J.P. Rossano

Il sito ufficiale dell’autore del thriller “L’ultima stoccata”

"J.P. Rossano e la Scherma"

Cosa mi piace di questo sport? Tutto.
La scherma è bella e terribile, come la vita. Perché quando sali in pedana sei solo, come in tutti i momenti cruciali della vita. Attorno può esserci un sacco di gente, ma, di fatto, sei solo. E poi, in realtà, non affronti l’avversario, affronti te stesso, te stesso e tutti i fantasmi che affollano la tua mente e la tua coscienza.
La scherma è rissa, finzione, imbrogli, machismo, mito dei gladiatori, dei galli e dei segaioli.
La scherma è rappresentazione teatrale della vita, come, al tempo medesimo, la vita è un lungo, estenuante, assalto di scherma, nel quale tutti si cimentano… …e da cui i più ne escono sconfitti.

News

23.11.2009 | Categoria: Recensioni

Il Potere del Cane – Don Winslow

Scampami dalla spada. Dal potere del cane.

Da convinto e fors’anche feroce, seguace della letteratura di James Ellroy, mi sono trovato spesso a pensare e di conserva a sostenere pubblicamente con convinzione, che probabilmente nessuno, dopo Elloroy stesso, sarebbe riuscito a descrivere con altrettanta forza epica e drammatica la disillusione del grande sogno americano. Ebbene come tanti, un po’ ottusi e testardi, assiomi tipici degli esseri umani, anche questo doveva essere smentito. Ed ecco dunque arrivare sulla scena della letteratura un romanzo noir che pare scritto apposta per confutarla.
Il Potere del Cane(*) di Don Winslow (**) è senza ombra di dubbio il noir più potente che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni. Un romanzo spettacolare, terrificante e terribilmente triste, intenso, senza un attimo di tregua, raccontato con una scrittura infallibile, basato su fatti storici assolutamente reali (i curiosi possono documentarsi, cfr wikipedia) e generatore di un’epica connotata da una forte dimensione politica e morale. E per di più dotato di uno degli incipit più potenti che abbia mai letto.
Un ritratto perfetto dell’inferno, e della follia morale che lo accompagna” questo il commento dello stesso Ellroy, a proposito del romanzo di Winslow.
Commento assolutamente appropriato, alla luce della maestria con la quale l’autore ci racconta del connubio: Potere – Politica – Denaro- Corruzione – Mafie – Droga, in un romanzo epico sulle mafie americane e sul narcotraffico, sul Messico e sui suoi 3.200 km di frontiera con gli USA, sulle rivoluzione dell’America latina, sulle operazioni speciali della CIA, sulla corruzione.
Il Potere del Cane” è la storia di una guerra, quella condotta dal governo degli Stati Uniti, al narcotraffico, che si intreccia a quella, sotterranea e spesso illegale, condotta dal medesimo governo, o da parti di esso, al presupposto pericolo delle rivoluzioni di matrice comunista nel continente centro americano. Una guerra senza esclusione di colpi, che coinvolge produttori e commercianti di droga, sicari senza scrupoli e politicanti corrotti, servizi segreti, mafia, organizzazioni guerrigliere, governi fantoccio, la stessa chiesa cattolica, tra inganni, tradimenti, vendette spietate.
Il Potere del Cane”, sicuramente il romanzo giusto per questo inizio, gramo e buio, del Ventunesimo secolo, ci presenta un’ampia carrellata di personaggi indimenticabili, di anime perdute di santi e peccatori, di perdenti e vincitori, di puttane e giocatori, ma nessuno di loro è il vero protagonista.
Non il solitario Art Keller (convinto sostenitore della regola delle 3 S: Sei Sempre Solo, regola che sottoscrivo appieno, vedasi il banner in alto a destra nella home page del sito), agente DEA tanto incorruttibile e devoto alla causa della lotta alla droga da sacrificare la propria vita famigliare ed arrivare ad imparare a giocare “sporco”, esattamente come gli avversari che affronta.
Non Sean Callan infallibile, gelido e spietato. Un irlandese di Hell’s Kitchen, cresciuto ascoltando leggende sanguinose, quelle dei martiri d’Irlanda e diventato, quasi per caso, killer della mafia. Capace di tentare di redimersi solo per amore.
Non Miguel Angel “Tio” Barrera, il boss della Federación, il cartello dei narcos messicani e neppure i suoi due nipoti, Adàn (la mente, tutto calcolo ed affari) e Raùl (il braccio, il violento che ama l’azione), che ambiscono ad ereditarne l’impero.
Non Nora, prostituta di lusso e donna fatale, le cui vicende si intrecciano con molte di quelle degli altri personaggi.
Non padre Parada, un sacerdote messicano, cresciuto in mezzo al popolo, potente e incorruttibile, collegato alla Teologia della Liberazione.
Né tanto meno gli altri personaggi, mafiosi italo americani, agenti della CIA senza scrupoli, poliziotti messicani corrotti e violenti, o incorruttibili (ma altrettanto violenti), guerriglieri latinoamericani, gruppi di estrema destra, vescovi affiliati all’Opus Dei pronti a fare patti coi servizi segreti, militari cinesi disposti a vendere armi in cambio di ricchi dollari americani.
Il vero protagonista resta sempre sullo sfondo, sempre in agguato, sempre pronto ad esplodere.
È il male assoluto, la demoniaca crudeltà degli esseri umani, chiamata “il potere del cane”, un potere forte e preistorico: questo animale può essere buono, fedele, ma anche rigirarsi e mordere.
Dal romanzo risalterebbero tre colori: il candore bianco della cocaina, sporcato dal rosso del sangue sparso dai personaggi, molti dei quali ripongono le speranze di ricchezza unicamente nel verde dei dollari americani.
Ma a coprire tutto sono il grigio ed il nero.
Il grigio dei personaggi e delle loro storie, storie in cui non ci sono buoni e cattivi, bianco e nero: tutto è grigio e tutti, alla fine, perdono. I personaggi sono sempre tratteggiati in chiaroscuro, la parte chiara rimane comunque ambigua: tutti calpestano i principi degli altri, insieme alla propria anima, per arrivare all’obiettivo desiderato. Non riescono a trattenere tra le dita i granelli della vita, sono soltanto capaci di disperderli tra le partite di droga e il potere.
Il nero di un romanzo feroce, violento, fatto di pagine di omicidi, torture e stragi, vendette spietate, amore, tradimenti e fedeltà, amicizia, disillusione.
Pagine politiche, di una politica criminale e corrotta.

