Questa non può essere intesa come una recensione. Per il semplice motivo che non è facile per nessuno, tanto meno per il sottoscritto, recensire un autore di culto come Ellroy. Ellroy non lo si recensisce, lo si legge e lo si ama (pregi e difetti compresi), oppure lo si detesta profondamente e totalmente(pregi e difetti compresi).
Dunque questa non è, né pretende di esserlo, una recensione.
Diciamo semplicemente che sono alcune considerazioni personali di uno scellerato, quanto ignoto, amante e scrittore del noir a proposito dell’ultima (in senso cronologico) fatica, di uno degli scrittori noir più famosi del mondo. Punto.
Il sangue è randagio. Un libro certamente impegnativo.
Già perché non siamo di fronte ad un usuale romanzo noir a sfondo storico/politico. Né, tanto meno, solo al capitolo finale della trilogia Elloryana dedicata alla storia degli States, aperta con il travolgente “American Tabloid” e proseguita con il, forse eccessivamente, pretenzioso “Sei pezzi da mille”.
In questo caso non è lo stuolo, al solito ampio, di personaggi del romanzo a essere protagonista del racconto. È la storia stessa degli Stati Uniti alla fine degli anni ‘60 a recitare la parte principale. Nera, oscura, crudele e misteriosa. Ed assieme ad essa l’autore medesimo assume un ruolo fondamentale perché in questo romanzo la componente autobiografica di Ellroy la fa, a mio per altro opinabile, giudizio, da padrona. Tanto che, per chi avesse letto gli altri romanzi di Ellroy e volesse avvicinarsi anche a questo, ci sentiamo di suggerire che, magari dopo, il lettore si avventurasse, qualora non lo avesse mai fatto, nella lettura delle due “quasi” autobiografie dello scrittore americano: “I mei luoghi oscuri” ed il recente “Caccia alle donne”.
Due libri fondamentali per comprendere, sempre che sia possibile, qualcosa di più di James Ellory, della sua scrittura, dei suoi romanzi e soprattutto di quest’ultima opera.
Dicevamo come la lettura de “Il sangue è randagio” risulti impegnativa. Infatti per seguire la trama occorre sostenere uno sforzo, tanta attenzione e non poca memoria, per orientarsi in tutto il coacervo di vicende che si sviluppano sullo scenario dei movimenti di protesta filo-comunisti, dalle questioni razziali, ma anche dall’anticomunismo e dall’anti-castrismo delle stesse istituzioni, FBI di Hedgar Hoover in prima fila, che caratterizzarono gli USA del periodo in cui si dipana la storia. Come classico delle storie di Ellroy, tra poliziotti corrotti e rivoluzionari criminali, si incontrano una serie di personaggi che incarnano tutte le posizioni intermedie tra il bene e il male, senza confini ben precisi, con una confusione e uno scambio di ruoli vorticoso. E sempre come avviene nelle trame dello scrittore statunitense, i moltissimi personaggi che si avvicendano, siano realmente esistiti o inventati, danno vita a numerose storie, alcune ricostruzione di fatti reali, altre verosimili, altre ancora solo emblematiche; con una serie di rimandi tra tradimenti, doppi giochi, depistaggi, operazioni con infiltrati doppiogiochisti, tali da inscenare una giostra dove non è facile orizzontarsi o provare un senso di vertigine.
Insomma la solita trama complessa che costituisce un romanzo impegnativo anche dal punto di vista fisico, oltre ottocento grammi di tomo non sono facili da maneggiare, tanto che Il sangue è randagio va letto poggiato, su un tavolo, sul bracciolo di un divano o una poltrona, sulle ginocchia o sul letto. Se avete il fisico per spararvi una media di 50 pagine al giorno, non ve ne basteranno 17 per finirlo. Maneggiare un tomo di otto etti per un tale periodo sarà un bell’esercizio fisico ed un bell’impegno mentale per reggere alla trama.
Impossibile accennare la trama. Essa si presenta frammentata, spesso scorre sotterranea per poi riaffacciarsi in superficie, affiancata com’è dalle storie dei singoli personaggi, dalla descrizione dell’atmosfera dell’epoca, dalla denuncia delle psicosi personali e dalle nevrosi sociali di quegli anni. Una storia nella storia, dove sullo sfondo aleggiano gli omicidi di John Fitzgerald Kennedy, Robert Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King ed al tempo stesso un mondo dove i protagonisti intrecciano la propria vita, i propri valori e le proprie delusioni con gli avvenimenti politici, le problematiche sociali, le violenze istituzionali e quelle rivoluzionarie. Un mondo dove le efferatezze, le droghe, gli ideali, la fame di potere, il sesso, il denaro trovano ognuno il loro posto.
