J.P. Rossano

Il sito ufficiale dell’autore del thriller “L’ultima stoccata”

"J.P. Rossano e la Scherma"

Cosa mi piace di questo sport? Tutto.
La scherma è bella e terribile, come la vita. Perché quando sali in pedana sei solo, come in tutti i momenti cruciali della vita. Attorno può esserci un sacco di gente, ma, di fatto, sei solo. E poi, in realtà, non affronti l’avversario, affronti te stesso, te stesso e tutti i fantasmi che affollano la tua mente e la tua coscienza.
La scherma è rissa, finzione, imbrogli, machismo, mito dei gladiatori, dei galli e dei segaioli.
La scherma è rappresentazione teatrale della vita, come, al tempo medesimo, la vita è un lungo, estenuante, assalto di scherma, nel quale tutti si cimentano… …e da cui i più ne escono sconfitti.

News

23.11.2009 | Categoria: Recensioni

Il Potere del Cane – Don Winslow

Scampami dalla spada. Dal potere del cane.

Da convinto e fors’anche feroce, seguace della letteratura di James Ellroy, mi sono trovato spesso a pensare e di conserva a sostenere pubblicamente con convinzione, che probabilmente nessuno, dopo Elloroy stesso, sarebbe riuscito a descrivere con altrettanta forza epica e drammatica la disillusione del grande sogno americano. Ebbene come tanti, un po’ ottusi e testardi, assiomi tipici degli esseri umani, anche questo doveva essere smentito. Ed ecco dunque arrivare sulla scena della letteratura un romanzo noir che pare scritto apposta per confutarla.
Il Potere del Cane(*) di Don Winslow (**) è senza ombra di dubbio il noir più potente che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni. Un romanzo spettacolare, terrificante e terribilmente triste, intenso, senza un attimo di tregua, raccontato con una scrittura infallibile, basato su fatti storici assolutamente reali (i curiosi possono documentarsi, cfr wikipedia) e generatore di un’epica connotata da una forte dimensione politica e morale. E per di più dotato di uno degli incipit più potenti che abbia mai letto.
Un ritratto perfetto dell’inferno, e della follia morale che lo accompagna” questo il commento dello stesso Ellroy, a proposito del romanzo di Winslow.
Commento assolutamente appropriato, alla luce della maestria con la quale l’autore ci racconta del connubio: Potere – Politica – Denaro- Corruzione – Mafie – Droga, in un romanzo epico sulle mafie americane e sul narcotraffico, sul Messico e sui suoi 3.200 km di frontiera con gli USA, sulle rivoluzione dell’America latina, sulle operazioni speciali della CIA, sulla corruzione.
Il Potere del Cane” è la storia di una guerra, quella condotta dal governo degli Stati Uniti, al narcotraffico, che si intreccia a quella, sotterranea e spesso illegale, condotta dal medesimo governo, o da parti di esso, al presupposto pericolo delle rivoluzioni di matrice comunista nel continente centro americano. Una guerra senza esclusione di colpi, che coinvolge produttori e commercianti di droga, sicari senza scrupoli e politicanti corrotti, servizi segreti, mafia, organizzazioni guerrigliere, governi fantoccio, la stessa chiesa cattolica, tra inganni, tradimenti, vendette spietate.
Il Potere del Cane”, sicuramente il romanzo giusto per questo inizio, gramo e buio, del Ventunesimo secolo, ci presenta un’ampia carrellata di personaggi indimenticabili, di anime perdute di santi e peccatori, di perdenti e vincitori, di puttane e giocatori, ma nessuno di loro è il vero protagonista.
Non il solitario Art Keller (convinto sostenitore della regola delle 3 S: Sei Sempre Solo, regola che sottoscrivo appieno, vedasi il banner in alto a destra nella home page del sito), agente DEA tanto incorruttibile e devoto alla causa della lotta alla droga da sacrificare la propria vita famigliare ed arrivare ad imparare a giocare “sporco”, esattamente come gli avversari che affronta.
Non Sean Callan infallibile, gelido e spietato. Un irlandese di Hell’s Kitchen, cresciuto ascoltando leggende sanguinose, quelle dei martiri d’Irlanda e diventato, quasi per caso, killer della mafia. Capace di tentare di redimersi solo per amore.
Non Miguel Angel “Tio” Barrera, il boss della Federación, il cartello dei narcos messicani e neppure i suoi due nipoti, Adàn (la mente, tutto calcolo ed affari) e Raùl (il braccio, il violento che ama l’azione), che ambiscono ad ereditarne l’impero.
Non Nora, prostituta di lusso e donna fatale, le cui vicende si intrecciano con molte di quelle degli altri personaggi.
Non padre Parada, un sacerdote messicano, cresciuto in mezzo al popolo, potente e incorruttibile, collegato alla Teologia della Liberazione.
Né tanto meno gli altri personaggi, mafiosi italo americani, agenti della CIA senza scrupoli, poliziotti messicani corrotti e violenti, o incorruttibili (ma altrettanto violenti), guerriglieri latinoamericani, gruppi di estrema destra, vescovi affiliati all’Opus Dei pronti a fare patti coi servizi segreti, militari cinesi disposti a vendere armi in cambio di ricchi dollari americani.
Il vero protagonista resta sempre sullo sfondo, sempre in agguato, sempre pronto ad esplodere.
È il male assoluto, la demoniaca crudeltà degli esseri umani, chiamata “il potere del cane”, un potere forte e preistorico: questo animale può essere buono, fedele, ma anche rigirarsi e mordere.
Dal romanzo risalterebbero tre colori: il candore bianco della cocaina, sporcato dal rosso del sangue sparso dai personaggi, molti dei quali ripongono le speranze di ricchezza unicamente nel verde dei dollari americani.
Ma a coprire tutto sono il grigio ed il nero.
Il grigio dei personaggi e delle loro storie, storie in cui non ci sono buoni e cattivi, bianco e nero: tutto è grigio e tutti, alla fine, perdono. I personaggi sono sempre tratteggiati in chiaroscuro, la parte chiara rimane comunque ambigua: tutti calpestano i principi degli altri, insieme alla propria anima, per arrivare all’obiettivo desiderato. Non riescono a trattenere tra le dita i granelli della vita, sono soltanto capaci di disperderli tra le partite di droga e il potere.
Il nero di un romanzo feroce, violento, fatto di pagine di omicidi, torture e stragi, vendette spietate, amore, tradimenti e fedeltà, amicizia, disillusione.
Pagine politiche, di una politica criminale e corrotta.

(*)Il Potere del Cane”, Don Winslow, traduzione di Giuseppe Costigliola, Einaudi Stile libero Big, 2009, pp. 718, € 22,00

(**) Don Winslow è nato a New York nel 1953, ma è vissuto a South Kingstown, nel Rhode Island. Ha lavorato come attore, regista, manager cinematografico, guida di safari e investigatore privato, prima di diventare uno scrittore nominato in numerosi premi letterari. Vive in un vecchio ranch nella zona di San Diego insieme alla moglie e al figlio. Ha scritto 10 romanzi, ma in Italia ne sono stati pubblicati tre: La leggenda di Bobby Z. (fuori catalogo, Rizzoli, 1997), L’inverno di Frankie Machine (2008) e Il potere del cane (2009) per Einaudi (Stile libero Big).

24.09.2009 | Categoria: Eventi

“L’omino” un nuovo racconto di JP Rossano per “United we stand”

Amici lettori,

Il 14 ottobre uscirà in libreria UNITED WE STAND  nella prestigiosa edizione Marsilio.

Per l’occasione gli autori (Simone Sarasso e Daniele Rudoni) stanno procedendo ad un restyling del sito sul quale potete trovare un nuovo racconto scritto da JP Rossano. Il racconto si intitola “L’Omino” ed è una delle storie tangenziali che si diramano dalla narrazione principale di UWS.