(*)Il Potere del Cane”, Don Winslow, traduzione di Giuseppe Costigliola, Einaudi Stile libero Big, 2009, pp. 718, € 22,00

(**) Don Winslow è nato a New York nel 1953, ma è vissuto a South Kingstown, nel Rhode Island. Ha lavorato come attore, regista, manager cinematografico, guida di safari e investigatore privato, prima di diventare uno scrittore nominato in numerosi premi letterari. Vive in un vecchio ranch nella zona di San Diego insieme alla moglie e al figlio. Ha scritto 10 romanzi, ma in Italia ne sono stati pubblicati tre: La leggenda di Bobby Z. (fuori catalogo, Rizzoli, 1997), L’inverno di Frankie Machine (2008) e Il potere del cane (2009) per Einaudi (Stile libero Big).

7.09.2009 | Categoria: Rassegna stampa, Recensioni

SETTANTA

“I cattivi vincono sempre”.
In questa breve frase, che il lettore incontra a pagina 667 di “Settanta” (Simone Sarasso, Marsilio Editore – collana Farfalle, 2009, 693 p), è racchiusa una delle caratteristiche affascinanti di questo romanzo.
Perché la frase, che di per sé potrebbe essere un comune stereotipo qualunquista, pronunciato da un perdente di natura, da un “buono” sconfitto, o da un “cattivo” vittorioso; l’autore la mette in bocca ad un personaggio che incarna l’archetipo del male e che, malgrado questo, vede le sue trame stravolte e mandate all’aria da qualcuno, altrettanto cattivo, (se non di più), che tesse altre trame maligne, al fine di raggiungere i suoi fini personali.
Non sveliamo oltre, in merito alla trama, per non rovinare al lettore il fascino del disvelamento dell’intreccio. Tuttavia questa premessa ci permette di evidenziare le caratteristiche salienti del romanzo.
Lo sviluppo innanzitutto.
Spesso i romanzi noir ci hanno mostrato scenari dove la divisione tra bene e male diventa labile, talvolta inesistente. Con Settanta si va oltre. Non Bene e Male. Due entità divise e contrapposte che contribuiscono a scrivere una storia. Bensì la Storia (quella con la S maiuscola) riscritta da più trame (buone, cattive, o semplicemente dettate dal caso) che si intrecciano, con risultati sorprendenti, a volte completamente opposti ai desideri degli attori che occupano la scena perseguendo i propri scopi.
La narrazione. Quattro differenti punti di vista: uno stragista (un agente dei Servizi deviati, con un passato da manicomio criminale), un giovane magistrato del Sud, idealista ma con qualche problema, un attore del genere in voga a quei tempi: il “poliziottesco”, un po’ troppo preso nella propria parte, e, infine, un giovane bandito della mala milanese.
La scenografia. Il libro è ambientato nella “meta” storia del decennio “di piombo” 70-80, utilizzando un’ucronia, che si permette il lusso di spostare in avanti di centinaia di metri il concetto di verosimile, e con ottimi risultati. Come ha sottolineato il “maestro” Giancarlo De Cataldo su l’Unità, i protagonisti del romanzo non sono personaggi direttamente ispirati a modelli reali della storia dell’epoca , eppure ciascuno di loro porta in sé qualcosa di reale dei personaggi che la storia di quegli anni l’hanno fatta e che un lettore edotto non fatica a riconoscere. Nessun personaggio storico e nessun personaggio immaginario, quindi. La quinta teatrale che Sarasso disegna dietro la narrazione del suo romanzo non è L’Italia degli anni settanta, è un’altra Italia possibile del periodo, partendo dai medesimi presupposti, tuttavia lo scenario è assolutamente plausibile. Uno scenario di guerra mai dichiarata, anzi ostinatamente negata, ma realmente combattuta, di ideali traditi prima e crollati poi, di pietà per le, tante, innocenti vittime di sporchi giochi di potere.
Infine la scrittura. Lacerante, l’ha definita la brava Alessandra Buccheri su NovaMag. Assolutamente vero. Rispetto a “Confine di Stato”, capitolo primo della “trilogia sporca” di cui “Settanta” rappresenta il secondo atto, la scrittura presenta una notevole evoluzione. In “Confine” era prettamente cinematografica, la narrazione era trascinata dalla ricerca dell’azione a tutti i costi.
La lingua del romanzo era tutto fuorché aderente all’italiano parlato nel periodo. “Settanta” è un oggetto narrativo completamente diverso. Leggendolo si evince lo sforzo dell’autore per restituire i regionalismi e le inflessioni dell’italiano, gli stereotipi tipici della lingua del periodo, ed il lavoro svolto sull’intreccio, costruendo un «mostro» a quattro teste, una storia polifonica a quattro voci che diventano una sola. Il tutto innestato su una tecnica narrativa alla James Ellroy di “American Tabloid”.
