J.P. Rossano

Il sito ufficiale dell’autore del thriller “L’ultima stoccata”

"J.P. Rossano e la Scherma"

Cosa mi piace di questo sport? Tutto.
La scherma è bella e terribile, come la vita. Perché quando sali in pedana sei solo, come in tutti i momenti cruciali della vita. Attorno può esserci un sacco di gente, ma, di fatto, sei solo. E poi, in realtà, non affronti l’avversario, affronti te stesso, te stesso e tutti i fantasmi che affollano la tua mente e la tua coscienza.
La scherma è rissa, finzione, imbrogli, machismo, mito dei gladiatori, dei galli e dei segaioli.
La scherma è rappresentazione teatrale della vita, come, al tempo medesimo, la vita è un lungo, estenuante, assalto di scherma, nel quale tutti si cimentano… …e da cui i più ne escono sconfitti.

News

16.12.2008 | Categoria: Rassegna stampa, Interviste

“New Italian Epic” Intervista a WM1

Abbiamo incontrato WM1 (assieme a WM5) a Torino, durante la presentazione, al “Circolo dei lettori”, di “Grand River” (Rizzoli 24/7 Stanger, 2008), ultimo parto del collettivo Bolognese.
“Grand River” narra del viaggio fatto in Canada, terra dove vivono gli eredi dei protagonisti di “Manituana”, da parte di tre dei Wu Ming, libro di viaggio e collettivo dunque, ma incentrato su un unico io narrante e strutturato come un romanzo.
In realtà non si può ingabbiare: non è un saggio, non è il racconto di un viaggio, non è un romanzo, è un’opera collettiva, eppure è caratterizzata da un unico soggetto narrante.
Un’opera non classificabile, ovvero un “oggetto narrativo non identificato”. In piena “nebulosa” New Italian Epic (NIE) dunque.
Normale che già nel corso della presentazione sorgessero spontanei i riferimenti ad un’altra opera che “oggetto narrativo non identificato” lo è a pieno titolo, ovvero “Gomorra” di Saviano, così come si parlasse di NIE, appunto.
Altrettanto, e forse ancora più logico, che si continuasse a discutere di NIE nel corso della simpatica chiacchierata che ci hanno gentilmente concesso WM1 e WM5 dopo la presentazione, davanti ad un succo di frutta, un gelato ed un Martini.
Il risultato di quanto ci siamo detti, a volerci per forza imporre un nome, si potrebbe chiamare intervista.