Devo confessare che mi sono divertito non poco a scriverlo, anche perchè mi ha permesso di prendere in prestito alcuni dei personaggi creati da Simone e credo, consentitemi per una volta di peccare di immodestia, che sia venuto fuori un bel racconto.

Insomma se vi capita fate un giretto sul sito di UWS, buttate un occhio al racconto e ditemi cosa ne pensate.

PS Vi aspetto numerosi Martedì 29 al Circolo dei lettori

14.09.2009 | Categoria: Eventi, Presentazioni

29 Settembre presentazione di “Settanta” al circolo dei lettori di Torino

L’appuntamento è di quelli da non perdere: Martedì 29 Settembre (ore 19), presso lo storico Circolo dei lettori di Torino, è in programma la presentazione di “SETTANTA” (Marsilio Editori) di Simone Sarasso.

Lo scrittore torinese JP Rossano (che poi sarei io) incontra l’autore (che poi sarebbe questo brutto ceffo qui).

Il secondo, poderoso, capitolo (dopo “Confine di Stato“) della trilogia sporca che Simone dedica ai misteri dell’Italia, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più buio e violento della storia repubblicana raccontato attraverso le voci di uno stragista, di un ladro, di un magistrato e di un attore di successo.

Se Confine di Stato era stilisticamente più simile ad un fumetto, con una narrazione trascinata dalla ricerca dell’azione a tutti i costi, nonchè marcatamente debitore del James Ellroy di American Tabloid. Settanta è più denso, articolato e potremmo azzardare che guarda più vicino (Romanzo Criminale di De Cataldo) piuttosto che al grande scrittore noir di oltre oceano. Ovvero, lo stile è sempre affascinante ed iper cinetico, come nel lavoro precedente, ma se in quel caso si è rischiato di semplificare la storia  concentrando i fatti su  un cattivissimo Andrea Sterling, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: il romanzo è infatti più corale e la scrittura denota un notevole lavoro per rendere il linguaggio più aderente all’Italiano dell’epoca.

Di tutto questo e di molto altro parleremo con Simone al Circolo dei lettori, pertanto l’invito è ovviamente quello di non mancare, vi aspettiamo numerosi

JP

PS un po’ di foto della presentazione le potete vedere qui
 

7.09.2009 | Categoria: Blog

Addio a Fernanda Pivano

Fernanda Pivano ci ha lasciati.

Anche grazie a lei abbiamo potuto conoscere autori come Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Jack Keruac, Allen Ginsberg, tutta la Beat Generation, per proseguire con Jay MCInerney, Bret Easton Ellis, Dave Foster Wallace, Chuck Palahniuk.

Alla fine degli Anni ‘90 ebbe una profonda amicizia con Fabrizio De Andrè, che aveva musicato le poesia di Spoon River, da lei tradotte 50 anni prima. Per lei, amica anche di Bob Dylan, il cantautore genovese era un grande poeta.

Fernanda non ha mai perso la fiducia che l’umorismo e l’onesta potessero salvare il mondo. Credeva che la letteratura sia inutile se non è onesta, credeva che l’onesta fosse più importante della grandiosità e degli atteggiamenti fasulli cha gli scrittori celebri amano assumere.

Addio Fernanda, ci mancherai molto.

7.09.2009 | Categoria: Rassegna stampa, Recensioni

SETTANTA

“I cattivi vincono sempre”.
In questa breve frase, che il lettore incontra a pagina 667 di “Settanta” (Simone Sarasso, Marsilio Editore – collana Farfalle, 2009, 693 p), è racchiusa una delle caratteristiche affascinanti di questo romanzo.
Perché la frase, che di per sé potrebbe essere un comune stereotipo qualunquista, pronunciato da un perdente di natura, da un “buono” sconfitto, o da un “cattivo” vittorioso; l’autore la mette in bocca ad un personaggio che incarna l’archetipo del male e che, malgrado questo, vede le sue trame stravolte e mandate all’aria da qualcuno, altrettanto cattivo, (se non di più), che tesse altre trame maligne, al fine di raggiungere i suoi fini personali.
Non sveliamo oltre, in merito alla trama, per non rovinare al lettore il fascino del disvelamento dell’intreccio. Tuttavia questa premessa ci permette di evidenziare le caratteristiche salienti del romanzo.
Lo sviluppo innanzitutto.
Spesso i romanzi noir ci hanno mostrato scenari dove la divisione tra bene e male diventa labile, talvolta inesistente. Con Settanta si va oltre. Non Bene e Male. Due entità divise e contrapposte che contribuiscono a scrivere una storia. Bensì la Storia (quella con la S maiuscola) riscritta da più trame (buone, cattive, o semplicemente dettate dal caso) che si intrecciano, con risultati sorprendenti, a volte completamente opposti ai desideri degli attori che occupano la scena perseguendo i propri scopi.
La narrazione. Quattro differenti punti di vista: uno stragista (un agente dei Servizi deviati, con un passato da manicomio criminale), un giovane magistrato del Sud, idealista ma con qualche problema, un attore del genere in voga a quei tempi: il “poliziottesco”, un po’ troppo preso nella propria parte, e, infine, un giovane bandito della mala milanese.
La scenografia. Il libro è ambientato nella “meta” storia del decennio “di piombo” 70-80, utilizzando un’ucronia, che si permette il lusso di spostare in avanti di centinaia di metri il concetto di verosimile, e con ottimi risultati. Come ha sottolineato il “maestro” Giancarlo De Cataldo su l’Unità, i protagonisti del romanzo non sono personaggi direttamente ispirati a modelli reali della storia dell’epoca , eppure ciascuno di loro porta in sé qualcosa di reale dei personaggi che la storia di quegli anni l’hanno fatta e che un lettore edotto non fatica a riconoscere. Nessun personaggio storico e nessun personaggio immaginario, quindi. La quinta teatrale che Sarasso disegna dietro la narrazione del suo romanzo non è L’Italia degli anni settanta, è un’altra Italia possibile del periodo, partendo dai medesimi presupposti, tuttavia lo scenario è assolutamente plausibile. Uno scenario di guerra mai dichiarata, anzi ostinatamente negata, ma realmente combattuta, di ideali traditi prima e crollati poi, di pietà per le, tante, innocenti vittime di sporchi giochi di potere.
Infine la scrittura. Lacerante, l’ha definita la brava Alessandra Buccheri su NovaMag. Assolutamente vero. Rispetto a “Confine di Stato”, capitolo primo della “trilogia sporca” di cui “Settanta” rappresenta il secondo atto, la scrittura presenta una notevole evoluzione. In “Confine” era prettamente cinematografica, la narrazione era trascinata dalla ricerca dell’azione a tutti i costi.
La lingua del romanzo era tutto fuorché aderente all’italiano parlato nel periodo. “Settanta” è un oggetto narrativo completamente diverso. Leggendolo si evince lo sforzo dell’autore per restituire i regionalismi e le inflessioni dell’italiano, gli stereotipi tipici della lingua del periodo, ed il lavoro svolto sull’intreccio, costruendo un «mostro» a quattro teste, una storia polifonica a quattro voci che diventano una sola. Il tutto innestato su una tecnica narrativa alla James Ellroy di “American Tabloid”.
Il risultato: quello di tenere il lettore incollato al romanzo dalla prima all’ultima pagina.
I libri di storia per imparare cose sul passato del nostro Paese e, forse, per non commettere più gli stessi errori ci sono. Tuttavia, le pagine oscure, i buchi neri sul reale svolgimento dei fatti, i retroscena segreti, e ad oggi sconosciuti, abbondano; nel periodo dei “settanta” forse ancora di più rispetto ai decenni che li hanno preceduti e seguiti.
Sarasso è nato nel ’78, quel decennio non l’ha vissuto direttamente, tuttavia uno dei meriti di romanzi come “Settanta”, oltre ai pregi precedentemente elencati, è quello di poter stimolare il lettore, che certe storie non le conosce abbastanza, se non per nulla, o che magari se le è solo dimenticate, a documentarsi per fermare la memoria di ciò che è stato.
Perché raccontare storie, così come conoscere il nostro passato, sono modi per resistere, per non farsi sopraffare da chi tenta, nell’Italia di oggi più che mai, a farci credere alle favole.