Il risultato: quello di tenere il lettore incollato al romanzo dalla prima all’ultima pagina.
I libri di storia per imparare cose sul passato del nostro Paese e, forse, per non commettere più gli stessi errori ci sono. Tuttavia, le pagine oscure, i buchi neri sul reale svolgimento dei fatti, i retroscena segreti, e ad oggi sconosciuti, abbondano; nel periodo dei “settanta” forse ancora di più rispetto ai decenni che li hanno preceduti e seguiti.
Sarasso è nato nel ’78, quel decennio non l’ha vissuto direttamente, tuttavia uno dei meriti di romanzi come “Settanta”, oltre ai pregi precedentemente elencati, è quello di poter stimolare il lettore, che certe storie non le conosce abbastanza, se non per nulla, o che magari se le è solo dimenticate, a documentarsi per fermare la memoria di ciò che è stato.
Perché raccontare storie, così come conoscere il nostro passato, sono modi per resistere, per non farsi sopraffare da chi tenta, nell’Italia di oggi più che mai, a farci credere alle favole.

27.03.2009 | Categoria: Rassegna stampa, Recensioni

LA TERZA METÀ

“La terza metà” (Marsilio Editore ,2008)  è uno di quei romanzi che andrebbero letti anche solo per come sono scritti. Ovvero benissimo.
Le caratteristiche principali di questo libro sono, infatti, la qualità della narrazione e, soprattutto, la lingua. I personaggi sono curati, umani, dolorosi e profondamente tragici sia nei pensieri sia nelle azioni. L’autore dimostra un talento particolare nel costruire personaggi disturbati, impietosi, tratteggiati con sicurezza tale che tendono a trasbordare dalla pagina.
Guglielmo Pispisa, l’autore, membro dell’ensamble narrativo KAI ZEN, è un magistrale padrone della lingua e della frase, capace, in una mirabile alternanza di prima e terza persona, di raccontare la tragedia di un’intera famiglia e il sogno fallito di due generazioni ed intrecciarli alla storia degli ultimi quarant’anni della nostra tribolata Repubblica (gli anni di piombo del terrorismo nel decennio ’70, il G8 di Genova, il più recente, e fallito, tentativo di ricostruzione del terrorismo, le possibili azioni d’infiltrazione e manipolazione per opera dei Servizi sia nel passato recente sia in quello più remoto): il racconto di una storia personale collocata all’interno della traiettoria di eventi più grandi che riguardano la nostra nazione tra il vecchio ed il nuovo terrorismo politico.
Due protagonisti Hieronimus (o più semplicemente Hiero che si presenta al lettore nel giorno del suo finto funerale) ed il Magister (un capolavoro di dignitosa alienazione mentale, un clochard attorniato da quattro mirabili personaggi immaginari che ascoltano le sue memorie e che, da soli, valgono il prezzo del libro), si rincorrono per tutto il romanzo, sfiorandosi appena, di tanto in tanto, senza però mai incontrarsi. Entrambi infiltrati dei Servizi nel terrorismo di estrema sinistra (quello vecchio e quello nuovo) per due vie completamente diverse, me per opera della medesima mano (Aristotele, un pezzo grosso dei Servizi: spiacevole, istruttivo, pericoloso, insomma uno stronzo di prima categoria).
La terza metà lo si potrebbe definire un noir di fantapolitica. In fondo ipotizza in modo realistico cosa potrebbe essere realmente accaduto negli anni di piombo, qual potrebbe essere stato il ruolo dei Servizi, cosa sia accaduto ai pesci piccoli, a quelli che non sono finiti sulle prime pagine dei giornali, che non erano dei leader, che non hanno ammazzato, ma che erano in ogni caso coinvolti tanto da averne la vita pesantemente stravolta.
In realtà è qualcosa di più. La terza metà è la storia di una tragedia che, partendo dalle vicende di una famiglia distrutta dagli impietosi ingranaggi della Storia, racconta la disillusione ed il sogno fallito di due generazioni che hanno creduto di cambiare un paese colpendo al cuore un sistema di potere che non poteva essere invece colpito.
Per due ragioni. Perché un cuore non lo ha mai avuto e perché, mentre essi tramavano per colpirlo, lui (il sistema), stava già operando per renderli strumenti (inconsapevoli) dei suoi disegni.

