell’imperatore Ludovico.
Nel convento si susseguono una serie di morti terribili e misteriose, collegate con la scomparsa di un libro dalla biblioteca – labirinto dell’abbazia ed intrecciate con la scoperta che tra le mura si nascondono alcuni ex appartenenti ai gruppi eretici dolciniani.
Le vicende sono narrate, parecchi anni dopo lo svolgimento dei fatti, da un novizio che si trovava in compagnia di Guglielmo, Adso da Melk, che passa attraverso gli avvenimenti, li registra con la fedeltà fotografica di un adolescente, ma non li capisce e non li capirà neppure da vecchio, tanto da scegliere una fuga nel nulla divino al contrario di quello che gli aveva insegnato il suo maestro Guglielmo.
Eco è abile ad ingannare l’ingenuo lettore, il libro comincia come se fosse un giallo e pure prosegue come se fosse un giallo, propina un Grand Gugnol di sangue, di morti ammazzati, di misteri, di libri che nascondo chissà quali segreti. Ma intanto fa leggere al lettore anche storia, arte, latino, teologia e trascina lo “sventurato” che si è incaponito nella lettura sino alla fine del romanzo per scoprire che si tratta di un giallo dove si scopre ben poco ed il detective, in realtà, alla fine viene sconfitto.
L’impressione finale è che l’autore abbia voluto provare a scrivere una storia poliziesca che non fosse ancora stata scritta, ovvero quella non c’è nulla da scoprire perché il vero colpevole, non sta nelle trame del romanzo, ma nella mente del lettore. Ovvero nessuno è innocente, i veri colpevoli siamo noi. A chi scrive piacque pensare, quando lesse Il nome della rosa, che l’autore volesse, tra le altre cose, suggerire un modo differente di guardare al passato, alla storia. Non più accettarla in modo passivo e neppure distruggerla, come spesso sino ad allora era stato fatto, ma rivisitarla, con ironia, andando più a fondo, per capire meglio cosa fosse successo realmente e perché.
Il tema della rilettura storia ne “Il pendolo di Foucault” è ancora più forte. I fatti si svolgono tra il 1972 ed il 1984. Il periodo è quello degli ultimi strascichi di contestazioni studentesche, ove gli striscioni e gli slogan stanno per essere sostituiti dalle pistole. Ma è anche il periodo in cui, nel mondo editoriale, nasce l’interesse per quella che si potrebbe definire “Sapienza Alternativa”.
Si tratta di tutto quel filone di nozioni che va dal mito di Ermete Trismegisto agli alchimisti, passando dalle piramidi di Giza, dalla Cabala ebraica e da molto altro. Tutto strettamente interconnesso. Tutto valido e credibile, purché dica il contrario di quello che sta scritto nei libri di storia. Se oggi le librerie di largo consumo hanno una sezione dedicata alla New Age od all’esoterismo, lo devono quel periodo. Lo stesso fortunatissimo “Codice da Vinci” ha saccheggiato a piene mani tra alcune delle leggende, provenienti dai secoli precedenti, mille volte tornate in auge e citate nella narrazione del Pendolo medesimo. Il romanzo racconta della reazione di tre intellettuali di fronte a questa invasione editoriale. Costretti a visionare centinaia di testi con opinioni desuete su fatti storici (dal mito dei Templari all’alchimia alla storia della Confraternita Rosa-Croce) per conto della casa editrice in cui lavorano, i protagonisti decidono, animati da ironico snobismo, di giocare a riscrivere la storia del mondo usando il materiale a loro disposizione.
“Se questa gente sostiene che la verità non sta sui libri di storia, allora facciamo sì che abbiano ragione”. Tutti. Basta connettere le nuove informazioni in una sorta di atlante alternativo della Sapienza, ove alla base sta un complotto cosmico.
Ma il gioco diventerà ben presto più grande di loro, e finirà per fagocitarli, facendo loro perdere ciò che fino a quel momento li aveva preservati: lo spirito critico.
Per cinquecento pagine si assiste alla costruzione del “Piano” (il complotto cosmico), e ci si perde nella marea di elucubrazioni storico - filosofiche sulla Verità ultima. Ed è qui che il lettore della categoria numero due, che citavamo all’inizio, molla il colpo. Smette.
Se fosse arrivato in fondo, sarebbe stato premiato: alla fine è tutto fasullo. Non è vero nulla. Non esiste un piano, non esiste un complotto, non esiste un colpevole, o dei colpevoli, non era vero nulla; il segreto è vuoto. Oppure se vogliamo provare a dare la medesima interpretazione che abbiamo azzardato per Il nome della rosa, il vero colpevole, non sta nelle trame del romanzo, ma nella mente del lettore.
L’autore ci ha abilmente imbrogliati, facendoci credere di avere scritto un giallo, od un romanzo di indagine, ma questo non è vero, perché non c’era nulla da scoprire e lo si sapeva già dall’inizio; ma dopo centinaia di pagine i protagonisti (insieme al lettore) sembrano essersene dimenticati, ed hanno finito per credere al gioco che avevano inventato.
Coloro che il libro hanno finito di leggerlo (categoria numero uno), hanno a questo punto due alternative: andare a dormire rasserenati dalla morale della favola (è stato un brutto sogno. Ora son desto) o restare svegli a controllare quanto il sogno avesse di reale, sbirciando sotto al letto della Ragione a caccia di mostri.
Simone Sarasso sostiene, nello scritto che ha dato lo spunto a questa riflessione, che la “religione del Pendolo”, ha formato una generazione di nuovi scrittori e che il risultato paradossale è stato un rinnovato interesse per la Storia, quella vera. Cercando di verificare le affabulazioni si è finito per saperne di più sulla Verità dei libri di storia. E a quel punto sì che si poteva inventare. Si sono riempiti i vuoti con la storia dei singoli. Si è raccontata la Storia dal punto di vista dei protagonisti (marginali e non). Questa è stata una soluzione, ma ve ne sono tante altre (De Cataldo suggerisce Simone, e più recentemente Saviano si permette di aggiungere il sottoscritto). Il fulcro del discorso è che i lettori del Pendolo hanno deciso di portare avanti il Racconto, cambiando strada, evolvendosi, ma non smettendo di immaginare.

