J.P. Rossano

Il sito ufficiale dell’autore del thriller “L’ultima stoccata”

"J.P. Rossano e la Scherma"

Cosa mi piace di questo sport? Tutto.
La scherma è bella e terribile, come la vita. Perché quando sali in pedana sei solo, come in tutti i momenti cruciali della vita. Attorno può esserci un sacco di gente, ma, di fatto, sei solo. E poi, in realtà, non affronti l’avversario, affronti te stesso, te stesso e tutti i fantasmi che affollano la tua mente e la tua coscienza.
La scherma è rissa, finzione, imbrogli, machismo, mito dei gladiatori, dei galli e dei segaioli.
La scherma è rappresentazione teatrale della vita, come, al tempo medesimo, la vita è un lungo, estenuante, assalto di scherma, nel quale tutti si cimentano… …e da cui i più ne escono sconfitti.

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20.08.2011 | Categoria: Recensioni

L’Inverno di Frankie Machine - Don Winslow

La Nike paga ventinove centesimi a un bambino per fabbricazione di una canottiera da basket, e la vende a centoquaranta dollari. E sarei io il criminale?”
In questa frase, che sarebbe perfetta in una eventuale trasposizione cinematografica nella recitazione di un attore tipo De Niro o Pacino, è racchiusa tutta la filosofia criminale e di vita del protagonista di questo romanzo. Criminale si, ma con delle precise regole etiche, uno della “vecchia scuola”.
Frankie “The Machine” Marchianno, è un killer della mafia in pensione, sessantenne (forse u po’ troppo in forma, ma la finzione del romanzo permette queste licenze poetiche), famoso nel “giro” per la sua “serietà” e la sua infallibile bravura, che ha optato per la vita tranquilla, tutto lavoro, fidanzata, figlia ed ex moglie da accudire amorevolmente. Ma tutto si complica improvvisamente quando qualcuno, e qualcosa, ritorna improvvisamente dal burrascoso passato di Frankie, deciso a toglierlo di mezzo. Così il protagonista si ritrova intento a cercare di salvare la pelle mentre cerca al contempo di mettere in ordine i tasselli di una trama che ci mette parecchio a dipanarsi. Ritmo, adrenalina, suspance, flashbacks narrativi, sono gli ingredienti per un perfetto hard-boiled che poggia su un personaggio affascinante e ben riuscito, circondato da comprimari che non gli sono da meno nell’affresco complessivo della storia, tratteggiata da Winslow.
Un thriller mafioso, ambientato in piena West Coast, a San Diego e dintorni, tra tavole da surf, bordelli e sparatorie, agenti del FBI e famiglie mafiose; nel quale i frequenti flashbacks tra i ricordi della carriera di Frankie e gli eventi incalzanti del presente, non intralciano la trama, anzi funzionano a meraviglia da volano, regalando al romanzo un ritmo eccezionale.
Dopo avere letto, ed essere rimasto fulminato, lo splendido “Il potere del cane”, mi sono avvicinato a questo romanzo con qualche sospetto, perché le aspettative erano alte e non nascondo che temevo di rimanere deluso. Ed invece ne sono uscito entusiasta, dopo essere rimasto aggrappato alle 300 pagine del libro ,grazie ad una narrazione che regala pathos e vibrazioni, attraverso una scrittura semplice, efficace, molto descrittiva, nonostante il soggetto sia effettivamente trito e ritrito.

L’Inverno di Frankie Machine. Don Winslow – Einaudi 320 pp – 12 Euro

8.08.2011 | Categoria: Recensioni

ALLA FINE DI UN GIORNO NOIOSO

Scrivere significa ricoprire il veleno per i topi con il cioccolato” ha scritto lo scrittore statunitense Josh Bazell (*) a proposito dell’ultimo romanzo di Massimo Carlotto, “Alla fine di un giorno noioso” (**). Concordo vorrei aggiungere, e rilancio pure, perché il cioccolato con cui Carlotto ricopre il topicida nella propria scrittura, è tanto amaro da essere catalogabile nel categoria fondente 100%.
Personalmente, da amante del Noir duro e puro, credo di avere sviluppato anticorpi sufficienti per riuscire a leggere e digerire quasi qualsiasi cosa; eppure Carlotto debbo assumerlo a piccole dosi, perché altrimenti potrebbe risultare letale pure per il mio stomaco, tanto le pagine della sua scrittura sono piene di cinismo, sino a non trovarvi mai la più piccola traccia di sentimentalismo, neppure in maniera embrionale.
Il protagonista di “Alla fine di un giorno noioso” è lo stesso Giorgio Pellegrini che avevamo lasciato undici anni fa, al termine de “Arrivederci Amore ciao”, davanti alla bara della sua fidanzata, da lui stesso uccisa con un farmaco a cui era allergica.
Ora lo rincontriamo dopo avere ottenuto la riabilitazione ed avere “quasi” rigato dritto, appena imbolsito, meno pronto a fiutare le trappole e ad evitarle, ma non meno cinico e bastardo di prima e, quando la trama del racconto comincia a filare, ben presto di nuovo pronto a scendere in pista e a premere forte sul gas.
Insomma tanto per non girare intorno alle parole, ma per puntare dritto al bersaglio, Giorgio Pellegrini è un vero pezzo di merda che il lettore meno cinico vedrebbe volentieri marcire in galera, se non peggio. Eppure all’interno della narrazione del romanzo, con sullo sfondo l’Italia di oggi, in cui malaffare, cattiva politica, criminalità organizzata e cani sciolti si contendono le spoglie del nostro povero paese, senza pietà e senza la minima intenzione di escludere qualche mezzo, con una pletora di delinquenti di ogni tipo, industriali corruttori, politici corrotti, mafiosi, papponi, puttane e puttanieri, alla fine il cinico, insensibile, egoista, misogino e pericolosissimo Pellegrini, “potrebbe” pure suscitare un minimo di simpatia.
Dico potrebbe, perché il personaggio è in realtà così marcio che di simpatia non riesce proprio a produrne, semmai il lettore potrebbe apprezzarne le gesta che finiscono per fare piazza pulita (parziale e provvisoria) degli altri delinquenti che lo circondano.
Personalmente sono riuscito a provare simpatia per parecchi personaggi decisamente neri della letteratura di genere (soprattutto alcuni del “Maestro Ellroy, come Pete Bondurant, Turner “Buzz” Meeks, oppure il Libanese o il Dandi del Romanzo Criminale di De Cataldo), ma verso Giorgio Pellegrini non riesco proprio, per quanto mi sforzi, a provare empatia alcuna.
La scrittura di Carlotto è sincopata e a tratti quasi sghemba e si addice perfettamente al genere, con pochi tratti, quasi chirurgici, riesce a disegnare situazioni e intrecci che, altrimenti, richiederebbero molte parole e pagine in più, rispetto a quelle in cui egli riesce a raccogliere la sua trama.
Carlotto scrive così, non indugia in nulla, mai ridondante né didascalico, nei confronti della trama, tanto che verso i personaggi, e chi ci guadagna sono la scorrevolezza della lettura ed il lettore, che rimane letteralmente incollato al libro sino alla fine.
Ovviamente, come in ogni “noir” degno di questo nome (e meno male aggiunge il sottoscritto), qui non ci sono buoni, non c’è redenzione e non c’è lieto fine: nella vita il lieto fine non esiste.
“Alla fine di un giorno noioso” è un romanzo per palati forti ed agli stomaci robusti, per lettori disposti ad assaporare anche i gusti più estremi senza fare smorfie e godendone.
Per quanto mi riguarda, da non perdere.
(*) Josh Bazell scrittore statunitense, laureatosi alla Brown University in letteratura inglese, ha poi svolto il dottorato (sempre in letteratura inglese) alla Duke University, e successivamente si è laureato in medicina alla Columbia University. Attualmente si sta specializzando in psichiatria alla University of California di San Francisco, città in cui risiede. È noto per il romanzo “Vedi di non morire” edito in Italia da Einaudi.