7.08.2009 | Categoria: Segnalazioni

Educazione Siberiana

Educazione Siberiana di Nicolai Lilin (Einaudi - collana Supercoralli) è un libro che, a mio modesto parere, vale la pena di leggere. E sono in accordo con la brava Michela Murgia che, a proposito di questo libro, scrive sul suo sito: “….non ci sarebbe per Nicolai Lilin sventura peggiore che passare per il Saviano siberiano, perché lui le cose non le denuncia, le racconta; e se vi sembra una differenza piccola quella che passa tra la punta del dito e la punta della penna, Educazione siberiana forse non fa per voi”.
In effetti l’intervista di Saviano a Nicolai, pubblicata su Repubblica, deve avere certamente contribuito a far conoscere “Educazione Siberiana”, così come a far andare esaurite le copie del libro in due giorni, ma non deve far nascere confusione. Il libro di Nicolai non è un libro di denuncia, ma è il racconto della sua crescita e formazione in un ambiente dove, essere dei criminali, è normale. Nicolai Lilin le ha davvero viste e vissute le cose che ci racconta; ma ha la capacità di farselo perdonare, a tratti con ironia, e soprattutto senza mai cadere nel compiacimento per la tragicità e, a tratti, la truculenza di quello che ci racconta. Che poi altro non è che il declino e la fine della cultura di una comunità di persone.
Nicolai Lilin è nato in Trasnistria, meglio nota da noi in occidente come Bessarabia, una regione dell’ex Unione Sovietica tra l’Ucraina e la Moldavia. Discendente degli Urca siberiani, una popolazione con una lunga tradizione di predoni e banditi, che non si sono mai assoggettati volentieri al dominio degli Zar prima e del comunismo poi.
Negli anni trenta Stalin ha fatto deportare gli Urka in massa dalla Siberia in Trasnistria, con l’intento di sradicarne le bellicose e criminali abitudini. In realtà l’unico risultato è stato quello che gli esuli hanno ricreato il loro habitat sociale in questa nuova patria.
I libro di Lilin non è un noir, ma in romanzo di formazione a tinte decisamente nere. Racconta della sua infanzia e della formazione avuta dalla famiglia e dai vecchi Urka che avevano il compito di trasmettere le tradizioni, gli usi e le regole di una comunità dedita alla delinquenza come professione. Ma, a differenza di tutte le altre organizzazioni criminali di Russia e dintorni, (governi sovietici e governi successivi figli dello sgretolamento dell’URSS compresi), Lilin ci racconta come i siberiani possedessero una loro etica (ammesso che si possa avere un’etica nel fare il delinquente).
Tipo: rubare sì, ma a ricchi e governi, però niente pizzo, niente droga, niente prostituzione, rispetto per i vecchi (che tramandano la tradizione) le donne, i bambini, gli handicappati. Con abitudini particolari, tipo non parlare con i poliziotti, si poteva comunicare con loro solo tramite una donna della famiglia, ma senza rivolgersi loro direttamente, tenere le armi per la caccia (considerate pure) separate da quelle utilizzate per delinquere (impure), essere molto religiosi e devoti (anche se questo non impedisce di rubare ed ammazzare), avere una lunga tradizione dedita al  tatuaggio, ecc.
Gli Urka si definiscono criminali “onesti” proprio per questa etica che li contrapporrebbe ai altri criminali, privi di regole e semplicemente dediti a ricercare ricchezza e guadagno facile.
Il libro è il racconto della formazione di Lilin, dei valori tradizionali che gli sono stati trasmessi dagli anziani della comunità e, infine, dello sgretolamento di questa “etica” verso un mondo criminale senza regole e senza rispetto della tradizione, completamente travolto dalla corruzione a tutti i livelli.
“Educazione Siberiana” è un libro molto interessante, perché rappresenta la prospettiva di chi nasce in un posto dove le uniche alternative sono: soccombere, o diventare un criminale, o uno sbirro che poi da quelle parti non è troppo differente. E se costui accetta di fare il criminale: o segue le regole della tradizione della sua razza, oppure accetta di non avere regole per niente.
Insomma non è un romanzo noir, non è una autobiografia, non è un romanzo di denuncia alla Gomorra, piuttosto è una foto, o forse un tatuaggio, visto che il nostro scrittore fa di mestiere il tatuatore. Una foto, o un tatuaggio, non inventano nulla a differenza dei romanzi, non denunciano a differenza delle inchieste giornalistiche, ma raccontano solo delle storie presentandone le immagini.
JP

20.05.2009 | Categoria: Eventi, Presentazioni

“Settanta” in libreria dal 20 maggio 2009 il nuovo romanzo di Simone Sarasso

Una furibonda cavalcata attraverso gli anni di piombo. Dopo Confine di Stato, arriva il secondo volume della “Trilogia sporca dell’Italia” di Simone Sarasso.
copertina-70.jpegItalia, anni settanta: il decennio più buio e violento della storia repubblicana raccontato attraverso le voci di uno stragista, di un ladro, di un magistrato e di un attore di successo. Andrea Sterling, il fiore all’occhiello dei servizi deviati, ha un piano. Ettore Brivido, l’enfant prodige della mala milanese, è pronto a fare il salto di qualità. Domenico Incatenato, giovane giudice del Sud, sgobba per fare carriera tra Roma e Milano. Nando Gatti è l’astro nascente del poliziottesco all’italiana e prende sul serio il proprio lavoro. Le loro vite s’intrecciano mentre il paese va a fuoco: nelle piazze e nelle fabbriche ribolle la rivolta, le Brigate Rosse sfidano il potere costituito e la strategia della tensione continua a mietere vittime civili.

Il romanzo verrà presentato in anteprima a Milano a Officina Italia il 22 maggio

Hanno scritto di Confine di Stato:

«Un noir sorprendente, messo in pagina con una prosa incalzante e martellata… raccontato con la potenza di una realtà più forte dell’invenzione»  Irene Bignardi, La Repubblica

«Imperdibile. La prima parte di una trilogia scatenata, complottistica e dichiaratamente ispirata alle strategie di scrittura di James Ellroy» Giancarlo De Cataldo, Hot

«Con un abile congegno narrativo Sarasso conduce il lettore in un viaggio irato e tempestoso, illuminato da squarci improvvisi, attraverso gli anni più difficili della nostra storia recente»  Giorgio Boatti, Il Manifesto

«Un affresco potente del nostro paese a partire dal dopoguerra… Un lavoro ambizioso che ha alcuni modelli espliciti (uno su tutti American Tabloid di James Ellroy) e un’originalità che conforta scoprire in un quasi trentenne» Pietro Cheli, Diario

«Piazza Fontana, 1969. Simone Sarasso sarebbe nato undici anni dopo. Eppure questo libro sembra scritto da chi c’era. Anzi, forse ha in più il vantaggio del distacco» Dario Olivero, Repubblica.it

La modesta recensione del sottoscritto la potete leggere qui

Simone Sarasso, classe ’78, scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Vive a Novara, e nel (poco) tempo libero fa l’educatore in una scuola elementare. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con alcune riviste («Carmilla», «Milano Nera Web Press», «Satisfiction», «Hot»). Settanta è il secondo capitolo di una trilogia noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangentopoli. Il primo volume, Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco-La Stampa 2007), è edito da Marsilio. Nell’autunno 2009, sempre per Marsilio, uscirà la graphic novel United We Stand (www.unitedwestand.it), realizzata con Daniele Rudoni.
Il suo blog è http://confinedistato.blogspot.com

 

8.05.2009 | Categoria: Eventi, Presentazioni

Salone del libro di Torino, un paio di segnalazioni

Amici lettori,

un paio di segnalazioni in merito al prossimo Salone del libro di Torino.