Eccola.
Premesso che trovo molto affascinate il termine astrofisico di nebulosa che usi per caratterizzare il NIE, quand’è che hai cominciato a cogliere i segni della materializzazione di questo insieme di opere letterarie”
I primi segnali li ho avuti proprio parlando con i lettori. Nei vari incontri e dibattiti che seguivano le presentazioni dei nostri libri c’era puntualmente qualche lettore che faceva riferimenti ad opere di altri autori, alcune che ci erano note, altre no, ma che avevano comunque dei punti di contatto, delle similitudini, delle assonanze, pur essendo, di fatto, spesso molto distanti tra loro per genere, stile ed argomenti trattati. In seguito questi segnali ebbero delle conferme importanti.
Quando, nella primavera del 2002, uscì nelle librerie il nostro “54”, il mondo era in pieno contraccolpo da 11 Settembre, tutte le certezze materializzatesi in occidente con la fine della Guerra Fredda e la “presunta vittoria” della civiltà occidentale si erano polverizzate in un solo istante, assieme alle Torri Gemelle. Il medesimo tipo di contraccolpo che descrivevamo nel nostro romanzo. Il compiersi di un ciclo storico, la fine di un’era. Quasi contemporaneamente uscì in libreria “Black Flag” di Valerio Evangelisti, che all’epoca non conoscevamo di persona. “Black Flag” racconta della nascita del capitalismo industriale. Leggendolo scoprimmo che il primo capitolo era un’allegoria molto simile alla nostra. Autori diversi, opere diverse che narravano, in modo dissimile, ma con forti assonanze, i medesimi fenomeni collegati al venir meno di un sistema.
Cinque anni dopo facemmo una nuova scoperta leggendo “Nelle mani giuste” di Giancarlo De Cataldo. Il romanzo narra di vicende ambientate negli anni di Tangentopoli, dalla fine della Prima Repubblica alle stragi di mafia, fino alla “discesa in campo” di Berlusconi.
Da poco era uscito il nostro “Manituana”, che narra della guerra di indipendenza americana dal punto di vista degli indiani Mohawk, che si batterono fianco della corona britannica contro i coloni ribelli.
Due libri apparentemente irrelati, differenti per stile, struttura, epoca storica, con avvenimenti ben differenti nella narrazione, differente area geografica, insomma, tutto diverso.
Eppure notavamo echi, riverberi, somiglianze. Una vibrazione comune.
Dopo un po’ capimmo.
Entrambi i romanzi raccontano di sistemi che entrano in crisi a seguito del vuoto lasciato da dei demiurghi che avevano creato e retto dei mondi. Sir William Johnson, sovrintendente agli affari indiani del Nordamerica, ed Hendrick, capo irochese fautore della comparazione con i bianchi, in Manituana. Il “Vecchio”, grande manovratore di servizi segreti, e il “Fondatore” capitano d’industria e fondatore di un impero finanziario, in “Nelle mani giuste”.
In entrambi i romanzi gli eredi non sono all’altezza, si scoprono inadatti, deboli, in breve la situazione gli sfugge di mano, gli imperi creati dai predecessori si sgretolano e, mentre i maschi falliscono, emergono le figure di donne forti (Molly per Manituana – Maya per Nelle mani giuste) che riescono ad aprire delle alternative, delle via di fuga per pochi.
Nel frattempo i vecchi mondi erano finiti, la storia aveva voltato pagina.
Ad un livello profondo entrambi i romanzi raccontavano la medesima storia.
“E da queste intuizioni qual è stato il passo che ha portato alla nascita del memorandum sul NIE”
Sommando queste esperienze a quelle di diversi altri colleghi, che avevano per così dire, avuto repentine “illuminazioni” innescate da letture comparate, abbiamo capito che si stava creando un insieme di opere che aveva qualcosa in comune, che sta va facendo massa e che questa attorno a questa massa si stava creando un campo di forze.
Per lungo tempo si è trattato solo di impressioni, intuizioni, poi il discorso ha cominciato a farsi più strutturato. Dovevo preparare un intervento per “Up close & personal” un work shop sulla letteratura italiana che si è svolto alla McGill University di Montreal nel marzo del 2008.
Per preparare questo intervento ho provato a tirare le somme di quanto era maturato nel corso degli anni ed è in questo contesto che stata utilizzata per la prima volta l’espressione “nuova narrazione epica italiana”.
“Ovvero, New Italian Epic, e poi la cosa è maturata ulteriormente”
Si, grazie alla prima discussione ho potuto registrare ulteriormente i concetti e nei giorni successivi ho parlato di NIE in altre due università nordamericane: il Middlebury College, nel Vermont, ed il M.I.T. di Cambridge, nel Massachusetts.
Ritornato a casa ho discusso a lungo con i miei colleghi di collettivo, messo a punto gli appunti che avevo raccolto e così sono nate le due versioni del memorandum.
La prima della primavera del 2008 e la seconda (2.0), figlia degli spunti nati dal dibattito sulla prima versione, del settembre dello stesso anno.
“Perché hai voluto utilizzare il termine nebulosa?”
Perché si tratta di un campo di forze che attira attorno a sé opere in apparenza difformi, romanzi, saggi, “oggetti narrativi non identificati”, ma che hanno affinità profonde.