(**) “Alle fin di un giorno noioso”, Massimo Carlotto Edizioni E/O Noir, 177 pagine, 17 Euro

11.07.2011 | Categoria: Recensioni

Il sangue è randagio

Questa non può essere intesa come una recensione. Per il semplice motivo che non è facile per nessuno, tanto meno per il sottoscritto, recensire un autore di culto come Ellroy. Ellroy non lo si recensisce, lo si legge e lo si ama (pregi e difetti compresi), oppure lo si detesta profondamente e totalmente(pregi e difetti compresi).
Dunque questa non è, né pretende di esserlo, una recensione.
Diciamo semplicemente che sono alcune considerazioni personali di uno scellerato, quanto ignoto, amante e scrittore del noir a proposito dell’ultima (in senso cronologico) fatica, di uno degli scrittori noir più famosi del mondo. Punto.
Il sangue è randagio. Un libro certamente impegnativo.
Già perché non siamo di fronte ad un usuale romanzo noir a sfondo storico/politico. Né, tanto meno, solo al capitolo finale della trilogia Elloryana dedicata alla storia degli States, aperta con il travolgente “American Tabloid” e proseguita con il, forse eccessivamente, pretenzioso “Sei pezzi da mille”.
In questo caso non è lo stuolo, al solito ampio, di personaggi del romanzo a essere protagonista del racconto. È la storia stessa degli Stati Uniti alla fine degli anni ‘60 a recitare la parte principale. Nera, oscura, crudele e misteriosa. Ed assieme ad essa l’autore medesimo assume un ruolo fondamentale perché in questo romanzo la componente autobiografica di Ellroy la fa, a mio per altro opinabile, giudizio, da padrona. Tanto che, per chi avesse letto gli altri romanzi di Ellroy e volesse avvicinarsi anche a questo, ci sentiamo di suggerire che, magari dopo, il lettore si avventurasse, qualora non lo avesse mai fatto, nella lettura delle due “quasi” autobiografie dello scrittore americano: “I mei luoghi oscuri” ed il recente “Caccia alle donne”.
Due libri fondamentali per comprendere, sempre che sia possibile, qualcosa di più di James Ellory, della sua scrittura, dei suoi romanzi e soprattutto di quest’ultima opera.
Dicevamo come la lettura de “Il sangue è randagio” risulti impegnativa. Infatti per seguire la trama occorre sostenere uno sforzo, tanta attenzione e non poca memoria, per orientarsi in tutto il coacervo di vicende che si sviluppano sullo scenario dei movimenti di protesta filo-comunisti, dalle questioni razziali, ma anche dall’anticomunismo e dall’anti-castrismo delle stesse istituzioni, FBI di Hedgar Hoover in prima fila, che caratterizzarono gli USA del periodo in cui si dipana la storia. Come classico delle storie di Ellroy, tra poliziotti corrotti e rivoluzionari criminali, si incontrano una serie di personaggi che incarnano tutte le posizioni intermedie tra il bene e il male, senza confini ben precisi, con una confusione e uno scambio di ruoli vorticoso. E sempre come avviene nelle trame dello scrittore statunitense, i moltissimi personaggi che si avvicendano, siano realmente esistiti o inventati, danno vita a numerose storie, alcune ricostruzione di fatti reali, altre verosimili, altre ancora solo emblematiche; con una serie di rimandi tra tradimenti, doppi giochi, depistaggi, operazioni con infiltrati doppiogiochisti, tali da inscenare una giostra dove non è facile orizzontarsi o provare un senso di vertigine.
Insomma la solita trama complessa che costituisce un romanzo impegnativo anche dal punto di vista fisico, oltre ottocento grammi di tomo non sono facili da maneggiare, tanto che Il sangue è randagio va letto poggiato, su un tavolo, sul bracciolo di un divano o una poltrona, sulle ginocchia o sul letto. Se avete il fisico per spararvi una media di 50 pagine al giorno, non ve ne basteranno 17 per finirlo. Maneggiare un tomo di otto etti per un tale periodo sarà un bell’esercizio fisico ed un bell’impegno mentale per reggere alla trama.
Impossibile accennare la trama. Essa si presenta frammentata, spesso scorre sotterranea per poi riaffacciarsi in superficie, affiancata com’è dalle storie dei singoli personaggi, dalla descrizione dell’atmosfera dell’epoca, dalla denuncia delle psicosi personali e dalle nevrosi sociali di quegli anni. Una storia nella storia, dove sullo sfondo aleggiano gli omicidi di John Fitzgerald Kennedy, Robert Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King ed al tempo stesso un mondo dove i protagonisti intrecciano la propria vita, i propri valori e le proprie delusioni con gli avvenimenti politici, le problematiche sociali, le violenze istituzionali e quelle rivoluzionarie. Un mondo dove le efferatezze, le droghe, gli ideali, la fame di potere, il sesso, il denaro trovano ognuno il loro posto.
In essa ritroviamo alcuni personaggi (veri o di fantasia) che hanno già popolato le due parti precedenti della trilogia. Il potente ed infernale capo dell’FBI J. Edgar Hoover, ormai avviato verso la fine della sua esistenza, ma sempre assillato dalle trame, più presunte che reali, dei rossi sovversivi. L’elegante Dwight C. Holly, uomo di fiducia di Hoover, ufficialmente incaricato di fomentare i contrasti tra i gruppi estremisti del potere nero dell’epoca, ma in realtà fatalmente attratto verso la sovversione dalla figura di due donne di sinistra, la “moderata” professoressa Karen Sifakis e la “rivoluzionaria” dea rossa Joan Klein. L’ex poliziotto Wayne Tedrow, l’uomo dei sei pezzi da mille, trafficante occasionale di droghe, tuttofare per conto del leggendario miliardario Howard Hughes, nonché assassino tanto di papponi e spacciatori di colore, quanto del proprio padre membro del KKK, ormai prigioniero dei propri fantasmi ed in deriva definitiva verso l’autodistruzione. E poi ancora: Nixon, i “ragazzi”della mafia, Marshall E. Bowen, Freddy Otash, Trujllo, Papà Doc Duvaille, Celia Rodriguez, Jack Leahy, Scotty Bennet, Hubert Humphrey, Sonny Liston. Chissà quanti di voi leggendo questo elenco si sono divertiti a riconoscere i personaggi storici da quelli di fantasia e, a quanti, è semplicemente venuto un gran cerchio alla testa.
Come ci ha abituato Ellroy entra nella storia con tutta la potenza della sua scrittura. Il linguaggio con cui è raccontato Il sangue è randagio è ruvido, a volte sbrigativo, un puzzle composto da documenti segreti, registrazione telefoniche, memorie, intercettazioni ambientali, insomma una storia frammentata in differenti registri narrativi che gli appassionati di Ellroy conoscono bene, ma dove trovano sempre più spazio anche esperimenti linguistici originali. Un carro armato che butta giù castelli di cartone, facciate finte, costruzioni di cartapesta, scoperchia impietosamente le più ripugnanti e inenarrabili nefandezze, quasi indifferente del marciume che mette a nudo eppure, al tempo stesso, porta il lettore a provare empatia per i personaggi, anche se ambigui e controversi. E sono le donne che ci fanno la figura migliore. Donne forti che gestiscono il potere, che comandano, che sopravvivono ai protagonisti uomini, i quali invece moriranno praticamente tutti. Quelle donne che con i loro ideali spingono vicende, personaggi e movimenti nella direzione da loro voluta.
Ma, sopra tutto, ne Il sangue è randagio, Ellroy mette questa volta in campo un vero e proprio alter ego dello stesso Ellroy. Il giovane fotografo guardone di Don Crutch Crutchfield. Come lo scrittore, Don è assillato da donne più anziane, ed è sempre alla ricerca della figura materna, per entrambi scomparsa repentinamente e misteriosamente quando erano ancora fanciulli. Per entrambi la figura paterna è, seppur presente, inconsistente, quando non addirittura deleteria. Come il giovane Ellroy anche il giovane Crutchfield ama intrufolarsi nelle case delle donne di cui è infatuato per rubare biancheria ed oggetti intimi, come il giovane Ellroy, Crutchfield è una specie di guardone. La componente autobiografica nel romanzo è tanto forte che, non a caso, alcune delle donne che compaiono nella storia ricalcano perfettamente alcune donne che hanno segnato la vita dello scrittore statunitense. Ed è per questo, per capire meglio cosa si nasconde tra le righe di questo romanzo, oltre che i misteri della storia USA degli anni 60, che dopo averlo letto varrebbe la pena accostarsi a “Caccia alle donne”.
James Ellroy
Il sangue è randagio
Mondadori
Traduzione di Giuseppe Costigliola
Pagine 864