16.05.2007 | Categoria: Blog

Il “giallo” della differenza tra noir e giallo

Discorrendo amenamente con alcuni lettori nel corso della recentissimo Salone del Libro di Torino, sono venuto alla conclusione che sia largamente diffusa una qual certa confusione tra il genere giallo e quello noir. Ora, poiché mi riconosco più tra gli appassionati del secondo, per non dire tra gli scrittori perché mi parrebbe di usare impropriamente il titolo; ci terrei a fare un po’ di chiarezza, o quantomeno a provarci.
Per farlo possiamo provare ad identificare quelli che sono sia i punti in comune, sia i tratti distintivi tra il noir vero e proprio ed i suoi parenti (più o meno prossimi): il giallo, il poliziesco ed il thriller.
I fattori comuni sono estremamente semplici da identificare. Siamo sempre alle prese con dei crimini, più o meno violenti, o con intrighi politici, sempre ci sono delle trame da svolgere, dei misteri da svelare, dei moventi e dei colpevoli da scoprire. Sempre, o quasi, i protagonisti sono personaggi legati alla legge in modo più o meno diretto (poliziotti, “investigatori” privati, avvocati, agenti segreti e via dicendo).
Ognuno di questi elementi può essere ritrovato in un romanzo giallo classico, in un poliziesco duro all’americana (hard boiler) od in un thriller, così come in un noir.
Ma ciò che accomuna i generi (il crimine, i personaggi), non basta a ricondurre questa narrativa in un unico alveo. Anzi, sovente, ciò che li avvicina sono in verità le medesime cose che li separano.
Nei gialli tradizionali, ed anche nel poliziesco e nella spy story seppur con dinamiche a tratti differenti, è l’indagine a svolgere il ruolo di fulcro dell’azione e della narrazione. Si tratta di analizzare, investigare, ricostruire i fatti, allineare dei tasselli secondo logiche riconoscibili e spiegabili, per arrivare, al termine alla verità ed usualmente al trionfo della giustizia.
In pratica, tutto si basa sulla chiarificazione di un enigma che prelude alla vittoria dei “buoni” ed alla conseguente sconfitta e punizione dei “cattivi”.
In tutto questo processo il fatto umano e psicologico ha una parte, spesso fondamentale, ma è comunque solo una parte di un meccanismo razionale. Questo cerca il lettore del “giallo” (trama, intreccio ingegnoso, matassa da dipanare) e questo puntualmente gli propone l’autore, in modo più o meno brillante in funzione delle sue capacità di narratore.
Nel noir invece, pur essendoci criminali ed investigatori, la parte centrale non viene rivestita dall’indagine, ma dai personaggi e dalla loro psicologia spesso deviata. Nel noir quasi tutti i protagonisti, anche quando sono dalla parte di colui che tenta di risolvere l’enigma, vivono e violano le regole che dovrebbero invece rispettare; in alcuni casi sono addirittura i colpevoli medesimi dei crimini narrati. Esiste sì l’indagine, ma non è il vero motore dell’azione, è solo un pretesto funzionale alla narrazione.