Presso lo stand delle edizioni Spoon River sarà disponibile il romanzo di esordio di Stephano Giacobini (alias Roberto Castelli) compagno di merende, nonchè di avventure e disavventure schermistiche del sottoscritto nei bei tempi che furono. Una presentazione del romanzo (noir, manco a dirlo) potete trovarla su questo sito qui, l’autore lo troverete al salone. Non ho ancora avuto il piacere di leggerlo, ma appena lo farò ne parleremo ancora.

Il 15  e 16 maggio presso lo stand AGENZIA X ci sarà un reading musicato del racconto UWS - TERRA DI NESSUNO, contenuto nell’antologia VOI NON CI SARETE, a cura di Alessandro Bertante. Per l’occasione sarà presente l’autore (e amico) Simone Sarasso. Di Simone (autore di “Confine di stato” e della Graphic Novel di fantapolitica “United we stand“) i frequantatori di questo sito avranno già sentito parlare parecchio dal sottoscritto. Incontrarlo al salone potrebbe essere una buona occasione per farsi raccontare qualcosa in anteprima del suo nuovo romanzo “Settana” che uscirà il 20 maggio e rappresenta la seconda tappa della trilogia sarassiana (oddio avrò inventato un neologismo) dedicata ai misteri dello stivale, appunto dopo Confine di stato. Anche di questo romanzo avremo modo di riparlare quando l’avrò letto.

Buon salone a chi lo andrà a visitare

JP

7.05.2009 | Categoria: Segnalazioni

L’ISOLA DEGLI UOMINI SUPERFLUI

 L’ISOLA DEGLI UOMINI SUPERFLUI (Stephano Giacobini * Ed. Spoon River - Collana Dark Side)

isolasuperflui1.jpgIn un angolo remoto della più grande foresta del pianeta un potente uomo d’affari (e spregiudicato malavitoso) ha creato un vero e proprio luna-park della morte: l’Isola. Sborsando ingenti cifre, miliardari di ogni parte del mondo possono accedervi per uccidere o torturare, impunemente, uomini all’uopo catturati e tenuti segregati.
La vicenda è narrata direttamente dal protagonista, il Capitano, braccio destro del creatore dell’Isola, uomo cinico e ambiguo che ha abbandonato il mondo civile per mettersi al servizio del male e della morte, grande organizzatore delle sconvolgenti attrazioni messe a disposizione  dei clienti di quel folle parco dei divertimenti.
Vittime sono gli Uomini Superflui, gente emarginata dalla società, poveri fra i poveri, la cui esistenza non ha alcun valore, se non quello di essere a disposizione di altri uomini che possono addirittura comprare la loro vita e la loro morte.
Tutto sembra filare liscio, i clienti si susseguono con regolarità e con richieste sempre più sconcertanti, finché compare sulla scena una donna, che sovvertirà i valori e aprirà nuovi orizzonti.

L’eterna lotta fra il bene e il male, considerata dal punto di vista di quest’ultimo, la loro reciproca interdipendenza, in un conflitto destinato a non vedere mai un vincitore. I contrasti fra la forza dell’amore e l’intensità dell’odio, l’esaltazione della morte e la vacuità della vita, le differenze fra esistenza e vita, fra morte corporale e morte in vita, la miseria e la nobiltà che albergano nell’animo umano.
L’allarme ecologista, la denuncia delle profonde disuguaglianze sociali che condizionano l’umanità intera, la deriva e le conseguenze aberranti di un mondo fondato unicamente sull’accumulo di denaro.
* Stephano Giacobini è lo pseudonimo di Roberto Castelli, 42 anni, avvocato penalista in Torino con trascorsi da giornalista.   stephanogiacobini@email.it

27.03.2009 | Categoria: Rassegna stampa, Recensioni

LA TERZA METÀ

“La terza metà” (Marsilio Editore ,2008)  è uno di quei romanzi che andrebbero letti anche solo per come sono scritti. Ovvero benissimo.
Le caratteristiche principali di questo libro sono, infatti, la qualità della narrazione e, soprattutto, la lingua. I personaggi sono curati, umani, dolorosi e profondamente tragici sia nei pensieri sia nelle azioni. L’autore dimostra un talento particolare nel costruire personaggi disturbati, impietosi, tratteggiati con sicurezza tale che tendono a trasbordare dalla pagina.
Guglielmo Pispisa, l’autore, membro dell’ensamble narrativo KAI ZEN, è un magistrale padrone della lingua e della frase, capace, in una mirabile alternanza di prima e terza persona, di raccontare la tragedia di un’intera famiglia e il sogno fallito di due generazioni ed intrecciarli alla storia degli ultimi quarant’anni della nostra tribolata Repubblica (gli anni di piombo del terrorismo nel decennio ’70, il G8 di Genova, il più recente, e fallito, tentativo di ricostruzione del terrorismo, le possibili azioni d’infiltrazione e manipolazione per opera dei Servizi sia nel passato recente sia in quello più remoto): il racconto di una storia personale collocata all’interno della traiettoria di eventi più grandi che riguardano la nostra nazione tra il vecchio ed il nuovo terrorismo politico.
Due protagonisti Hieronimus (o più semplicemente Hiero che si presenta al lettore nel giorno del suo finto funerale) ed il Magister (un capolavoro di dignitosa alienazione mentale, un clochard attorniato da quattro mirabili personaggi immaginari che ascoltano le sue memorie e che, da soli, valgono il prezzo del libro), si rincorrono per tutto il romanzo, sfiorandosi appena, di tanto in tanto, senza però mai incontrarsi. Entrambi infiltrati dei Servizi nel terrorismo di estrema sinistra (quello vecchio e quello nuovo) per due vie completamente diverse, me per opera della medesima mano (Aristotele, un pezzo grosso dei Servizi: spiacevole, istruttivo, pericoloso, insomma uno stronzo di prima categoria).
La terza metà lo si potrebbe definire un noir di fantapolitica. In fondo ipotizza in modo realistico cosa potrebbe essere realmente accaduto negli anni di piombo, qual potrebbe essere stato il ruolo dei Servizi, cosa sia accaduto ai pesci piccoli, a quelli che non sono finiti sulle prime pagine dei giornali, che non erano dei leader, che non hanno ammazzato, ma che erano in ogni caso coinvolti tanto da averne la vita pesantemente stravolta.
In realtà è qualcosa di più. La terza metà è la storia di una tragedia che, partendo dalle vicende di una famiglia distrutta dagli impietosi ingranaggi della Storia, racconta la disillusione ed il sogno fallito di due generazioni che hanno creduto di cambiare un paese colpendo al cuore un sistema di potere che non poteva essere invece colpito.
Per due ragioni. Perché un cuore non lo ha mai avuto e perché, mentre essi tramavano per colpirlo, lui (il sistema), stava già operando per renderli strumenti (inconsapevoli) dei suoi disegni.

____________________________________________________________________
*Guglielmo Pispisa è nato a Messina nel 1971. È autore del romanzo” Città perfetta” (Einaudi Stile Libero 2005) e “Multiplo” (Bacchilega Editore 2004). Fa parte dell’ensemble narrativo Kai Zen con cui ha scritto il romanzo” La strategia dell’ariete” (Mondadori  2007).

16.12.2008 | Categoria: Rassegna stampa, Interviste

“New Italian Epic” Intervista a WM1

Abbiamo incontrato WM1 (assieme a WM5) a Torino, durante la presentazione, al “Circolo dei lettori”, di “Grand River” (Rizzoli 24/7 Stanger, 2008), ultimo parto del collettivo Bolognese.
“Grand River” narra del viaggio fatto in Canada, terra dove vivono gli eredi dei protagonisti di “Manituana”, da parte di tre dei Wu Ming, libro di viaggio e collettivo dunque, ma incentrato su un unico io narrante e strutturato come un romanzo.
In realtà non si può ingabbiare: non è un saggio, non è il racconto di un viaggio, non è un romanzo, è un’opera collettiva, eppure è caratterizzata da un unico soggetto narrante.
Un’opera non classificabile, ovvero un “oggetto narrativo non identificato”. In piena “nebulosa” New Italian Epic (NIE) dunque.
Normale che già nel corso della presentazione sorgessero spontanei i riferimenti ad un’altra opera che “oggetto narrativo non identificato” lo è a pieno titolo, ovvero “Gomorra” di Saviano, così come si parlasse di NIE, appunto.
Altrettanto, e forse ancora più logico, che si continuasse a discutere di NIE nel corso della simpatica chiacchierata che ci hanno gentilmente concesso WM1 e WM5 dopo la presentazione, davanti ad un succo di frutta, un gelato ed un Martini.
Il risultato di quanto ci siamo detti, a volerci per forza imporre un nome, si potrebbe chiamare intervista.