15.11.2010 | Categoria: Recensioni

Tre secondi

Debbo essere sincero, mi ero accostato alla lettura di “Tre secondi” con il sospetto che si trattasse dell’ennesima uscita di un thriller strillato come il capolavoro assoluto dell’anno, ma i miei malevoli pensieri sono stati fugati. Il romanzo è in grado mantenere - almeno in parte - quanto promettono le spesso ingannevoli fascette pubblicitarie che ormai accompagnano indiscriminatamente ottimi romanzi e polpettoni illeggibili. Ho sempre osservato, forse a torto, con circospezione il fenomeno del “giallo nordico”. Ad esempio sino ad oggi mi sono sempre rifiutato di leggere i romanzi di Larsson.
Per “Tre secondi” ho deciso di arrischiarmi alla lettura si è rivelato subito un romanzo teso, avvincente, forse un po’ convenzionale, a volte prevedibile, ma assolutamente godibile nella sua struttura veloce ed avvolgente. Eterno e non nuovo confronto a distanza tra due protagonisti non certo originali, ma tratteggiati con sapienza: l’uno, ex criminale ora infiltrato come talpa in un giro di traffico di droga nelle carceri svedesi, e destinato a venir “bruciato” dai suoi stessi illustri datori di lavoro; l’altro, un classico poliziotto vicino alla pensione, afflitto da mille acciacchi fisici e psichici, da sensi di colpa paralizzanti, scostante quanto determinato sulla pista fiutata, scontroso e antipatico con i colleghi.
I due si inseguono per tutto il plot del romanzo, costruito per adattarsi bene ad una trasposizione cinematografica del genere “Heat”, si rincorrono e si cercano ma non si incontrano mai.
Piet Hoffman, nome in codice Paula, è un ex piccolo delinquente da anni un infiltrato per conto della polizia svedese. Ma Piet è anche un uomo qualunque, che ama sua moglie e accompagna a scuola i due bambini. Per stroncare il traffico di stupefacenti della nascente mafia polacca, è costretto a entrare da criminale in un carcere di massima sicurezza. Ma qualcosa va storto. A Piet, assolutamente solo, braccato a ogni passo, sembra non essere rimasta scelta. Se vuole proteggere la sua famiglia, deve diventare criminale in tutto e per tutto. L’altra figura è quella di Ewert Grems, vecchio commissario cocciuto di Stoccolma, alle prese tanto con la sua voglia di verità e giustizia quanto con i suoi devastanti sensi di colpa. Intorno a loro, poliziotti che si addestrano in America, killer senza frontiera, gangster polacchi all’assalto dell’Occidente, politici cinici quanto spaventati che non esitano di fronte al crimine. Il lato più oscuro della società alza un muro impenetrabile, davanti a un uomo solo, alla sua paura.
Un intreccio narrativo ben condotto cha ha il merito di far percepire al lettore il mondo con un senso straziante del pericolo e dello struggente desiderio di una vita normale da parte dei due protagonisti condannati a non poterla conoscere.

Anders Roslund & Börge Hellström sono il nuovo fenomeno del crime svedese. I loro libri sono ormai oggetto di culto da parte dei lettori scandinavi. Tradotti in venti lingue, hanno ricevuto premi prestigiosi come il Glasnyckeln e il Pocketpris. La serie del commissario Grens sta anche per diventare un film. Tre secondi (Einaudi Stile libero, 2010) ha vinto l’ambito Swedish Academy Crime Writers’ Award per l’anno 2009 e The Great Reader’s Prize come miglior romanzo crime dell’anno.

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23.06.2010 | Categoria: Recensioni

André Héléna, “il principe nero” del polar francese (di Giuseppina La Ciura)