I loro autori non formano una generazione in senso anagrafico perché hanno età diverse, sono piuttosto una generazione letteraria perché condividono parzialmente le poetiche e perché hanno un desiderio di verità che li porta agli archivi o per le strade, o comunque in quei posti dove archivi s strade finiscono per incontrarsi
“Comunque confermi che la nebulosa contiene delle opere e non degli autori?”
Sì perché il NIE riguarda più le prime che non i secondi. Possono esserci autori che hanno scritto alcune opere che rientrano nel NIE ed altre che non vi rientrano affatto.
“A mio modesto parere uno dei pregi del memorandum è quello di avere stimolato un interessante il dibattito e di avere un respiro così ad ampio da permettere che siano stati fatti molti interventi in merito senza che questi necessariamente si sovrappongano. Sei d’accordo?”
Assolutamente sì.
“Nel memorandum identifichi caratteristiche principali, o caratteri distintivi, di questa narrativa. Sei d’accordo se dico che uno dei principali è la necessità di uscire da una visione antropocentrica del mondo?”
Sì perché in termine ultimo molti dei libri che fanno parte del NIE ci dicono che noi, noialtri Occidente, non possiamo continuare a vivere come eravamo abituati, spingendo il pattume (materiale e morale) sotto il tappeto e fare finta di nulla. Ci rifiutiamo di accettare che andiamo incontro all’estinzione come specie. Noi non siamo immortali, neppure la Terra lo è. Solo che la Terra morirà quando la specie umana si sarà già estinta da un pezzo e nel frattempo il pianeta avrà già digerito ed eliminato tutte le scorie, i danni ed il pattume che la specie umana è riuscita a produrre nel corso della sua esistenza. Se ce ne rendessimo conto, se accettassimo la cosa, vivremmo con meno tracotanza. La tracotanza e la ristrettezza di vedute del genere umano non sono più accettabili. Non possiamo accettare che la specie stia facendo di tutto per accelerare il processo di estinzione nel modo più doloroso e meno dignitoso possibile. L’antropocentrismo è vivo e vegeto, malgrado tutto, continuiamo a vivere convinti di essere la specie eletta.
Perciò è importante il messaggio che può arrivare dalle opere che fanno parte del NIE, uno sguardo obliquo, perché se è vero che siamo anthropoi ed abbiamo difficoltà ad adottare un punto di vista non antropocentrico, è altrettanto vero che il linguaggio, la letteratura, possono aiutarci a simularlo.
“Che è quello che scrivi al termine del memorandum. Cito espressamente:”
Oggi arte e letteratura non possono limitarsi a suonare allarmi tardivi: devono aiutarci ad immaginare vie d’uscita
Esatto non possiamo permetterci il lusso di fingere di essere in pace, o che comunque il fronte di guerra sia lontano, la letteratura non deve mai credersi in pace. Le riflessioni sul memorandum in merito all’assurdità della visione antropocentrica mi sono state ispirate dal libro di Alan Weismann “Il mondo senza di noi”, un’opera che contiene passaggi di autentica commovente poesia e di cui occorre assolutamente tenere in considerazione si vuole capire l’esiguità del genere umano rispetto alla storia ed alle potenzialità del pianeta.
“In merito a questo penso all’intervento in merito al NIE scritto da Simone Sarasso, dove afferma che, anche qui cito espressamente:”
La maggior parte delle opere ascrivibili all’orizzonte del NIE ha un’efferata, spasmodica tensione apocalittica
È vero, nel senso che sino ad ora tutta la letteratura rientrante nel NIE si occupata di apocalissi, di fini, più o meno traumatiche: di un epoca, di un mondo, di un sistema di potere, nel caso più ristretto dell’universo dei protagonisti.
“E sinora nessuno si è ancora avventurato nel racconto di quello che potrà avvenire dopo, del post apocalisse”
Finora tutti noi abbiamo alluso a una mitologia fondativa, o ci siamo protesi, inarcati verso di essa, ma dobbiamo fare un salto, andare oltre. Abbiamo mostrato tentativi di fondare civiltà terminati in tragedia (gli anabattisti che conquistano Munster, in Q) oppure abbiamo descritto esodi, esodi oltre i quali ci saranno nuove fondazioni. In generale, nel NIE ci sono tante Iliadi e - soprattutto - Odissee, ma poche Eneidi, come direbbe Valter Binaghi. Ecco, dobbiamo ragionare in termini di Eneide. Enea è un fuggiasco, ma fuggendo finisce per fondare qualcosa.
“Per insistere nell’uso di termini legati all’astro fisica, potremmo dire che siamo in un punto della storia del NIE, dal quale il nostro orizzonte degli eventi ci permette di vedere il passato della nebulosa costituito dalle opere scritte sinora, (tutte che trattano di apocalissi e della fine di universi) e solo immaginare quelle del futuro, che potrebbero trattare della fondazione dei nuovi universi, nati dai germogli delle apocalissi precedenti”
Come dice Benjamin, l’angelo della storia vola all’indietro, e di fronte a sé ha una distesa di rovine. Il NIE ha un passato epico di fronte a sé (possiamo vederlo) e un futuro epico alle spalle (che possiamo visualizzare solo gettando occhiate dietro di noi.