Eccola.
Premesso che trovo molto affascinate il termine astrofisico di nebulosa che usi per caratterizzare il NIE, quand’è che hai cominciato a cogliere i segni della materializzazione di questo insieme di opere letterarie”
I primi segnali li ho avuti proprio parlando con i lettori. Nei vari incontri e dibattiti che seguivano le presentazioni dei nostri libri c’era puntualmente qualche lettore che faceva riferimenti ad opere di altri autori, alcune che ci erano note, altre no, ma che avevano comunque dei punti di contatto, delle similitudini, delle assonanze, pur essendo, di fatto, spesso molto distanti tra loro per genere, stile ed argomenti trattati. In seguito questi segnali ebbero delle conferme importanti.
Quando, nella primavera del 2002, uscì nelle librerie il nostro “54”, il mondo era in pieno contraccolpo da 11 Settembre, tutte le certezze materializzatesi in occidente con la fine della Guerra Fredda e la “presunta vittoria” della civiltà occidentale si erano polverizzate in un solo istante, assieme alle Torri Gemelle. Il medesimo tipo di contraccolpo che descrivevamo nel nostro romanzo. Il compiersi di un ciclo storico, la fine di un’era. Quasi contemporaneamente uscì in libreria “Black Flag” di Valerio Evangelisti, che all’epoca non conoscevamo di persona. “Black Flag” racconta della nascita del capitalismo industriale. Leggendolo scoprimmo che il primo capitolo era un’allegoria molto simile alla nostra. Autori diversi, opere diverse che narravano, in modo dissimile, ma con forti assonanze, i medesimi fenomeni collegati al venir meno di un sistema.
Cinque anni dopo facemmo una nuova scoperta leggendo “Nelle mani giuste” di Giancarlo De Cataldo. Il romanzo narra di vicende ambientate negli anni di Tangentopoli, dalla fine della Prima Repubblica alle stragi di mafia, fino alla “discesa in campo” di Berlusconi.
Da poco era uscito il nostro “Manituana”, che narra della guerra di indipendenza americana dal punto di vista degli indiani Mohawk, che si batterono fianco della corona britannica contro i coloni ribelli.
Due libri apparentemente irrelati, differenti per stile, struttura, epoca storica, con avvenimenti ben differenti nella narrazione, differente area geografica, insomma, tutto diverso.
Eppure notavamo echi, riverberi, somiglianze. Una vibrazione comune.
Dopo un po’ capimmo.
Entrambi i romanzi raccontano di sistemi che entrano in crisi a seguito del vuoto lasciato da dei demiurghi che avevano creato e retto dei mondi. Sir William Johnson, sovrintendente agli affari indiani del Nordamerica, ed Hendrick, capo irochese fautore della comparazione con i bianchi, in Manituana. Il “Vecchio”, grande manovratore di servizi segreti, e il “Fondatore” capitano d’industria e fondatore di un impero finanziario, in “Nelle mani giuste”.
In entrambi i romanzi gli eredi non sono all’altezza, si scoprono inadatti, deboli, in breve la situazione gli sfugge di mano, gli imperi creati dai predecessori si sgretolano e, mentre i maschi falliscono, emergono le figure di donne forti (Molly per Manituana – Maya per Nelle mani giuste) che riescono ad aprire delle alternative, delle via di fuga per pochi.
Nel frattempo i vecchi mondi erano finiti, la storia aveva voltato pagina.
Ad un livello profondo entrambi i romanzi raccontavano la medesima storia.
“E da queste intuizioni qual è stato il passo che ha portato alla nascita del memorandum sul NIE”
Sommando queste esperienze a quelle di diversi altri colleghi, che avevano per così dire, avuto repentine “illuminazioni” innescate da letture comparate, abbiamo capito che si stava creando un insieme di opere che aveva qualcosa in comune, che sta va facendo massa e che questa attorno a questa massa si stava creando un campo di forze.
Per lungo tempo si è trattato solo di impressioni, intuizioni, poi il discorso ha cominciato a farsi più strutturato. Dovevo preparare un intervento per “Up close & personal” un work shop sulla letteratura italiana che si è svolto alla McGill University di Montreal nel marzo del 2008.
Per preparare questo intervento ho provato a tirare le somme di quanto era maturato nel corso degli anni ed è in questo contesto che stata utilizzata per la prima volta l’espressione “nuova narrazione epica italiana”.
“Ovvero, New Italian Epic, e poi la cosa è maturata ulteriormente”
Si, grazie alla prima discussione ho potuto registrare ulteriormente i concetti e nei giorni successivi ho parlato di NIE in altre due università nordamericane: il Middlebury College, nel Vermont, ed il M.I.T. di Cambridge, nel Massachusetts.
Ritornato a casa ho discusso a lungo con i miei colleghi di collettivo, messo a punto gli appunti che avevo raccolto e così sono nate le due versioni del memorandum.
La prima della primavera del 2008 e la seconda (2.0), figlia degli spunti nati dal dibattito sulla prima versione, del settembre dello stesso anno.
“Perché hai voluto utilizzare il termine nebulosa?”
Perché si tratta di un campo di forze che attira attorno a sé opere in apparenza difformi, romanzi, saggi, “oggetti narrativi non identificati”, ma che hanno affinità profonde.
I loro autori non formano una generazione in senso anagrafico perché hanno età diverse, sono piuttosto una generazione letteraria perché condividono parzialmente le poetiche e perché hanno un desiderio di verità che li porta agli archivi o per le strade, o comunque in quei posti dove archivi s strade finiscono per incontrarsi
“Comunque confermi che la nebulosa contiene delle opere e non degli autori?”
Sì perché il NIE riguarda più le prime che non i secondi. Possono esserci autori che hanno scritto alcune opere che rientrano nel NIE ed altre che non vi rientrano affatto.
“A mio modesto parere uno dei pregi del memorandum è quello di avere stimolato un interessante il dibattito e di avere un respiro così ad ampio da permettere che siano stati fatti molti interventi in merito senza che questi necessariamente si sovrappongano. Sei d’accordo?”
Assolutamente sì.
“Nel memorandum identifichi caratteristiche principali, o caratteri distintivi, di questa narrativa. Sei d’accordo se dico che uno dei principali è la necessità di uscire da una visione antropocentrica del mondo?”
Sì perché in termine ultimo molti dei libri che fanno parte del NIE ci dicono che noi, noialtri Occidente, non possiamo continuare a vivere come eravamo abituati, spingendo il pattume (materiale e morale) sotto il tappeto e fare finta di nulla. Ci rifiutiamo di accettare che andiamo incontro all’estinzione come specie. Noi non siamo immortali, neppure la Terra lo è. Solo che la Terra morirà quando la specie umana si sarà già estinta da un pezzo e nel frattempo il pianeta avrà già digerito ed eliminato tutte le scorie, i danni ed il pattume che la specie umana è riuscita a produrre nel corso della sua esistenza. Se ce ne rendessimo conto, se accettassimo la cosa, vivremmo con meno tracotanza. La tracotanza e la ristrettezza di vedute del genere umano non sono più accettabili. Non possiamo accettare che la specie stia facendo di tutto per accelerare il processo di estinzione nel modo più doloroso e meno dignitoso possibile. L’antropocentrismo è vivo e vegeto, malgrado tutto, continuiamo a vivere convinti di essere la specie eletta.
Perciò è importante il messaggio che può arrivare dalle opere che fanno parte del NIE, uno sguardo obliquo, perché se è vero che siamo anthropoi ed abbiamo difficoltà ad adottare un punto di vista non antropocentrico, è altrettanto vero che il linguaggio, la letteratura, possono aiutarci a simularlo.
“Che è quello che scrivi al termine del memorandum. Cito espressamente:”
Oggi arte e letteratura non possono limitarsi a suonare allarmi tardivi: devono aiutarci ad immaginare vie d’uscita
Esatto non possiamo permetterci il lusso di fingere di essere in pace, o che comunque il fronte di guerra sia lontano, la letteratura non deve mai credersi in pace. Le riflessioni sul memorandum in merito all’assurdità della visione antropocentrica mi sono state ispirate dal libro di Alan Weismann “Il mondo senza di noi”, un’opera che contiene passaggi di autentica commovente poesia e di cui occorre assolutamente tenere in considerazione si vuole capire l’esiguità del genere umano rispetto alla storia ed alle potenzialità del pianeta.
“In merito a questo penso all’intervento in merito al NIE scritto da Simone Sarasso, dove afferma che, anche qui cito espressamente:”
La maggior parte delle opere ascrivibili all’orizzonte del NIE ha un’efferata, spasmodica tensione apocalittica
È vero, nel senso che sino ad ora tutta la letteratura rientrante nel NIE si occupata di apocalissi, di fini, più o meno traumatiche: di un epoca, di un mondo, di un sistema di potere, nel caso più ristretto dell’universo dei protagonisti.
“E sinora nessuno si è ancora avventurato nel racconto di quello che potrà avvenire dopo, del post apocalisse”
Finora tutti noi abbiamo alluso a una mitologia fondativa, o ci siamo protesi, inarcati verso di essa, ma dobbiamo fare un salto, andare oltre. Abbiamo mostrato tentativi di fondare civiltà terminati in tragedia (gli anabattisti che conquistano Munster, in Q) oppure abbiamo descritto esodi, esodi oltre i quali ci saranno nuove fondazioni. In generale, nel NIE ci sono tante Iliadi e - soprattutto - Odissee, ma poche Eneidi, come direbbe Valter Binaghi. Ecco, dobbiamo ragionare in termini di Eneide. Enea è un fuggiasco, ma fuggendo finisce per fondare qualcosa.
“Per insistere nell’uso di termini legati all’astro fisica, potremmo dire che siamo in un punto della storia del NIE, dal quale il nostro orizzonte degli eventi ci permette di vedere il passato della nebulosa costituito dalle opere scritte sinora, (tutte che trattano di apocalissi e della fine di universi) e solo immaginare quelle del futuro, che potrebbero trattare della fondazione dei nuovi universi, nati dai germogli delle apocalissi precedenti”
Come dice Benjamin, l’angelo della storia vola all’indietro, e di fronte a sé ha una distesa di rovine. Il NIE ha un passato epico di fronte a sé (possiamo vederlo) e un futuro epico alle spalle (che possiamo visualizzare solo gettando occhiate dietro di noi.