André Héléna, “il principe nero” del polar francese
di Giuseppina La Ciura

André Hèléna è morto a Leucate, un ridente villaggio sul mare vicino a Narbonne (dove era nato nel 1919) il 18 Novembre 1972. Aveva solo 53 anni. L’uomo che era stato definito “le prince noir” del polar francese aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita a scrivere libri di nessun valore- tra cui cinquanta porno- per pochi soldi sotto gli pseudonimi più strani per due editori avidi e disumani nella progressiva indifferenza dei lettori. Alla fine, tormentato dalla miseria, per sopravvivere, aveva venduto, fermandosi ad ogni bistrot che si gli parasse davanti “pour se tenir”, i suoi libri porta a porta.
Per decenni è stato uno scrittore sottovalutato dai critici e dimenticato dal pubblico. A partire dal 1986 tre bizzarri poligrafi , Evrard, Casoar e Bayon, hanno ripubblicato , corredandoli di testi critici, sei romanzi di Héléna nella collana “La Poisse” delle edizioni 10/18 e la serie dei “ Compagnons du destin” con prefazioni affidate a diversi scrittori fra cui Léo Malet. Solo recentemente Laurent Lombard ha fatto lo stesso in Italia e due case editrici- Fanucci e la sarda Aisara- hanno preso a pubblicare le opere più significative dello scrittore transalpino. Sono i noir che Héléna scrisse nel primo decennio del secondo dopoguerra, quando era appena trentenne(il solo “miracoloso” “I clienti del Central Hôtel” è del 1959). Sono il frutto di molte esperienze dolorose, personali e collettive, che Hèléna aveva vissuto nella sua giovinezza, prima a Narbonne e poi nella Capitale. Lo scrittore, infatti, che proveniva da una colta famiglia borghese(suo padre era archeologo e bibliofilo), partecipò come giornalista ad appena 17 anni alla guerra civile in Spagna- e ne trasse spunto per lo splendido “Le cheval d’Espagne”-(1) e poi, dopo il 1944, prese parte attivamente alla Resistenza contro i Tedeschi. Trasferitosi a Parigi, conobbe il disonore del carcere per “sottrazione di sottoscrizioni”. Questo evento lo segnò profondamente e fissò in modo definitivo la sua Weltenschauung, una visione del mondo disperata anzi tragica che lo accomuna ad altri grandi di Francia come Zola e Céline.
“ Rien que des victimes” è la cifra del suo pensiero cui è rimasto fedele nei suoi noir fino alla fine. In questo Héléna non è un’eccezione nel panorama della letteratura popolare( e non) d’oltralpe.
Bisogna infatti precisare che “ il noir francese, checché ne dicano alcuni critici del settore, non ha –come afferma Luigi Bernardi nella prefazione di “La vita è uno schifo” di Léo Malet-“ nulla a vedere con l’hard-boiled school, la scuola dei duri americani formatasi intorno alla rivista Black Mask; in una parola il noir non ha nulla a vedere con il poliziesco d’azione dei vari Hammett e Chandler”(2)Il noir è un romanzo psicologico, anche se può affrontare tematiche sociali ed ideologiche(come in Manchette o la Manotti) al centro del quale vi è la storia di un’esistenza vista nel suo lento declinare verso l’abisso, il punto di non ritorno, la morte. La felicità per Héléna è momentanea ed è spesso legata strettamente all’amore, al fare l’amore con una donna, incontrata per caso, in strada, al bancone di un bistrot, in un albergo squallido. Una prostituta di buon cuore, una povera ragazza sola, sperduta in un mondo sconosciuto che le fa paura. Non ci sono virginali fanciulle borghesi o caste signore dell’alta società nei libri di questo scrittore(il che, oltre alla produzione fluviale, lo accomuna a Simenon). Raramente però sesso è violenza, è possesso cieco, è stupro. Generalmente è una sorta di triste, tenero amore, un elemento che addolcisce gli addii. E gli eroi di Hèléna dicono quasi sempre addio a qualcosa ad ogni pagina ed infine alla vita. Generalmente è una morte sul campo, arma in pugno come in “ Il buon Dio se ne frega” e in “Un uomo qualunque”(a mio avviso il suo capolavoro), altre volte è un colpo di pistola alle spalle come nel terribile “ Il gusto del sangue”, a volte è un darsi la morte come per la vedova Poteau, la tragica ed oscena proprietaria del Central Hotel schiava della cocaina ed infanticida. Nell’attesa della morte, gli eroi di Héléna affrontano con coraggio il loro destino, che è poi quello di ogni uomo. Téophaste Renard, detto Bob, uscito di galera, in attesa di una vita normale, vive in un bordello e fa il gigolo di una cinquantenne insaziabile.( Ma gli sbirri, veri aguzzini, attendono….). Valdeverde “lavora” per l’Intelligence inglese nonostante rischi ogni minuto di essere smascherato e torturato a morte dalla Gestapo( cosa che puntualmente accade e sono quelle della sua tortura tra le pagine più dure di un romanzo molto duro qual è “ I Clienti del Central Hôtel”). La bella “Lily Marlene”, simbolo di tutte le prostitute di guerra, continua ad accogliere nel suo letto i soldati tedeschi mentre gli Alleati stanno per arrivare a Perpignan: le fanno pena. ( I partigiani non ne avranno altrettanta di lei mentre la portano al patibolo.) Il Presidente del Tribunale di Perpignan , M.Vallon, continua la sua modesta esistenza cercando in tutti i modi di salvare la sua famiglia nel mortale gioco tra collaborazionisti e partigiani e non si avvede che suo figlio Jacques a 19 anni ha scoperto, come una droga, il sapore eccitante del sangue e non può più fermarsi, anche a guerra finita. Vittime sono gli anarchici spagnoli che sono finiti esuli disprezzati ed emarginati in Francia dopo aver combattuto per le loro idee libertarie contro i Franchisti. Vittime sono i soldati di ogni nazionalità- specie tedeschi- che sognano solo la pace e il ritorno a casa e che concludono i loro giovani giorni a dondolare appesi agli alberi del Sud della Francia, preda dei corvi, o a marcire sotto la pioggia lenta, inesorabile in città distrutte. E poi ci sono i flic, “la sbirraglia” del dopoguerra, quelli che rappresentano la Legge della France liberata, quelli che “hanno sempre ragione” anche quando per accontentare le esigenze della loro signora si associano a criminali della peggior specie e non tremano nell’immolare sull’altare di Sua Maestà il Denaro un povero ragazzo innocente, il capro espiatorio di turno.
E” le bon Dieu s’en foute”.(?)

(1)”Le cheval d’Espagne” e/dite noir 2000
(2) Prefazione di Luigi Bernardi a “Il mondo è uno schifo “di Léo Malet -Fazi editore , 2000 pag 12

NB. Ci sono nella vita di Héléna molti punti oscuri. Per esempio la sua attività di giornalista in terra di Spagna negli anni della Guerra Civile, attività contestata da alcuni compagni di Narbonne e poi il suo alcolismo, che la seconda moglie ha sempre negato. Io, non avendo dati certi, mi sono attenuta alla vulgata. E’ ovvio che uno scrittore di così grande talento meriterebbe degli studi approfonditi e seri.

Bibliografia essenziale.
1)”Gli sbirri hanno sempre ragione” Aisara 2008
2)”I viaggiatori del venerdì” Aisara 2009
3)” Il ricettatore” Aisara 2009(traduzione di G.Zucca)
4)”Il buon Dio se ne frega” Aisara 2009
5) “La vittima” Fanucci 2009
6) “Un uomo qualunque” Fanucci 2008
7)”Il gusto del sangue” Aisara, 2008
8)” I clienti del Central Hôtel”, Aisara, 2009
9) “Le cheval d’Espagne” e/dite noir, 2000

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23.11.2009 | Categoria: Recensioni