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*Guglielmo Pispisa è nato a Messina nel 1971. È autore del romanzo” Città perfetta” (Einaudi Stile Libero 2005) e “Multiplo” (Bacchilega Editore 2004). Fa parte dell’ensemble narrativo Kai Zen con cui ha scritto il romanzo” La strategia dell’ariete” (Mondadori  2007).

16.12.2008 | Categoria: Rassegna stampa, Interviste

“New Italian Epic” Intervista a WM1

Abbiamo incontrato WM1 (assieme a WM5) a Torino, durante la presentazione, al “Circolo dei lettori”, di “Grand River” (Rizzoli 24/7 Stanger, 2008), ultimo parto del collettivo Bolognese.
“Grand River” narra del viaggio fatto in Canada, terra dove vivono gli eredi dei protagonisti di “Manituana”, da parte di tre dei Wu Ming, libro di viaggio e collettivo dunque, ma incentrato su un unico io narrante e strutturato come un romanzo.
In realtà non si può ingabbiare: non è un saggio, non è il racconto di un viaggio, non è un romanzo, è un’opera collettiva, eppure è caratterizzata da un unico soggetto narrante.
Un’opera non classificabile, ovvero un “oggetto narrativo non identificato”. In piena “nebulosa” New Italian Epic (NIE) dunque.
Normale che già nel corso della presentazione sorgessero spontanei i riferimenti ad un’altra opera che “oggetto narrativo non identificato” lo è a pieno titolo, ovvero “Gomorra” di Saviano, così come si parlasse di NIE, appunto.
Altrettanto, e forse ancora più logico, che si continuasse a discutere di NIE nel corso della simpatica chiacchierata che ci hanno gentilmente concesso WM1 e WM5 dopo la presentazione, davanti ad un succo di frutta, un gelato ed un Martini.
Il risultato di quanto ci siamo detti, a volerci per forza imporre un nome, si potrebbe chiamare intervista.