 

6.11.2008 | Categoria: Blog

Il “NEW ITALIAN EPIC” ed il “De profundis” dei generi

Il “NEW ITALIAN EPIC” ed il “De profundis” dei generi

Il noir italiano ha esaurito la sua spinta propulsiva?

“La letteratura non deve, non deve mai, non deve mai credersi in pace” (1)

Con un po’ di presunzione ed una notevole dose di ardimento, con queste parole, scritte dall’autore nell’ultima pagina del saggio, si potrebbe osare e riassumere l’interessante “New Italian Epic” (NIE). Un saggio di Wu Ming 1 (WM1), disponibile da qualche tempo in rete e del quale l’autore ha da poco elaborato la versione 2.0 (dedicata a David Foster Wallace recentemente scomparso), che ha fatto molto discutere sui media ed in Rete.

Nel memorandum WM1 ha individuato un ipotetico centro di gravità (o nebulosa se si vuole esagerare coi termini di astrofisica), attorno al quale ruotano testi narrativi italiani dal 1993 a oggi. Esperienze letterarie che svariano dal romanzo, al saggio, ad “oggetti narrativi non identificati”, ovvero opere così nuove e poco identificabili, tanto da non essere catalogabili.
Dal NIE è nato un dibattito che ancora non accenna a spegnersi, anzi, si ravviva ad ogni bava di vento, è stato commentato, letto a fondo o letto in fretta, celebrato o liquidato, osannato o crocifisso. D’altronde, come scrive il suo stesso autore:
era prevedibile che incontrasse ostilità e reazioni sopra le righe: ci mangia un intero establishment sul tenere divise o unite con lo sputo cose e idee: cattedre tenute da baroni influenzano redazioni che s’impastano con organizzazioni di festivals & kermesses con patrocinii di province e regioni che finanziano potentati che carburano a precariati etc.” (2)
Premesso che le tesi sostenute nel saggio, oltre che interessanti, sono ampiamente condivisibili, almeno dal sottoscritto, era comunque fatale che, un teorema così nuovo e destabilizzante dal punto di vista letterario, accendesse il dibattito. Resta il fatto che, piaccia o no, che incontri simpatia o critiche feroci, il NIE esiste, forse in maniera confusa, caotica, ma c’è e si trasforma in continuazione, immagina, propone, racconta.
WM1 sostiene, a nostro avviso con ragione, che un tipo di esperienza come quella del NIE, sia figlia del nuovo ordine mondiale, di riflesso venutosi a creare con la caduta del muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e, nel nostro paese, il dissolversi del fattore “K” che aveva, di fatto, bloccato la politica italiana dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad allora.

L’uso dell’aggettivo “epico” potrebbe apparire una forzatura e far storcere il naso a qualcuno, se lo si intendesse nell’accezione tipo “racconto di imprese eroiche di personaggi umani, storici o leggendari”, ma se lo intendiamo come derivazione dal greco epos, cioè “parola” e “racconto” e lo associamo agli altri due termini che completano il titolo, ovvero new ed italian, e dunque lo intendiamo come un nuovo modo di raccontare tipicamente italiano, possiamo dire che ci sta tutto.

Per dirla sempre con le parole del suo autore:
Accade (il NIE appunto) in Italia, non a caso. Paese delle mille emergenze, poco interessato al futuro, già oltre l’orlo di catastrofi indiscusse (nel senso che non se discute). Paese campione di polvere sotto il tappeto e liquami alle caviglie, Bengodi degli Stakeholder descritti da Saviano.” (3)
Un paese, ci permettiamo di aggiungere, in cui sta soffiando, pericolosissimo, un vento cominciato come una brezza anni fa e che nel tempo, tanti, troppi, hanno contribuito a rafforzare e pochi, troppo pochi, hanno vanamente cercato di smorzare. Un vento che, avanti di questo passo, diventerà bufera, perché a seminare vento, non si può fare altro che raccogliere tempesta e le nere nubi che si stanno addensando sul futuro sociale ed economico, non solo dell’Italia, ma del mondo intero, altro non sono che figlie di politiche basate su menzogne e paura. Politiche che troppe volte hanno trovato una certa letteratura sin troppo accondiscendente, se non addirittura prona.