Il Potere del Cane – Don Winslow

Scampami dalla spada. Dal potere del cane.
Da convinto e fors’anche feroce, seguace della letteratura di James Ellroy, mi sono trovato spesso a pensare e di conserva a sostenere pubblicamente con convinzione, che probabilmente nessuno, dopo Elloroy stesso, sarebbe riuscito a descrivere con altrettanta forza epica e drammatica la disillusione del grande sogno americano. Ebbene come tanti, un po’ ottusi e testardi, assiomi tipici degli esseri umani, anche questo doveva essere smentito. Ed ecco dunque arrivare sulla scena della letteratura un romanzo noir che pare scritto apposta per confutarla.
“Il Potere del Cane” (*) di Don Winslow (**) è senza ombra di dubbio il noir più potente che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni. Un romanzo spettacolare, terrificante e terribilmente triste, intenso, senza un attimo di tregua, raccontato con una scrittura infallibile, basato su fatti storici assolutamente reali (i curiosi possono documentarsi, cfr wikipedia) e generatore di un’epica connotata da una forte dimensione politica e morale. E per di più dotato di uno degli incipit più potenti che abbia mai letto.
“Un ritratto perfetto dell’inferno, e della follia morale che lo accompagna” questo il commento dello stesso Ellroy, a proposito del romanzo di Winslow.
Commento assolutamente appropriato, alla luce della maestria con la quale l’autore ci racconta del connubio: Potere – Politica – Denaro- Corruzione – Mafie – Droga, in un romanzo epico sulle mafie americane e sul narcotraffico, sul Messico e sui suoi 3.200 km di frontiera con gli USA, sulle rivoluzione dell’America latina, sulle operazioni speciali della CIA, sulla corruzione.
“Il Potere del Cane” è la storia di una guerra, quella condotta dal governo degli Stati Uniti, al narcotraffico, che si intreccia a quella, sotterranea e spesso illegale, condotta dal medesimo governo, o da parti di esso, al presupposto pericolo delle rivoluzioni di matrice comunista nel continente centro americano. Una guerra senza esclusione di colpi, che coinvolge produttori e commercianti di droga, sicari senza scrupoli e politicanti corrotti, servizi segreti, mafia, organizzazioni guerrigliere, governi fantoccio, la stessa chiesa cattolica, tra inganni, tradimenti, vendette spietate.
“Il Potere del Cane”, sicuramente il romanzo giusto per questo inizio, gramo e buio, del Ventunesimo secolo, ci presenta un’ampia carrellata di personaggi indimenticabili, di anime perdute di santi e peccatori, di perdenti e vincitori, di puttane e giocatori, ma nessuno di loro è il vero protagonista.
Non il solitario Art Keller (convinto sostenitore della regola delle 3 S: Sei Sempre Solo, regola che sottoscrivo appieno, vedasi il banner in alto a destra nella home page del sito), agente DEA tanto incorruttibile e devoto alla causa della lotta alla droga da sacrificare la propria vita famigliare ed arrivare ad imparare a giocare “sporco”, esattamente come gli avversari che affronta.
Non Sean Callan infallibile, gelido e spietato. Un irlandese di Hell’s Kitchen, cresciuto ascoltando leggende sanguinose, quelle dei martiri d’Irlanda e diventato, quasi per caso, killer della mafia. Capace di tentare di redimersi solo per amore.
Non Miguel Angel “Tio” Barrera, il boss della Federación, il cartello dei narcos messicani e neppure i suoi due nipoti, Adàn (la mente, tutto calcolo ed affari) e Raùl (il braccio, il violento che ama l’azione), che ambiscono ad ereditarne l’impero.
Non Nora, prostituta di lusso e donna fatale, le cui vicende si intrecciano con molte di quelle degli altri personaggi.
Non padre Parada, un sacerdote messicano, cresciuto in mezzo al popolo, potente e incorruttibile, collegato alla Teologia della Liberazione.
Né tanto meno gli altri personaggi, mafiosi italo americani, agenti della CIA senza scrupoli, poliziotti messicani corrotti e violenti, o incorruttibili (ma altrettanto violenti), guerriglieri latinoamericani, gruppi di estrema destra, vescovi affiliati all’Opus Dei pronti a fare patti coi servizi segreti, militari cinesi disposti a vendere armi in cambio di ricchi dollari americani.
Il vero protagonista resta sempre sullo sfondo, sempre in agguato, sempre pronto ad esplodere.
È il male assoluto, la demoniaca crudeltà degli esseri umani, chiamata “il potere del cane”, un potere forte e preistorico: questo animale può essere buono, fedele, ma anche rigirarsi e mordere.
Dal romanzo risalterebbero tre colori: il candore bianco della cocaina, sporcato dal rosso del sangue sparso dai personaggi, molti dei quali ripongono le speranze di ricchezza unicamente nel verde dei dollari americani.
Ma a coprire tutto sono il grigio ed il nero.
Il grigio dei personaggi e delle loro storie, storie in cui non ci sono buoni e cattivi, bianco e nero: tutto è grigio e tutti, alla fine, perdono. I personaggi sono sempre tratteggiati in chiaroscuro, la parte chiara rimane comunque ambigua: tutti calpestano i principi degli altri, insieme alla propria anima, per arrivare all’obiettivo desiderato. Non riescono a trattenere tra le dita i granelli della vita, sono soltanto capaci di disperderli tra le partite di droga e il potere.
Il nero di un romanzo feroce, violento, fatto di pagine di omicidi, torture e stragi, vendette spietate, amore, tradimenti e fedeltà, amicizia, disillusione.
Pagine politiche, di una politica criminale e corrotta.
(*) “Il Potere del Cane”, Don Winslow, traduzione di Giuseppe Costigliola, Einaudi Stile libero Big, 2009, pp. 718, € 22,00
(**) Don Winslow è nato a New York nel 1953, ma è vissuto a South Kingstown, nel Rhode Island. Ha lavorato come attore, regista, manager cinematografico, guida di safari e investigatore privato, prima di diventare uno scrittore nominato in numerosi premi letterari. Vive in un vecchio ranch nella zona di San Diego insieme alla moglie e al figlio. Ha scritto 10 romanzi, ma in Italia ne sono stati pubblicati tre: La leggenda di Bobby Z. (fuori catalogo, Rizzoli, 1997), L’inverno di Frankie Machine (2008) e Il potere del cane (2009) per Einaudi (Stile libero Big).

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24.09.2009 | Categoria: Eventi

“L’omino” un nuovo racconto di JP Rossano per “United we stand”

Amici lettori,

Il 14 ottobre uscirà in libreria UNITED WE STAND  nella prestigiosa edizione Marsilio.

Per l’occasione gli autori (Simone Sarasso e Daniele Rudoni) stanno procedendo ad un restyling del sito sul quale potete trovare un nuovo racconto scritto da JP Rossano. Il racconto si intitola “L’Omino” ed è una delle storie tangenziali che si diramano dalla narrazione principale di UWS.

Devo confessare che mi sono divertito non poco a scriverlo, anche perchè mi ha permesso di prendere in prestito alcuni dei personaggi creati da Simone e credo, consentitemi per una volta di peccare di immodestia, che sia venuto fuori un bel racconto.

Insomma se vi capita fate un giretto sul sito di UWS, buttate un occhio al racconto e ditemi cosa ne pensate.

PS Vi aspetto numerosi Martedì 29 al Circolo dei lettori

14.09.2009 | Categoria: Eventi, Presentazioni

29 Settembre presentazione di “Settanta” al circolo dei lettori di Torino

L’appuntamento è di quelli da non perdere: Martedì 29 Settembre (ore 19), presso lo storico Circolo dei lettori di Torino, è in programma la presentazione di “SETTANTA” (Marsilio Editori) di Simone Sarasso.

Lo scrittore torinese JP Rossano (che poi sarei io) incontra l’autore (che poi sarebbe questo brutto ceffo qui).

Il secondo, poderoso, capitolo (dopo “Confine di Stato“) della trilogia sporca che Simone dedica ai misteri dell’Italia, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più buio e violento della storia repubblicana raccontato attraverso le voci di uno stragista, di un ladro, di un magistrato e di un attore di successo.