Eccola.
Premesso che trovo molto affascinate il termine astrofisico di nebulosa che usi per caratterizzare il NIE, quand’è che hai cominciato a cogliere i segni della materializzazione di questo insieme di opere letterarie”
I primi segnali li ho avuti proprio parlando con i lettori. Nei vari incontri e dibattiti che seguivano le presentazioni dei nostri libri c’era puntualmente qualche lettore che faceva riferimenti ad opere di altri autori, alcune che ci erano note, altre no, ma che avevano comunque dei punti di contatto, delle similitudini, delle assonanze, pur essendo, di fatto, spesso molto distanti tra loro per genere, stile ed argomenti trattati. In seguito questi segnali ebbero delle conferme importanti.
Quando, nella primavera del 2002, uscì nelle librerie il nostro “54”, il mondo era in pieno contraccolpo da 11 Settembre, tutte le certezze materializzatesi in occidente con la fine della Guerra Fredda e la “presunta vittoria” della civiltà occidentale si erano polverizzate in un solo istante, assieme alle Torri Gemelle. Il medesimo tipo di contraccolpo che descrivevamo nel nostro romanzo. Il compiersi di un ciclo storico, la fine di un’era. Quasi contemporaneamente uscì in libreria “Black Flag” di Valerio Evangelisti, che all’epoca non conoscevamo di persona. “Black Flag” racconta della nascita del capitalismo industriale. Leggendolo scoprimmo che il primo capitolo era un’allegoria molto simile alla nostra. Autori diversi, opere diverse che narravano, in modo dissimile, ma con forti assonanze, i medesimi fenomeni collegati al venir meno di un sistema.
Cinque anni dopo facemmo una nuova scoperta leggendo “Nelle mani giuste” di Giancarlo De Cataldo. Il romanzo narra di vicende ambientate negli anni di Tangentopoli, dalla fine della Prima Repubblica alle stragi di mafia, fino alla “discesa in campo” di Berlusconi.
Da poco era uscito il nostro “Manituana”, che narra della guerra di indipendenza americana dal punto di vista degli indiani Mohawk, che si batterono fianco della corona britannica contro i coloni ribelli.
Due libri apparentemente irrelati, differenti per stile, struttura, epoca storica, con avvenimenti ben differenti nella narrazione, differente area geografica, insomma, tutto diverso.
Eppure notavamo echi, riverberi, somiglianze. Una vibrazione comune.
Dopo un po’ capimmo.
Entrambi i romanzi raccontano di sistemi che entrano in crisi a seguito del vuoto lasciato da dei demiurghi che avevano creato e retto dei mondi. Sir William Johnson, sovrintendente agli affari indiani del Nordamerica, ed Hendrick, capo irochese fautore della comparazione con i bianchi, in Manituana. Il “Vecchio”, grande manovratore di servizi segreti, e il “Fondatore” capitano d’industria e fondatore di un impero finanziario, in “Nelle mani giuste”.
In entrambi i romanzi gli eredi non sono all’altezza, si scoprono inadatti, deboli, in breve la situazione gli sfugge di mano, gli imperi creati dai predecessori si sgretolano e, mentre i maschi falliscono, emergono le figure di donne forti (Molly per Manituana – Maya per Nelle mani giuste) che riescono ad aprire delle alternative, delle via di fuga per pochi.
Nel frattempo i vecchi mondi erano finiti, la storia aveva voltato pagina.
Ad un livello profondo entrambi i romanzi raccontavano la medesima storia.
“E da queste intuizioni qual è stato il passo che ha portato alla nascita del memorandum sul NIE”
Sommando queste esperienze a quelle di diversi altri colleghi, che avevano per così dire, avuto repentine “illuminazioni” innescate da letture comparate, abbiamo capito che si stava creando un insieme di opere che aveva qualcosa in comune, che sta va facendo massa e che questa attorno a questa massa si stava creando un campo di forze.
Per lungo tempo si è trattato solo di impressioni, intuizioni, poi il discorso ha cominciato a farsi più strutturato. Dovevo preparare un intervento per “Up close & personal” un work shop sulla letteratura italiana che si è svolto alla McGill University di Montreal nel marzo del 2008.
Per preparare questo intervento ho provato a tirare le somme di quanto era maturato nel corso degli anni ed è in questo contesto che stata utilizzata per la prima volta l’espressione “nuova narrazione epica italiana”.
“Ovvero, New Italian Epic, e poi la cosa è maturata ulteriormente”
Si, grazie alla prima discussione ho potuto registrare ulteriormente i concetti e nei giorni successivi ho parlato di NIE in altre due università nordamericane: il Middlebury College, nel Vermont, ed il M.I.T. di Cambridge, nel Massachusetts.
Ritornato a casa ho discusso a lungo con i miei colleghi di collettivo, messo a punto gli appunti che avevo raccolto e così sono nate le due versioni del memorandum.
La prima della primavera del 2008 e la seconda (2.0), figlia degli spunti nati dal dibattito sulla prima versione, del settembre dello stesso anno.
“Perché hai voluto utilizzare il termine nebulosa?”
Perché si tratta di un campo di forze che attira attorno a sé opere in apparenza difformi, romanzi, saggi, “oggetti narrativi non identificati”, ma che hanno affinità profonde.