In essa ritroviamo alcuni personaggi (veri o di fantasia) che hanno già popolato le due parti precedenti della trilogia. Il potente ed infernale capo dell’FBI J. Edgar Hoover, ormai avviato verso la fine della sua esistenza, ma sempre assillato dalle trame, più presunte che reali, dei rossi sovversivi. L’elegante Dwight C. Holly, uomo di fiducia di Hoover, ufficialmente incaricato di fomentare i contrasti tra i gruppi estremisti del potere nero dell’epoca, ma in realtà fatalmente attratto verso la sovversione dalla figura di due donne di sinistra, la “moderata” professoressa Karen Sifakis e la “rivoluzionaria” dea rossa Joan Klein. L’ex poliziotto Wayne Tedrow, l’uomo dei sei pezzi da mille, trafficante occasionale di droghe, tuttofare per conto del leggendario miliardario Howard Hughes, nonché assassino tanto di papponi e spacciatori di colore, quanto del proprio padre membro del KKK, ormai prigioniero dei propri fantasmi ed in deriva definitiva verso l’autodistruzione. E poi ancora: Nixon, i “ragazzi”della mafia, Marshall E. Bowen, Freddy Otash, Trujllo, Papà Doc Duvaille, Celia Rodriguez, Jack Leahy, Scotty Bennet, Hubert Humphrey, Sonny Liston. Chissà quanti di voi leggendo questo elenco si sono divertiti a riconoscere i personaggi storici da quelli di fantasia e, a quanti, è semplicemente venuto un gran cerchio alla testa.
Come ci ha abituato Ellroy entra nella storia con tutta la potenza della sua scrittura. Il linguaggio con cui è raccontato Il sangue è randagio è ruvido, a volte sbrigativo, un puzzle composto da documenti segreti, registrazione telefoniche, memorie, intercettazioni ambientali, insomma una storia frammentata in differenti registri narrativi che gli appassionati di Ellroy conoscono bene, ma dove trovano sempre più spazio anche esperimenti linguistici originali. Un carro armato che butta giù castelli di cartone, facciate finte, costruzioni di cartapesta, scoperchia impietosamente le più ripugnanti e inenarrabili nefandezze, quasi indifferente del marciume che mette a nudo eppure, al tempo stesso, porta il lettore a provare empatia per i personaggi, anche se ambigui e controversi. E sono le donne che ci fanno la figura migliore. Donne forti che gestiscono il potere, che comandano, che sopravvivono ai protagonisti uomini, i quali invece moriranno praticamente tutti. Quelle donne che con i loro ideali spingono vicende, personaggi e movimenti nella direzione da loro voluta.
Ma, sopra tutto, ne Il sangue è randagio, Ellroy mette questa volta in campo un vero e proprio alter ego dello stesso Ellroy. Il giovane fotografo guardone di Don Crutch Crutchfield. Come lo scrittore, Don è assillato da donne più anziane, ed è sempre alla ricerca della figura materna, per entrambi scomparsa repentinamente e misteriosamente quando erano ancora fanciulli. Per entrambi la figura paterna è, seppur presente, inconsistente, quando non addirittura deleteria. Come il giovane Ellroy anche il giovane Crutchfield ama intrufolarsi nelle case delle donne di cui è infatuato per rubare biancheria ed oggetti intimi, come il giovane Ellroy, Crutchfield è una specie di guardone. La componente autobiografica nel romanzo è tanto forte che, non a caso, alcune delle donne che compaiono nella storia ricalcano perfettamente alcune donne che hanno segnato la vita dello scrittore statunitense. Ed è per questo, per capire meglio cosa si nasconde tra le righe di questo romanzo, oltre che i misteri della storia USA degli anni 60, che dopo averlo letto varrebbe la pena accostarsi a “Caccia alle donne”.
James Ellroy
Il sangue è randagio
Mondadori
Traduzione di Giuseppe Costigliola
Pagine 864