Se Confine di Stato era stilisticamente più simile ad un fumetto, con una narrazione trascinata dalla ricerca dell’azione a tutti i costi, nonchè marcatamente debitore del James Ellroy di American Tabloid. Settanta è più denso, articolato e potremmo azzardare che guarda più vicino (Romanzo Criminale di De Cataldo) piuttosto che al grande scrittore noir di oltre oceano. Ovvero, lo stile è sempre affascinante ed iper cinetico, come nel lavoro precedente, ma se in quel caso si è rischiato di semplificare la storia  concentrando i fatti su  un cattivissimo Andrea Sterling, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: il romanzo è infatti più corale e la scrittura denota un notevole lavoro per rendere il linguaggio più aderente all’Italiano dell’epoca.

Di tutto questo e di molto altro parleremo con Simone al Circolo dei lettori, pertanto l’invito è ovviamente quello di non mancare, vi aspettiamo numerosi

JP

PS un po’ di foto della presentazione le potete vedere qui
 

7.09.2009 | Categoria: Blog

Addio a Fernanda Pivano

Fernanda Pivano ci ha lasciati.

Anche grazie a lei abbiamo potuto conoscere autori come Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Jack Keruac, Allen Ginsberg, tutta la Beat Generation, per proseguire con Jay MCInerney, Bret Easton Ellis, Dave Foster Wallace, Chuck Palahniuk.

Alla fine degli Anni ‘90 ebbe una profonda amicizia con Fabrizio De Andrè, che aveva musicato le poesia di Spoon River, da lei tradotte 50 anni prima. Per lei, amica anche di Bob Dylan, il cantautore genovese era un grande poeta.

Fernanda non ha mai perso la fiducia che l’umorismo e l’onesta potessero salvare il mondo. Credeva che la letteratura sia inutile se non è onesta, credeva che l’onesta fosse più importante della grandiosità e degli atteggiamenti fasulli cha gli scrittori celebri amano assumere.

Addio Fernanda, ci mancherai molto.

7.09.2009 | Categoria: Rassegna stampa, Recensioni

SETTANTA

“I cattivi vincono sempre”.
In questa breve frase, che il lettore incontra a pagina 667 di “Settanta” (Simone Sarasso, Marsilio Editore – collana Farfalle, 2009, 693 p), è racchiusa una delle caratteristiche affascinanti di questo romanzo.
Perché la frase, che di per sé potrebbe essere un comune stereotipo qualunquista, pronunciato da un perdente di natura, da un “buono” sconfitto, o da un “cattivo” vittorioso; l’autore la mette in bocca ad un personaggio che incarna l’archetipo del male e che, malgrado questo, vede le sue trame stravolte e mandate all’aria da qualcuno, altrettanto cattivo, (se non di più), che tesse altre trame maligne, al fine di raggiungere i suoi fini personali.
Non sveliamo oltre, in merito alla trama, per non rovinare al lettore il fascino del disvelamento dell’intreccio. Tuttavia questa premessa ci permette di evidenziare le caratteristiche salienti del romanzo.
Lo sviluppo innanzitutto.
Spesso i romanzi noir ci hanno mostrato scenari dove la divisione tra bene e male diventa labile, talvolta inesistente. Con Settanta si va oltre. Non Bene e Male. Due entità divise e contrapposte che contribuiscono a scrivere una storia. Bensì la Storia (quella con la S maiuscola) riscritta da più trame (buone, cattive, o semplicemente dettate dal caso) che si intrecciano, con risultati sorprendenti, a volte completamente opposti ai desideri degli attori che occupano la scena perseguendo i propri scopi.
La narrazione. Quattro differenti punti di vista: uno stragista (un agente dei Servizi deviati, con un passato da manicomio criminale), un giovane magistrato del Sud, idealista ma con qualche problema, un attore del genere in voga a quei tempi: il “poliziottesco”, un po’ troppo preso nella propria parte, e, infine, un giovane bandito della mala milanese.
La scenografia. Il libro è ambientato nella “meta” storia del decennio “di piombo” 70-80, utilizzando un’ucronia, che si permette il lusso di spostare in avanti di centinaia di metri il concetto di verosimile, e con ottimi risultati. Come ha sottolineato il “maestro” Giancarlo De Cataldo su l’Unità, i protagonisti del romanzo non sono personaggi direttamente ispirati a modelli reali della storia dell’epoca , eppure ciascuno di loro porta in sé qualcosa di reale dei personaggi che la storia di quegli anni l’hanno fatta e che un lettore edotto non fatica a riconoscere. Nessun personaggio storico e nessun personaggio immaginario, quindi. La quinta teatrale che Sarasso disegna dietro la narrazione del suo romanzo non è L’Italia degli anni settanta, è un’altra Italia possibile del periodo, partendo dai medesimi presupposti, tuttavia lo scenario è assolutamente plausibile. Uno scenario di guerra mai dichiarata, anzi ostinatamente negata, ma realmente combattuta, di ideali traditi prima e crollati poi, di pietà per le, tante, innocenti vittime di sporchi giochi di potere.
Infine la scrittura. Lacerante, l’ha definita la brava Alessandra Buccheri su NovaMag. Assolutamente vero. Rispetto a “Confine di Stato”, capitolo primo della “trilogia sporca” di cui “Settanta” rappresenta il secondo atto, la scrittura presenta una notevole evoluzione. In “Confine” era prettamente cinematografica, la narrazione era trascinata dalla ricerca dell’azione a tutti i costi.
La lingua del romanzo era tutto fuorché aderente all’italiano parlato nel periodo. “Settanta” è un oggetto narrativo completamente diverso. Leggendolo si evince lo sforzo dell’autore per restituire i regionalismi e le inflessioni dell’italiano, gli stereotipi tipici della lingua del periodo, ed il lavoro svolto sull’intreccio, costruendo un «mostro» a quattro teste, una storia polifonica a quattro voci che diventano una sola. Il tutto innestato su una tecnica narrativa alla James Ellroy di “American Tabloid”.
Il risultato: quello di tenere il lettore incollato al romanzo dalla prima all’ultima pagina.
I libri di storia per imparare cose sul passato del nostro Paese e, forse, per non commettere più gli stessi errori ci sono. Tuttavia, le pagine oscure, i buchi neri sul reale svolgimento dei fatti, i retroscena segreti, e ad oggi sconosciuti, abbondano; nel periodo dei “settanta” forse ancora di più rispetto ai decenni che li hanno preceduti e seguiti.
Sarasso è nato nel ’78, quel decennio non l’ha vissuto direttamente, tuttavia uno dei meriti di romanzi come “Settanta”, oltre ai pregi precedentemente elencati, è quello di poter stimolare il lettore, che certe storie non le conosce abbastanza, se non per nulla, o che magari se le è solo dimenticate, a documentarsi per fermare la memoria di ciò che è stato.
Perché raccontare storie, così come conoscere il nostro passato, sono modi per resistere, per non farsi sopraffare da chi tenta, nell’Italia di oggi più che mai, a farci credere alle favole.