I loro autori non formano una generazione in senso anagrafico perché hanno età diverse, sono piuttosto una generazione letteraria perché condividono parzialmente le poetiche e perché hanno un desiderio di verità che li porta agli archivi o per le strade, o comunque in quei posti dove archivi s strade finiscono per incontrarsi
“Comunque confermi che la nebulosa contiene delle opere e non degli autori?”
Sì perché il NIE riguarda più le prime che non i secondi. Possono esserci autori che hanno scritto alcune opere che rientrano nel NIE ed altre che non vi rientrano affatto.
“A mio modesto parere uno dei pregi del memorandum è quello di avere stimolato un interessante il dibattito e di avere un respiro così ad ampio da permettere che siano stati fatti molti interventi in merito senza che questi necessariamente si sovrappongano. Sei d’accordo?”
Assolutamente sì.
“Nel memorandum identifichi caratteristiche principali, o caratteri distintivi, di questa narrativa. Sei d’accordo se dico che uno dei principali è la necessità di uscire da una visione antropocentrica del mondo?”
Sì perché in termine ultimo molti dei libri che fanno parte del NIE ci dicono che noi, noialtri Occidente, non possiamo continuare a vivere come eravamo abituati, spingendo il pattume (materiale e morale) sotto il tappeto e fare finta di nulla. Ci rifiutiamo di accettare che andiamo incontro all’estinzione come specie. Noi non siamo immortali, neppure la Terra lo è. Solo che la Terra morirà quando la specie umana si sarà già estinta da un pezzo e nel frattempo il pianeta avrà già digerito ed eliminato tutte le scorie, i danni ed il pattume che la specie umana è riuscita a produrre nel corso della sua esistenza. Se ce ne rendessimo conto, se accettassimo la cosa, vivremmo con meno tracotanza. La tracotanza e la ristrettezza di vedute del genere umano non sono più accettabili. Non possiamo accettare che la specie stia facendo di tutto per accelerare il processo di estinzione nel modo più doloroso e meno dignitoso possibile. L’antropocentrismo è vivo e vegeto, malgrado tutto, continuiamo a vivere convinti di essere la specie eletta.
Perciò è importante il messaggio che può arrivare dalle opere che fanno parte del NIE, uno sguardo obliquo, perché se è vero che siamo anthropoi ed abbiamo difficoltà ad adottare un punto di vista non antropocentrico, è altrettanto vero che il linguaggio, la letteratura, possono aiutarci a simularlo.
“Che è quello che scrivi al termine del memorandum. Cito espressamente:”
Oggi arte e letteratura non possono limitarsi a suonare allarmi tardivi: devono aiutarci ad immaginare vie d’uscita
Esatto non possiamo permetterci il lusso di fingere di essere in pace, o che comunque il fronte di guerra sia lontano, la letteratura non deve mai credersi in pace. Le riflessioni sul memorandum in merito all’assurdità della visione antropocentrica mi sono state ispirate dal libro di Alan Weismann “Il mondo senza di noi”, un’opera che contiene passaggi di autentica commovente poesia e di cui occorre assolutamente tenere in considerazione si vuole capire l’esiguità del genere umano rispetto alla storia ed alle potenzialità del pianeta.
“In merito a questo penso all’intervento in merito al NIE scritto da Simone Sarasso, dove afferma che, anche qui cito espressamente:”
La maggior parte delle opere ascrivibili all’orizzonte del NIE ha un’efferata, spasmodica tensione apocalittica
È vero, nel senso che sino ad ora tutta la letteratura rientrante nel NIE si occupata di apocalissi, di fini, più o meno traumatiche: di un epoca, di un mondo, di un sistema di potere, nel caso più ristretto dell’universo dei protagonisti.
“E sinora nessuno si è ancora avventurato nel racconto di quello che potrà avvenire dopo, del post apocalisse”
Finora tutti noi abbiamo alluso a una mitologia fondativa, o ci siamo protesi, inarcati verso di essa, ma dobbiamo fare un salto, andare oltre. Abbiamo mostrato tentativi di fondare civiltà terminati in tragedia (gli anabattisti che conquistano Munster, in Q) oppure abbiamo descritto esodi, esodi oltre i quali ci saranno nuove fondazioni. In generale, nel NIE ci sono tante Iliadi e - soprattutto - Odissee, ma poche Eneidi, come direbbe Valter Binaghi. Ecco, dobbiamo ragionare in termini di Eneide. Enea è un fuggiasco, ma fuggendo finisce per fondare qualcosa.
“Per insistere nell’uso di termini legati all’astro fisica, potremmo dire che siamo in un punto della storia del NIE, dal quale il nostro orizzonte degli eventi ci permette di vedere il passato della nebulosa costituito dalle opere scritte sinora, (tutte che trattano di apocalissi e della fine di universi) e solo immaginare quelle del futuro, che potrebbero trattare della fondazione dei nuovi universi, nati dai germogli delle apocalissi precedenti”
Come dice Benjamin, l’angelo della storia vola all’indietro, e di fronte a sé ha una distesa di rovine. Il NIE ha un passato epico di fronte a sé (possiamo vederlo) e un futuro epico alle spalle (che possiamo visualizzare solo gettando occhiate dietro di noi.