Tra le caratteristiche che distinguono il fenomeno del NIE, l’autore identifica alcune peculiarità, tali caratteristiche sono molteplici, ma a mio avviso quelle peculiari sono 3.
1) Si lasciano alle spalle i pastiche “postmodernisti” precedenti, i cui autori erano saliti allegramente sul carro del presunto vincitore della guerra fredda (l’occidente) e che tronfi del proprio, appunto presunto, successo, eccedevano nel cattivo gusto di non prendere nulla e nessuno sul serio, dimenticando che le storture sociali di prima della caduta del muro erano ancora tutte, drammaticamente, persistenti.
2) La nascita di opere con stili nuovi e sovversivi nell’uso della lingua, la cui peculiarità sovversiva starebbe nell’essere appena percettibile e rintracciabile solo ad una lettura attenta e non superficiale.
3) Le fine definitiva e mortifera dei generi e della possibilità di classificazione per genere (e con essa la fine di tutti coloro che, sulle classificazioni, hanno costruito delle carriere). Esempio “Gomorra” che non è romanzo, non è report giornalistico, non è giallo, non è biografico, insomma non è classificabile, ma comunque è uno straordinario strumento di denuncia di una realtà che prima del libro era assolutamente trascurata.
WM1 afferma che il NIE sia sorto dopo il lavoro sui generi e nato dalla loro forzatura, senza, peraltro che lo si possa descrivere con il vecchio termine di “contaminazione” perché tale termine richiede il requisito che siano esistite condizioni iniziali di “purezza”, confini ben divisibili, quindi la possibilità di riconoscere provenienze e discriminare in quali percentuali i “generi” originali siano presenti nella miscela dell’opera “contaminata”. Per WM1 gli autori che hanno prodotto opere appartenenti al NIE, sono andati oltre, non si sono neppure più posti il problema, ma si sono limitati ad utilizzare quello che ritenevano fosse giusto e serio utilizzare per la creazione delle proprie opere.

Inoltre WM1 afferma che l’appartenenza al NIE debba essere intesa per opera e non per autore. Perché il medesimo scrittore, può avere scritto nel periodo dal 93 ad oggi opere che stanno nel NIE ed altre no (ad esempio il Camilleri di Montalbano starebbe fuori dal NIE ed il Camilleri di Maruzza Musumeci starebbe dentro).
L’autore non si ferma qui ed identifica altri punti in comune che caratterizzano le opere appartenenti al NIE, ce ne sarebbe da scrivere pagine e pagine, ma lasciamo i lettori interessati ad addentrarsi nei meandri del memorandum per proprio conto.
Quello su cui vorremmo concentrarci è invece il funerale dei vecchi “generi” che vuole celebrare il memorandum ed in particolare l’affermazione relativa a “giallo” e “noir” del suo autore in una delle note a piè di pagina della versione 2.0 (XI Termidoro); citiamo testualmente:
nel 2005 i giochi erano fatti: con poche eccezioni, noir e giallo nostrani avevano esaurito la spinta propulsiva, cani mezzi morti accasciati in autostrada. Dal pozzo del “genere” esalava narrativa finto impegnata e contestataria, in realtà legalitaria e conservatrice(4).
Ora, lungi da noi voler polemizzare con WM1, però qui ci sarebbe da argomentare a lungo anzi, volendo parafrasare scherzosamente le celebre gaffe di un calciatore di alcuni anni orsono, potremmo dire che “siamo completamente d’accordo, a metà”,  con mister WM1.
Perché:
1) se è vero, come è vero, che i “generi” nell’accezione originale del termine possono considerasi morti e sepolti.
2) Se è altrettanto vero che molte opere di tinta “gialla” più o meno recenti si richiamano pericolosamente ad una mentalità reazionaria, legalitaria e conservatrice.
È pur vero però, che le ragioni perché opere di “tipo” noir, o polar, se si vuole utilizzare la sua dizione francese, esistenti prima del fenomeno NIE, sussistono tutt’oggi e, temiamo, esisteranno anche nel post NIE.
Utilizziamo volutamente il termine “tipo” perché riteniamo corretto superare la vecchia classificazione per generi, tuttavia questo non significa che le esigenze per cui opere che al noir si richiamano siano venute meno.
Proviamo a spiegarci e prima di farlo premettiamo che siamo sostanzialmente in sintonia con quanto scritto da Girolamo De Michele in un bell’articolo uscito in tre “puntate” su Carmilla (5).
I fattori comuni ai vecchi “generi” noir, giallo, poliziesco, thriller sono estremamente semplici da identificare. Sempre alle prese con dei crimini, più o meno violenti, o con intrighi politici, sempre ci sono delle trame da svolgere, dei misteri da svelare, dei moventi e dei colpevoli da scoprire. Sempre, o quasi, i protagonisti sono personaggi legati alla legge in modo più o meno diretto (poliziotti, “investigatori” privati, avvocati, agenti segreti e via dicendo).
Ognuno di questi elementi poteva essere ritrovato in un romanzo giallo classico, in un poliziesco duro all’americana (hard boiled) od in un thriller, così come in un noir.
Ma ciò che accomuna i generi (il crimine, i personaggi), non basta a ricondurre questa narrativa in un unico alveo. Anzi, sovente, ciò che li avvicina sono in verità le medesime cose che li separano.

Nei gialli tradizionali, ed anche nel poliziesco e nella spy story seppur con dinamiche a tratti differenti, è l’indagine a svolgere il ruolo di fulcro dell’azione e della narrazione. Si tratta di analizzare, investigare, ricostruire i fatti, allineare dei tasselli secondo logiche riconoscibili e spiegabili, per arrivare, al termine alla verità ed usualmente al trionfo della giustizia.
Ci permettiamo di citare Jean-Patrick Manchette “Nel poliziesco classico (ossia il poliziesco a enigma), il delitto turba l’ordine del Diritto, che bisogna restaurare scoprendo il colpevole ed “eliminandolo” dalla scena sociale” (6).
Nel giallo il conflitto di classe è inesistente, l’ordine regna sovrano, e il delitto non è che una turbativa momentanea cui il detective porrà rimedio usando lo stesso strumento del dominio: la logica deduttiva. Detective, poliziotto, o comunque eroe che immancabilmente si erge a modello e ricalca la figura del Tipo Ideale.
Ovvero si parte da un fattore, generalmente umano e spiegabile con motivazioni antropologiche e mai sociali, che perturba l’ordine costituito, le cose si mettono generalmente male, ma sul più bello arriva il nostro, o la cavalleria, o Dio sotto forma di destino, che risolvono il mistero, castigano il colpevole e ristabiliscono l’ordine primigenio. Restaurazione e/o conservazione dell’ordine, appunto, nessuna analisi se l’ordine in questione sia lecito e plausibile, nessuna analisi del contesto, i cattivi sono cattivi per fattori puramente antropologici, i buoni sono buoni, punto e basta.
Amen.

Nel noir invece, pur essendoci criminali ed investigatori, gli elementi indiziari sono meno importanti, la parte centrale non viene rivestita dall’indagine, ma dai personaggi e dalla loro psicologia, spesso deviata, dalle cause e dal contesto sociale nel quale i fatti narrati si sviluppano ed hanno luogo. Quasi tutti i protagonisti, anche quando sono dalla parte di colui che tenta di risolvere l’enigma, violano le stesse regole che dovrebbero invece far rispettare; in alcuni casi sono addirittura i colpevoli medesimi dei crimini narrati. Esiste sì l’indagine, ma non è il vero motore dell’azione, è solo un pretesto funzionale alla narrazione.
Esso non mostra un ordine alternativo all’esistente, non difende una verità contro un falso. Non fa altro che mostrare l’intera società con le sue storture, falsità ed ipocrisie. I suoi protagonisti non sono mai Tipi Ideali, tutt’altro. Le cause del male sono sempre sociali e, quasi mai, antropologiche (come avviene nella realtà). Il noir, possiamo dirlo, non è drammatico: è tragico. Nessun Dio, sia esso il dio della logica o il dio-in-terra dell’ordine costituito, scende dai suoi cieli proprio sul più bello per allungare la mano e salvare l’eroe in procinto di annegare.
Insomma, dove il giallo è semplificazione letteraria dell’animo umano (con buoni e cattivi severamente separati), nel noir si insinua il dubbio, è presente una fascia grigia che avvolge i personaggi e le loro azioni. L’autore approfitta della vicenda che narra per mettere i piedi nel piatto, alludere, denunciare, prendere posizione, “sporcarsi le mani” attingendo ampiamente dalle pagine di cronaca nera, od anticipando involontariamente la realtà che poi, il più delle volte, finisce per superare ampiamente la fantasia.