7.08.2009 | Categoria: Segnalazioni

Educazione Siberiana

Educazione Siberiana di Nicolai Lilin (Einaudi - collana Supercoralli) è un libro che, a mio modesto parere, vale la pena di leggere. E sono in accordo con la brava Michela Murgia che, a proposito di questo libro, scrive sul suo sito: “….non ci sarebbe per Nicolai Lilin sventura peggiore che passare per il Saviano siberiano, perché lui le cose non le denuncia, le racconta; e se vi sembra una differenza piccola quella che passa tra la punta del dito e la punta della penna, Educazione siberiana forse non fa per voi”.
In effetti l’intervista di Saviano a Nicolai, pubblicata su Repubblica, deve avere certamente contribuito a far conoscere “Educazione Siberiana”, così come a far andare esaurite le copie del libro in due giorni, ma non deve far nascere confusione. Il libro di Nicolai non è un libro di denuncia, ma è il racconto della sua crescita e formazione in un ambiente dove, essere dei criminali, è normale. Nicolai Lilin le ha davvero viste e vissute le cose che ci racconta; ma ha la capacità di farselo perdonare, a tratti con ironia, e soprattutto senza mai cadere nel compiacimento per la tragicità e, a tratti, la truculenza di quello che ci racconta. Che poi altro non è che il declino e la fine della cultura di una comunità di persone.
Nicolai Lilin è nato in Trasnistria, meglio nota da noi in occidente come Bessarabia, una regione dell’ex Unione Sovietica tra l’Ucraina e la Moldavia. Discendente degli Urca siberiani, una popolazione con una lunga tradizione di predoni e banditi, che non si sono mai assoggettati volentieri al dominio degli Zar prima e del comunismo poi.
Negli anni trenta Stalin ha fatto deportare gli Urka in massa dalla Siberia in Trasnistria, con l’intento di sradicarne le bellicose e criminali abitudini. In realtà l’unico risultato è stato quello che gli esuli hanno ricreato il loro habitat sociale in questa nuova patria.
I libro di Lilin non è un noir, ma in romanzo di formazione a tinte decisamente nere. Racconta della sua infanzia e della formazione avuta dalla famiglia e dai vecchi Urka che avevano il compito di trasmettere le tradizioni, gli usi e le regole di una comunità dedita alla delinquenza come professione. Ma, a differenza di tutte le altre organizzazioni criminali di Russia e dintorni, (governi sovietici e governi successivi figli dello sgretolamento dell’URSS compresi), Lilin ci racconta come i siberiani possedessero una loro etica (ammesso che si possa avere un’etica nel fare il delinquente).
Tipo: rubare sì, ma a ricchi e governi, però niente pizzo, niente droga, niente prostituzione, rispetto per i vecchi (che tramandano la tradizione) le donne, i bambini, gli handicappati. Con abitudini particolari, tipo non parlare con i poliziotti, si poteva comunicare con loro solo tramite una donna della famiglia, ma senza rivolgersi loro direttamente, tenere le armi per la caccia (considerate pure) separate da quelle utilizzate per delinquere (impure), essere molto religiosi e devoti (anche se questo non impedisce di rubare ed ammazzare), avere una lunga tradizione dedita al  tatuaggio, ecc.
Gli Urka si definiscono criminali “onesti” proprio per questa etica che li contrapporrebbe ai altri criminali, privi di regole e semplicemente dediti a ricercare ricchezza e guadagno facile.
Il libro è il racconto della formazione di Lilin, dei valori tradizionali che gli sono stati trasmessi dagli anziani della comunità e, infine, dello sgretolamento di questa “etica” verso un mondo criminale senza regole e senza rispetto della tradizione, completamente travolto dalla corruzione a tutti i livelli.
“Educazione Siberiana” è un libro molto interessante, perché rappresenta la prospettiva di chi nasce in un posto dove le uniche alternative sono: soccombere, o diventare un criminale, o uno sbirro che poi da quelle parti non è troppo differente. E se costui accetta di fare il criminale: o segue le regole della tradizione della sua razza, oppure accetta di non avere regole per niente.
Insomma non è un romanzo noir, non è una autobiografia, non è un romanzo di denuncia alla Gomorra, piuttosto è una foto, o forse un tatuaggio, visto che il nostro scrittore fa di mestiere il tatuatore. Una foto, o un tatuaggio, non inventano nulla a differenza dei romanzi, non denunciano a differenza delle inchieste giornalistiche, ma raccontano solo delle storie presentandone le immagini.
JP

20.05.2009 | Categoria: Eventi, Presentazioni

“Settanta” in libreria dal 20 maggio 2009 il nuovo romanzo di Simone Sarasso

Una furibonda cavalcata attraverso gli anni di piombo. Dopo Confine di Stato, arriva il secondo volume della “Trilogia sporca dell’Italia” di Simone Sarasso.
copertina-70.jpegItalia, anni settanta: il decennio più buio e violento della storia repubblicana raccontato attraverso le voci di uno stragista, di un ladro, di un magistrato e di un attore di successo. Andrea Sterling, il fiore all’occhiello dei servizi deviati, ha un piano. Ettore Brivido, l’enfant prodige della mala milanese, è pronto a fare il salto di qualità. Domenico Incatenato, giovane giudice del Sud, sgobba per fare carriera tra Roma e Milano. Nando Gatti è l’astro nascente del poliziottesco all’italiana e prende sul serio il proprio lavoro. Le loro vite s’intrecciano mentre il paese va a fuoco: nelle piazze e nelle fabbriche ribolle la rivolta, le Brigate Rosse sfidano il potere costituito e la strategia della tensione continua a mietere vittime civili.

Il romanzo verrà presentato in anteprima a Milano a Officina Italia il 22 maggio

Hanno scritto di Confine di Stato:

«Un noir sorprendente, messo in pagina con una prosa incalzante e martellata… raccontato con la potenza di una realtà più forte dell’invenzione»  Irene Bignardi, La Repubblica

«Imperdibile. La prima parte di una trilogia scatenata, complottistica e dichiaratamente ispirata alle strategie di scrittura di James Ellroy» Giancarlo De Cataldo, Hot

«Con un abile congegno narrativo Sarasso conduce il lettore in un viaggio irato e tempestoso, illuminato da squarci improvvisi, attraverso gli anni più difficili della nostra storia recente»  Giorgio Boatti, Il Manifesto

«Un affresco potente del nostro paese a partire dal dopoguerra… Un lavoro ambizioso che ha alcuni modelli espliciti (uno su tutti American Tabloid di James Ellroy) e un’originalità che conforta scoprire in un quasi trentenne» Pietro Cheli, Diario

«Piazza Fontana, 1969. Simone Sarasso sarebbe nato undici anni dopo. Eppure questo libro sembra scritto da chi c’era. Anzi, forse ha in più il vantaggio del distacco» Dario Olivero, Repubblica.it

La modesta recensione del sottoscritto la potete leggere qui

Simone Sarasso, classe ’78, scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Vive a Novara, e nel (poco) tempo libero fa l’educatore in una scuola elementare. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con alcune riviste («Carmilla», «Milano Nera Web Press», «Satisfiction», «Hot»). Settanta è il secondo capitolo di una trilogia noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangentopoli. Il primo volume, Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco-La Stampa 2007), è edito da Marsilio. Nell’autunno 2009, sempre per Marsilio, uscirà la graphic novel United We Stand (www.unitedwestand.it), realizzata con Daniele Rudoni.
Il suo blog è http://confinedistato.blogspot.com

 

8.05.2009 | Categoria: Eventi, Presentazioni

Salone del libro di Torino, un paio di segnalazioni

Amici lettori,

un paio di segnalazioni in merito al prossimo Salone del libro di Torino.