 

27.09.2008 | Categoria: Rassegna stampa, Blog

NEW ITALIAN EPIC 2.0 (NIE)

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E’ on line la versione 2.0 di New Italian Epic (dedicata a David Foster Wallace), il memorandum con cui Wu Ming 1 ha individuato un ipotetico centro di gravità (o nebulosa se si vuole esagerare coi termini di tipo astrofisico), attorno al quale ruotano testi narrativi italiani dal 1993 a oggi. Un saggio, di cui già avevamo comunicato l’uscita della prima versione, che ha fatto molto discutere sui media ed in Rete.
Dal NIE è nato un dibattito che ancora non accenna a spegnersi, anzi, si ravviva ad ogni bava di vento, è stato commentato, letto a fondo o letto in fretta, celebrato o liquidato, osannato o crocifisso. D’altronde, come scrive il suo stesso autore:
“era prevedibile che incontrasse ostilità e reazioni sopra le righe: ci mangia un intero establishment sul tenere divise o unite con lo sputo cose e idee: cattedre tenute da baroni influenzano redazioni che s’impastano con organizzazioni di festivals & kermesses con patrocinii di province e regioni che finanziano potentati che carburano a precariati etc.”
Ma che piaccia o no, che incontri simpatia o critiche feroci, il NIE esiste, forse confusamente, ma c’è e si trasforma in continuazione, immagina, propone, racconta.
Per dirla sempre con le parole del suo autore:
“Accade in Italia, non a caso. Paese delle mille emergenze, poco interessato al futuro, già oltre l’orlo di catastrofi indiscusse (nel senso che non se discute). Paese campione di polvere sotto il tappeto e liquami alle caviglie, Bengodi degli Stakeholder descritti da Saviano.”
Un paese, si permette di aggiungere il sottoscritto, in cui sta soffiando, pericolosissimo, un vento cominciato come una brezzolina anni fa e che nel tempo, tanti, troppi, hanno contribuito a rafforzare e pochi, troppo pochi, hanno vanamente cercato di smorzare. Un vento che, avanti di questo passo, diventerà bufera, perché a seminare vento, non si può fare altro che raccogliere tempesta.

JP

4.07.2008 | Categoria: Rassegna stampa

NEW ITALIAN EPIC

“La letteratura non deve, non deve mai, non deve mai credersi in pace”

Se si possedesse un po’ di presunzione ed una notevole dose di ardimento, con queste parole, scritte dall’autore nell’ultima pagina del saggio, si potrebbe condensare l’interessante “New Italian Epic”, un saggio di Wu Ming 1 disponibile da qualche tempo in rete e che Vi invito a leggere.

Premesso che le tesi sostenute nel saggio, oltre che interessanti, sono ampiamente condivisibili, è utile sottolineare come l’autore dimostri la convergenza di parecchi scrittori italiani in un’unica, vasta, nebulosa letteraria, alla quale assegna il nome di “New Italian Epic” e come le esperienze letterarie al suo interno svarino dal romanzo, al saggio, agli “oggetti narrativi non identificati”.

WM1 sostiene, a mio avviso con ragione, che questo tipo di esperienza è figlia del nuovo ordine mondiale, di riflesso venutosi a creare con la caduta del muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e nel nostro paese, il dissolversi del fattore “K” che aveva, di fatto, bloccato la politica italiana dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad allora.

Di alcuni degli autori e delle opere citate da WM1 nel suo saggio abbiamo parlato su questo sito (De Cataldo, Genna, Saviano, Sarasso), così come di una nuova generazione di italici scrittori, sia chiaro senza la complessità e lo spessore del saggio di WM1, (cfr. “Umberto Eco ed il giallo”).

Ma ora stop con le citazioni auto-referenziali ed andate a leggervi “New Italian Epic”, poi semmai, ne riparliamo.

 

24.06.2008 | Categoria: Rassegna stampa

Inizia la collaborazione col sito Europolar

Gentili amici, comincia con una recensione di “Confine di Stato“, libro di cui abbiamo già avuto modo di parlare, la collaborazione col sito Europolar.

Nel darvene l’annuncio, con un po’ di orgoglio, colgo l’occasione per ringraziare sentitamente la professoressa Giuseppina La Ciura, che mi ha concesso l’opportunità di questa collaborazione che mi auguro essere lunga e fruttifera.

Europolar è un luogo di scambio, di incontri e di discussioni sul romanzo Noir. Un sito multilingue destinato agli amanti del Giallo europeo, che copre l’attualità di questo genere letterario principalmente in Germania, Belgio, Spagna, Francia ,Gran Bretagna ed Italia e si propone di mettere in luce il lavoro degli scrittori europei allargando i temi trattati, grazie a dibatti e discussioni, ai grandi problemi della società attuale.

Lo sguardo di Europolar vuole essere multiculturale e la sua redazione, divisa fra sei paesi europei, fornisce ai lettori informazioni sugli eventi e pubblicazioni di polizieschi nei loro rispettivi paesi. Il lavoro dei traduttori permette ai lettori di superare le barriere linguistiche e di accedere alla maggioranza degli articoli in cinque lingue.

Europolar vuole contribuire allo sviluppo di un’Europa culturale, sociale, tollerante e solidale, lanciare dei dibattiti tra autori, scienziati ed appassionati su dei temi letterari, politici e sociali in rapporto al romanzo noir e rafforzare la corrente critica del polar  contro le produzioni (di massa) che trattano il crimine in maniera antropologica e non sociale.

11.12.2007 | Categoria: Rassegna stampa, Interviste

Intervista a “Linea d’ombra” Telesubalpina

Lunedì 10 dicembre, nella trasmissione di approfondimento di Telesubalpina “Linea d’ombra”, si è parlato di sicurezza e criminalità nella società moderna.