A volte il noir affronta a viso aperto la grande Storia, pensiamo ad Ellroy (American Tabloid, Sei pezzi da mille), o De Cataldo (Romanzo criminale, Nelle mani giuste): hanno provato a riscrivere a modo loro periodi salienti della storia dei propri paesi, tappando i buchi degli enigmi ancora esistenti con invenzioni letterarie che hanno tutto il sapore di essere più veritiere di certi libri di storia.
Il noir ama l’analisi “sociale” e la denuncia del marcio che sta dietro alle storture cui siamo spesso spettatori passivi, questa è la funzione fondamentale di un tipo di letteratura che passi pure sotto la classificazione che si vuole, o addirittura sotto alcuna classificazione come propone WM1, ma comunque una letteratura che non abbassa la guardia, non si sente in pace, ne tanto meno “arrivata” ma continua ad assolvere la sua funzione “sociale”, tanto più in un paese come l’Italia che, oggi più che mai, è colta dal pericoloso raptus di voltare la faccia di fronte al marcio, all’illegalità, agli scheletri negli armadi ed alla povere sotto i tappeti
Se ricordo bene, Salman Rushdie, ha scritto “la narrativa dice la verità in un’epoca in cui le persone cui è demandato di dirla inventano storie. I politici, i media, coloro che creano le opinioni inventano storie. Allora è dovere dello scrittore di finzioni cominciare a dire la verità”.
Niente di più vero.

Oltre all’elemento di contenuti, “sociali” o “politici”, del noir vi è anche un’altra caratteristica, stilistica, che lo differenzia marcatamente, in modo quasi teatrale dagli altri “polizieschi”.
Uno stile spesso asciutto, immediato, diretto, spesso violento, a volte sincopato.
Ad esempio un elemento (più marcato nel noir dell’ultimo ventennio), è l’uso massiccio della paratassi. La paratassi opera, a livello formale, allo stesso modo della narrazione romanzesca: costringe il lettore a riempire quei vuoti lasciati dalla scrittura, sia nel contenuto che nell’espressione. Quindi mette al lavoro, di nuovo, la capacità linguistica così che la facoltà di giudizio del lettore, in teoria già accesa dai contenuti, subisca un nuovo stimolo.
Il noir, insomma, ha la potenzialità di far pensare.

Provocatoriamente, potremmo concludere dicendo che la nascita del NIE ha sì decretato la sacrosanta sepoltura dei generi.
Ma non del noir.
Perché esso, il noir, non è un genere.
È un colore, uno stato d’animo, una sensazione.
È il rumore che proviene dallo stomaco di chi, di fronte all’ingiustizia, non si rassegna, non volta la faccia, non abbassa la testa, ma reagisce.
E se per reagire sceglie la strada della scrittura, il risultato potrà essere un’inchiesta giornalistica, una canzone rock, o un romanzo noir.
E se ciò che questo individuo ha scritto avrà colto nel segno, allora il Potere cercherà di classificarlo, blandirlo, normalizzarlo, renderlo innocuo.
E se se non sarà possibile normalizzarlo allora il Potere lo dichiarerà sovversivo e pericoloso e cercherà di screditarlo.
E se non sarà possibile né normalizzarlo, né screditarlo, allora il Potere cercherà di eliminarlo.
Il noir.
Il colore della storia da quando l’uomo ha cominciato la sua instancabile opera predatoria.

JP Rossano
 

Note:
(1)
  Wu Ming 1 “New talian Epic 2.0” pag. 29
(2) Op. cit. pag. 2
(3) Op. cit. pag. 29
(4) Op. cit. nota XI Termidoro pag. 12
(5) La pigra macchina del noir. Considerazioni sul genere dopo la sua morte annunciata
Carmilla (http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001916.html#001916)
(6) Jean-Patrick Manchette, “Le ombre inquiete. Il giallo, il nero e gli altri colori del mistero” Cargo, 2006.

4.11.2008 | Categoria: Segnalazioni

“Torino” un racconto di JP Rossano per United We Stand

 torino-libera.jpg“Nuovo contenuto speciale, questo lunedì. Nuovo racconto d’autore, vergato dalla sapiente penna di JP Rossano, nella sezione liberazione della pagina collateral, dal titolo, appunto, Torino. Vi aspettano scene da action movie e colpi di scena a ripetizione, fino ad un graffiante ending a sorpresa.
Non vi dico niente di più, godetevi il racconto ……………………”

Con queste belle parole, sul sito dedicato alla graphic novel United We Stand, di cui abbiamo già parlato, l’amico Simone Sarasso (che ovviamente ringrazio), introduce il racconto che ho avuto la fortuna e l’onore di poter scrivere e che è appunto ospitato nella sezione Collateral del sito di UWS.

Non ve lo perdete mi raccomando, potete scaricare il pdf a questo link, aspetto i vostri commenti.

Tenete botta

JP

22.10.2008 | Categoria: Blog

Una firma per Saviano

Roberto Saviano, l’autore di ”Gomorra”, è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro. E’ minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese. Uno scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere e di tacere.
Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra.
Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. E’ un problema di democrazia perchè è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa nel 2008.

Sei premi Nobel hanno firmato un appello per Saviano, perche’ lo stato faccia ogni sforzo per proteggerlo lottando contro la camorra: Dario Fo, Mikhail Gorbaciov, Gunter Grass, Rita Levi Montalcini, Orhan Pamuk e Desmond Tutu. Da quel momento migliaia di persone, scrittori, intellettuali, politici, giornalisti, semplici cittadini hanno sottoscritto l’appello.

La mia firma è stata la numero 167.157, puoi aggiungere ancha la tua, se vuoi, basta andare sul sito di Repubblica

27.09.2008 | Categoria: Rassegna stampa, Blog

NEW ITALIAN EPIC 2.0 (NIE)

eracle_thumb.gif
E’ on line la versione 2.0 di New Italian Epic (dedicata a David Foster Wallace), il memorandum con cui Wu Ming 1 ha individuato un ipotetico centro di gravità (o nebulosa se si vuole esagerare coi termini di tipo astrofisico), attorno al quale ruotano testi narrativi italiani dal 1993 a oggi. Un saggio, di cui già avevamo comunicato l’uscita della prima versione, che ha fatto molto discutere sui media ed in Rete.
Dal NIE è nato un dibattito che ancora non accenna a spegnersi, anzi, si ravviva ad ogni bava di vento, è stato commentato, letto a fondo o letto in fretta, celebrato o liquidato, osannato o crocifisso. D’altronde, come scrive il suo stesso autore:
“era prevedibile che incontrasse ostilità e reazioni sopra le righe: ci mangia un intero establishment sul tenere divise o unite con lo sputo cose e idee: cattedre tenute da baroni influenzano redazioni che s’impastano con organizzazioni di festivals & kermesses con patrocinii di province e regioni che finanziano potentati che carburano a precariati etc.”
Ma che piaccia o no, che incontri simpatia o critiche feroci, il NIE esiste, forse confusamente, ma c’è e si trasforma in continuazione, immagina, propone, racconta.
Per dirla sempre con le parole del suo autore:
“Accade in Italia, non a caso. Paese delle mille emergenze, poco interessato al futuro, già oltre l’orlo di catastrofi indiscusse (nel senso che non se discute). Paese campione di polvere sotto il tappeto e liquami alle caviglie, Bengodi degli Stakeholder descritti da Saviano.”
Un paese, si permette di aggiungere il sottoscritto, in cui sta soffiando, pericolosissimo, un vento cominciato come una brezzolina anni fa e che nel tempo, tanti, troppi, hanno contribuito a rafforzare e pochi, troppo pochi, hanno vanamente cercato di smorzare. Un vento che, avanti di questo passo, diventerà bufera, perché a seminare vento, non si può fare altro che raccogliere tempesta.

JP

« Previous Entries