Mentre nel giallo l’indagine sta in primo piano ed i personaggi fanno da sfondo (da quinta teatrale), nel noir, le parti si invertono. Ecco allora che sono i personaggi stessi e le loro vicende a passare in primo piano, mentre il ruolo di comprimario viene recitato dall’indagine. Tanto che in alcuni casi il colpevole si palesa subito al lettore che non deve scoprire la verità, ma solo seguire le vicende che portano alla soluzione della vicenda, soluzione, guarda caso, spesso tragica.
Dove il giallo è semplificazione letteraria dell’animo umano (con buoni e cattivi severamente separati), nel noir si insinua il dubbio, è presente una fascia grigia che avvolge i personaggi e le loro azioni, dove i buoni non sono così buoni, quando non sono addirittura assenti, oppure solo comprimari dei personaggi negativi che sono, di fatto, i veri protagonisti della vicenda.
Il noir si serve sì dei meccanismi che costituiscono la base dei “gialli” e dei “polizieschi”, ma come strumenti, sono i personaggi a giocare il vero ruolo centrale.
Mentre nel giallo il lieto fine ed il trionfo del bene sono praticamente scontati, nel noir, l’happy end non è per nulla scontato, anzi spesso è l’epilogo tragico a farla da padrone.
Volendo spingerci ad azzardare alcuni esempi potremmo citare i romanzi di James Ellroy, infarciti di tutori della legge corrotti, spesso al soldo di delinquenti, se non delinquenti incalliti essi stessi, o comunque pronti, pur di proteggere i propri interessi personali, ad aggirare quelle regole che per primi dovrebbero far rispettare (scrivo questo pensando ad alcuni personaggi “epici” quali Turner “Buzz” Meeks o “Bidone” Vincennes). Oppure, tanto per restare in casa nostra, potremmo riferirci al bellissimo “Romanzo criminale” di De Cataldo, nel quale, alla fine della lettura, delinquenti e servitori dello stato finiscono tutti per apparire sotto la medesima, sinistra, luce inquietante (non nego di avere provato più simpatia per il Libanese o per il Dandi, che non per Scialoja).
Da questo punto di vista ed osservando con spirito critico il mondo che ci circonda, potremmo dire che, se il giallo ed il poliziesco sono semplificazioni della realtà, il noir ne è una rappresentazione più realistica e per questo più drammatica.
Non a caso gli autori del genere noir amano spesso mettere i piedi nel piatto, alludere, denunciare, prendere posizione, “sporcarsi le mani” attingendo ampiamente dalle pagine di cronaca nera, od anticipando involontariamente la realtà che, il più delle volte, finisce per superare ampiamente la fantasia (“Il giorno del lupo” di Lucarelli non è forse una ricostruzione antecedente alla sanguinosa vicenda della “Uno Bianca”?).
Non a caso, a mio modestissimo parere e come ho già avuto modo di scrivere altrove, credo che il noir si possa considerare l’erede di quelle che furono la tragedia greca prima e quella shakespeariana poi.
È possibile che i puristi storcano il naso, o si scandalizzino addirittura, di fronte a questa affermazione, tuttavia più penso ad una tragedia come “Riccardo III”, più vi riconosco i tratti, estremamente moderni, di un noir dei giorni nostri.