Il fenomeno è stato presentato da più punti di vista: politico, sociale, mediatico. Per la “visone” letteraria del problema è andata in onda un’intervista a JP, nella quale si è parlato di come la letteratura di genere vede e rappresenta queste tematiche.

Per gentile concessione di Telesubalpina, che ringrazio, potete vedere qui di seguito il video dell’intervista.

Colgo l’oppurtunità per ringraziare la dottoressa Anna Gagliardi e tutto lo staff di Telesubalpina per la cortesia e la disponibilità dimostrata nei miei confronti.

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15.10.2007 | Categoria: Rassegna stampa, Eventi, Recensioni

Recensioni ed articoli dedicati a “Tutto il nero dell’Italia”

Oltre a quelli già segnalati lo scorso luglio, sono stati pubblicati in rete altri articoli e recensioni dedicate all’antologia “Tutto il nero dell’Italia”, che contiene, tra gli altri, il racconto “Per sempre”, scritto da JP.

Qui di seguito potete trovare un po’ di link:

Ludicamente

Sherlockmagazine

Andrea Villani

Pagina 3

Paolo Agraff

15.10.2007 | Categoria: Rassegna stampa, Recensioni

Tutto il nero dell’Italia - Lo speciale di Border Fiction

Su Border Fiction uno speciale dedicato a “Tutto il nero dell’Italia” , contenete una presentazione del libro, una recensione di Alfredo Colitto ed un’area dedicata agli autori ognuno dei quali racconta il suo punto di vista sull’antologia  presenta il proprio racconto, tra gli altri potete leggere ovviamente anche lo sproloquio del sottoscritto.

30.07.2007 | Categoria: Rassegna stampa, Interviste

JP intervistato da Radio Monte Carlo

foto_luisella.jpegSaranno scrittori. Saranno libri
L’appuntamento “Saranno Scrittori” nasce con l’intento di portare allo scoperto giovani talenti della scrittura, autori al primo libro e scrittori in cerca di editore.

Nell’ambito di questa rubrica la DJ di Radio Monte Carlo Luisella Berrino ha intervistato JP a proposito del suo libro di esordio “L’ultima stoccata”.

L’intervista è andata in onda Martedì 24 Luglio alle ore 6.45.

Clicca qui 002.mp3  se vuoi ascoltare la registrazione dell’intervista.

Una breve presentazione de “L’ultima stoccata” si trova sul blog di Luisella e su quello di Radio Monte Carlo dedicato alla rubrica “Saranno Scrittori”

2.07.2007 | Categoria: Rassegna stampa, Interviste

JP e “L’ultima stoccata” su Torino Vista da Nord

Il periodico Torinese “Torino Vista da Nord” dedica un articolo ed un intervista a JP ed a “L’ultima stoccata”

articolo_tovdn.pdf

2.07.2007 | Categoria: Rassegna stampa

Articoli e segnalazioni per “Tutto il nero dell’Italia”

Sono stati pubblicati in rete un alcuni articoli e presentazioni relative all’antologia “Tutto il nero dell’Italia”, qui di seguito potete trovare un po’ di link:

Thrillermagazine

Statale11

Angolonero

Horrorcrime

Zam

Orienexpress

Scheletri.com

Culturaglobale

31.05.2007 | Categoria: Rassegna stampa

Concorso Letterario CENTORIGHE 2007 III Edizione

Venerdì 25 maggio 2007, dalle ore 17, presso il Caffè Storico Letterario LE GIUBBE ROSSE (piazza della Repubblica) si è svolta la premiazione della terza edizione del premio letterario organizzato dal C.R.A.L: Centorighe 2007 dedicato quest’anno a Vasco Pratolini.
La Giuria presieduta da Alfredo Allegri ha reso noto la graduatoria dei 10 finalisti.
1. Lentini Domenico (Nel blu)
2 - Chimenti Tommaso (La camicia nera)
3 - Giordano Antonio (U’Miricanu - Lavandaie)
3 - Capitani Panzera Cesare (Il frate della pietraia)
5 - Rivetti Giulio (Un amico)
6 - Managò Marco (La guerra della parola)
7 - Daniele Locchi - (Monochrome)
8 - Arecchi Alberto (La chiesa e il parcheggio)
9 – JP Rossano (La finale)
Una finale olimpica è lo scenario di questo racconto.
Stoccate e riflessioni si intrecciano dando vita ad un doppio binario interpretativo. L’oggi e il domani si combattono.
10 - Muscas Mauro (Una vita migliore)

10.04.2007 | Categoria: Rassegna stampa, Recensioni

La recensione di “Crimine.net”

La positiva recensione de “L’ultima stoccata” del sito di criminologia “Crimine.net” della bravissima viareggina Chiara Guarascio.

Link

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