Presso lo stand delle edizioni Spoon River sarà disponibile il romanzo di esordio di Stephano Giacobini (alias Roberto Castelli) compagno di merende, nonchè di avventure e disavventure schermistiche del sottoscritto nei bei tempi che furono. Una presentazione del romanzo (noir, manco a dirlo) potete trovarla su questo sito qui, l’autore lo troverete al salone. Non ho ancora avuto il piacere di leggerlo, ma appena lo farò ne parleremo ancora.

Il 15  e 16 maggio presso lo stand AGENZIA X ci sarà un reading musicato del racconto UWS - TERRA DI NESSUNO, contenuto nell’antologia VOI NON CI SARETE, a cura di Alessandro Bertante. Per l’occasione sarà presente l’autore (e amico) Simone Sarasso. Di Simone (autore di “Confine di stato” e della Graphic Novel di fantapolitica “United we stand“) i frequantatori di questo sito avranno già sentito parlare parecchio dal sottoscritto. Incontrarlo al salone potrebbe essere una buona occasione per farsi raccontare qualcosa in anteprima del suo nuovo romanzo “Settana” che uscirà il 20 maggio e rappresenta la seconda tappa della trilogia sarassiana (oddio avrò inventato un neologismo) dedicata ai misteri dello stivale, appunto dopo Confine di stato. Anche di questo romanzo avremo modo di riparlare quando l’avrò letto.

Buon salone a chi lo andrà a visitare

JP

7.05.2009 | Categoria: Segnalazioni

L’ISOLA DEGLI UOMINI SUPERFLUI

 L’ISOLA DEGLI UOMINI SUPERFLUI (Stephano Giacobini * Ed. Spoon River - Collana Dark Side)

isolasuperflui1.jpgIn un angolo remoto della più grande foresta del pianeta un potente uomo d’affari (e spregiudicato malavitoso) ha creato un vero e proprio luna-park della morte: l’Isola. Sborsando ingenti cifre, miliardari di ogni parte del mondo possono accedervi per uccidere o torturare, impunemente, uomini all’uopo catturati e tenuti segregati.
La vicenda è narrata direttamente dal protagonista, il Capitano, braccio destro del creatore dell’Isola, uomo cinico e ambiguo che ha abbandonato il mondo civile per mettersi al servizio del male e della morte, grande organizzatore delle sconvolgenti attrazioni messe a disposizione  dei clienti di quel folle parco dei divertimenti.
Vittime sono gli Uomini Superflui, gente emarginata dalla società, poveri fra i poveri, la cui esistenza non ha alcun valore, se non quello di essere a disposizione di altri uomini che possono addirittura comprare la loro vita e la loro morte.
Tutto sembra filare liscio, i clienti si susseguono con regolarità e con richieste sempre più sconcertanti, finché compare sulla scena una donna, che sovvertirà i valori e aprirà nuovi orizzonti.

L’eterna lotta fra il bene e il male, considerata dal punto di vista di quest’ultimo, la loro reciproca interdipendenza, in un conflitto destinato a non vedere mai un vincitore. I contrasti fra la forza dell’amore e l’intensità dell’odio, l’esaltazione della morte e la vacuità della vita, le differenze fra esistenza e vita, fra morte corporale e morte in vita, la miseria e la nobiltà che albergano nell’animo umano.
L’allarme ecologista, la denuncia delle profonde disuguaglianze sociali che condizionano l’umanità intera, la deriva e le conseguenze aberranti di un mondo fondato unicamente sull’accumulo di denaro.
* Stephano Giacobini è lo pseudonimo di Roberto Castelli, 42 anni, avvocato penalista in Torino con trascorsi da giornalista.   stephanogiacobini@email.it

27.03.2009 | Categoria: Rassegna stampa, Recensioni

LA TERZA METÀ

“La terza metà” (Marsilio Editore ,2008)  è uno di quei romanzi che andrebbero letti anche solo per come sono scritti. Ovvero benissimo.
Le caratteristiche principali di questo libro sono, infatti, la qualità della narrazione e, soprattutto, la lingua. I personaggi sono curati, umani, dolorosi e profondamente tragici sia nei pensieri sia nelle azioni. L’autore dimostra un talento particolare nel costruire personaggi disturbati, impietosi, tratteggiati con sicurezza tale che tendono a trasbordare dalla pagina.
Guglielmo Pispisa, l’autore, membro dell’ensamble narrativo KAI ZEN, è un magistrale padrone della lingua e della frase, capace, in una mirabile alternanza di prima e terza persona, di raccontare la tragedia di un’intera famiglia e il sogno fallito di due generazioni ed intrecciarli alla storia degli ultimi quarant’anni della nostra tribolata Repubblica (gli anni di piombo del terrorismo nel decennio ’70, il G8 di Genova, il più recente, e fallito, tentativo di ricostruzione del terrorismo, le possibili azioni d’infiltrazione e manipolazione per opera dei Servizi sia nel passato recente sia in quello più remoto): il racconto di una storia personale collocata all’interno della traiettoria di eventi più grandi che riguardano la nostra nazione tra il vecchio ed il nuovo terrorismo politico.
Due protagonisti Hieronimus (o più semplicemente Hiero che si presenta al lettore nel giorno del suo finto funerale) ed il Magister (un capolavoro di dignitosa alienazione mentale, un clochard attorniato da quattro mirabili personaggi immaginari che ascoltano le sue memorie e che, da soli, valgono il prezzo del libro), si rincorrono per tutto il romanzo, sfiorandosi appena, di tanto in tanto, senza però mai incontrarsi. Entrambi infiltrati dei Servizi nel terrorismo di estrema sinistra (quello vecchio e quello nuovo) per due vie completamente diverse, me per opera della medesima mano (Aristotele, un pezzo grosso dei Servizi: spiacevole, istruttivo, pericoloso, insomma uno stronzo di prima categoria).
La terza metà lo si potrebbe definire un noir di fantapolitica. In fondo ipotizza in modo realistico cosa potrebbe essere realmente accaduto negli anni di piombo, qual potrebbe essere stato il ruolo dei Servizi, cosa sia accaduto ai pesci piccoli, a quelli che non sono finiti sulle prime pagine dei giornali, che non erano dei leader, che non hanno ammazzato, ma che erano in ogni caso coinvolti tanto da averne la vita pesantemente stravolta.
In realtà è qualcosa di più. La terza metà è la storia di una tragedia che, partendo dalle vicende di una famiglia distrutta dagli impietosi ingranaggi della Storia, racconta la disillusione ed il sogno fallito di due generazioni che hanno creduto di cambiare un paese colpendo al cuore un sistema di potere che non poteva essere invece colpito.
Per due ragioni. Perché un cuore non lo ha mai avuto e perché, mentre essi tramavano per colpirlo, lui (il sistema), stava già operando per renderli strumenti (inconsapevoli) dei suoi disegni.

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*Guglielmo Pispisa è nato a Messina nel 1971. È autore del romanzo” Città perfetta” (Einaudi Stile Libero 2005) e “Multiplo” (Bacchilega Editore 2004). Fa parte dell’ensemble narrativo Kai Zen con cui ha scritto il romanzo” La strategia dell’ariete” (Mondadori  2007).

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