16.05.2007 | Categoria: Blog

Ogni risposta ha la sua domanda

Molti, tra i pochi che hanno messo in pratica la sventurata idea di leggere “L’ultima stoccata”, hanno avuto anche la bontà di scrivermi, per farmi conoscere i propri commenti, le critiche e talvolta porre qualche domanda. Qui di seguito potrete trovare le risposte ad alcune delle domande più interessanti, a cui ho avuto piacere di rispondere. Solo le riposte però, perché le domande sono così evidenti, che scriverle sarebbe un insulto all’intelligenza del lettore. 

Si, i romanzi ed il genere noir in particolare sono, a mio modesto parere, un ottimo strumento per rappresentare la società di oggi con tutte le sue storture. Perché, anche se spesso facciamo finta di non accorgercene, nella nostra società c’è qualcosa che non funziona. Denaro, potere e successo ad ogni costo sono i modelli proposti (ed imposti) dai media e seguiti dai più; non è quasi più possibile fare politica, nell’accezione “nobile” del termine; il sano giornalismo d’inchiesta lascia spesso spazio ad un gossip stupido quanto inutile. Ecco che, citiamo Sandrone Dazieri, “il noir italiano si è auto assegnato il compito di decifrare il presente attraverso la chiave della detection”, rispondendo al disagio provato da alcuni di fronte a queste realtà ed al desiderio di mettere i piedi nel piatto, alludere, denunciare, prendere posizione.

 No, non sono molto favorevole all’idea di spiegare dei perché e dei percome relativi ad una storia che ho raccontato. Ho sempre pensato che i libri servano non tanto per creare delle certezze, ma piuttosto per generare delle ipotesi che ogni lettore deve svilupparsi autonomamente. Da questo punto di vista le spiegazioni in merito alle proprie opere, date a posteriori da parte degli autori, sono spesso più deleterie e controproducenti che utili. Ad essere sincero penso che, dopo avere scritto un libro, un autore dovrebbe sparire o farsi ammazzare, così eviterebbe di dover passare il resto del suo tempo a spiegare cosa voleva dire. È più giusto che ogni lettore si faccia un’idea propria, poi se il libro lo leggono in due milioni e nascono due milioni di ipotesi differenti, tento meglio. Ho letto che qualcuno, non ricordo più chi, ha sostenuto che i gialli siano un ottimo modo per dire delle cose sensate. Ecco io c’ho provato. Quello che volevo dire, e se sia sensato, provate a deciderlo da voi”.   

No, non ho paura di essere confuso con le idee, i valori e le azioni (buone, o malvagie che siano) dei miei personaggi. Sarebbe un pensiero da principianti, va bene che sono un esordiente, ma non sono mica nato ieri. Uno scrittore deve raccontare quello che la storia che sta scrivendo gli impone e cercare di farlo nel modo migliore e più accattivante per i lettori. Anche perché i personaggi, una volta che li hai creati, prendono consapevolezza di se, ti sfuggono di mano. Il povero scrittore li ha messi al mondo perché svolgano un ruolo e quelli, proditoriamente, dopo qualche pagina, cominciano ad agire di testa loro e non resta altro che assecondarli. 

  Si, sono un pessimista. E pure profondamente convinto che nessuno, ma proprio nessuno, sia del tutto innocente. Siamo tutti un po’ colpevoli. È sufficiente leggere la storia, o la cronaca nera di tutti i giorni: il genere umano, lasciato solo ed in balia di se stesso, passa la maggior parte del proprio tempo a cercare di auto distruggersi nei modi più svariati, fantasiosi e malvagi.    Si lo confesso, poiché errare è umano, ma perseverare è diabolico, sto scrivendo un altro romanzo con Jarno (ma non solo lui), come protagonista, anche se prevedo tempi lunghi di gestazione, pertanto chi avrà la bontà do volerlo leggere dovrà portare un po’ di pazienza. 

  Ovviamente no, nessuna anticipazione sulla trama del prossimo romanzo, ma come per “L’ultima stoccata”, si tratterà di un noir dove il male, i cattivi e le tinte fosche troveranno ampio spazio. Cosa ci volete fare, forse è difficile da credere, viste le storie che racconto, ma sono un moralista che teme il giudizio degli dei. Credo che il senso morale della narrativa consista nel mostrare le orribili conseguenze di un atto immorale e il prezzo karmico che le persone pagano per averlo perpetrato.