 

6.11.2008 | Categoria: Blog

Il “NEW ITALIAN EPIC” ed il “De profundis” dei generi

Il “NEW ITALIAN EPIC” ed il “De profundis” dei generi

Il noir italiano ha esaurito la sua spinta propulsiva?

“La letteratura non deve, non deve mai, non deve mai credersi in pace” (1)

Con un po’ di presunzione ed una notevole dose di ardimento, con queste parole, scritte dall’autore nell’ultima pagina del saggio, si potrebbe osare e riassumere l’interessante “New Italian Epic” (NIE). Un saggio di Wu Ming 1 (WM1), disponibile da qualche tempo in rete e del quale l’autore ha da poco elaborato la versione 2.0 (dedicata a David Foster Wallace recentemente scomparso), che ha fatto molto discutere sui media ed in Rete.

Nel memorandum WM1 ha individuato un ipotetico centro di gravità (o nebulosa se si vuole esagerare coi termini di astrofisica), attorno al quale ruotano testi narrativi italiani dal 1993 a oggi. Esperienze letterarie che svariano dal romanzo, al saggio, ad “oggetti narrativi non identificati”, ovvero opere così nuove e poco identificabili, tanto da non essere catalogabili.
Dal NIE è nato un dibattito che ancora non accenna a spegnersi, anzi, si ravviva ad ogni bava di vento, è stato commentato, letto a fondo o letto in fretta, celebrato o liquidato, osannato o crocifisso. D’altronde, come scrive il suo stesso autore:
era prevedibile che incontrasse ostilità e reazioni sopra le righe: ci mangia un intero establishment sul tenere divise o unite con lo sputo cose e idee: cattedre tenute da baroni influenzano redazioni che s’impastano con organizzazioni di festivals & kermesses con patrocinii di province e regioni che finanziano potentati che carburano a precariati etc.” (2)
Premesso che le tesi sostenute nel saggio, oltre che interessanti, sono ampiamente condivisibili, almeno dal sottoscritto, era comunque fatale che, un teorema così nuovo e destabilizzante dal punto di vista letterario, accendesse il dibattito. Resta il fatto che, piaccia o no, che incontri simpatia o critiche feroci, il NIE esiste, forse in maniera confusa, caotica, ma c’è e si trasforma in continuazione, immagina, propone, racconta.
WM1 sostiene, a nostro avviso con ragione, che un tipo di esperienza come quella del NIE, sia figlia del nuovo ordine mondiale, di riflesso venutosi a creare con la caduta del muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e, nel nostro paese, il dissolversi del fattore “K” che aveva, di fatto, bloccato la politica italiana dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad allora.

L’uso dell’aggettivo “epico” potrebbe apparire una forzatura e far storcere il naso a qualcuno, se lo si intendesse nell’accezione tipo “racconto di imprese eroiche di personaggi umani, storici o leggendari”, ma se lo intendiamo come derivazione dal greco epos, cioè “parola” e “racconto” e lo associamo agli altri due termini che completano il titolo, ovvero new ed italian, e dunque lo intendiamo come un nuovo modo di raccontare tipicamente italiano, possiamo dire che ci sta tutto.

Per dirla sempre con le parole del suo autore:
Accade (il NIE appunto) in Italia, non a caso. Paese delle mille emergenze, poco interessato al futuro, già oltre l’orlo di catastrofi indiscusse (nel senso che non se discute). Paese campione di polvere sotto il tappeto e liquami alle caviglie, Bengodi degli Stakeholder descritti da Saviano.” (3)
Un paese, ci permettiamo di aggiungere, in cui sta soffiando, pericolosissimo, un vento cominciato come una brezza anni fa e che nel tempo, tanti, troppi, hanno contribuito a rafforzare e pochi, troppo pochi, hanno vanamente cercato di smorzare. Un vento che, avanti di questo passo, diventerà bufera, perché a seminare vento, non si può fare altro che raccogliere tempesta e le nere nubi che si stanno addensando sul futuro sociale ed economico, non solo dell’Italia, ma del mondo intero, altro non sono che figlie di politiche basate su menzogne e paura. Politiche che troppe volte hanno trovato una certa letteratura sin troppo accondiscendente, se non addirittura prona.

Tra le caratteristiche che distinguono il fenomeno del NIE, l’autore identifica alcune peculiarità, tali caratteristiche sono molteplici, ma a mio avviso quelle peculiari sono 3.
1) Si lasciano alle spalle i pastiche “postmodernisti” precedenti, i cui autori erano saliti allegramente sul carro del presunto vincitore della guerra fredda (l’occidente) e che tronfi del proprio, appunto presunto, successo, eccedevano nel cattivo gusto di non prendere nulla e nessuno sul serio, dimenticando che le storture sociali di prima della caduta del muro erano ancora tutte, drammaticamente, persistenti.
2) La nascita di opere con stili nuovi e sovversivi nell’uso della lingua, la cui peculiarità sovversiva starebbe nell’essere appena percettibile e rintracciabile solo ad una lettura attenta e non superficiale.
3) Le fine definitiva e mortifera dei generi e della possibilità di classificazione per genere (e con essa la fine di tutti coloro che, sulle classificazioni, hanno costruito delle carriere). Esempio “Gomorra” che non è romanzo, non è report giornalistico, non è giallo, non è biografico, insomma non è classificabile, ma comunque è uno straordinario strumento di denuncia di una realtà che prima del libro era assolutamente trascurata.
WM1 afferma che il NIE sia sorto dopo il lavoro sui generi e nato dalla loro forzatura, senza, peraltro che lo si possa descrivere con il vecchio termine di “contaminazione” perché tale termine richiede il requisito che siano esistite condizioni iniziali di “purezza”, confini ben divisibili, quindi la possibilità di riconoscere provenienze e discriminare in quali percentuali i “generi” originali siano presenti nella miscela dell’opera “contaminata”. Per WM1 gli autori che hanno prodotto opere appartenenti al NIE, sono andati oltre, non si sono neppure più posti il problema, ma si sono limitati ad utilizzare quello che ritenevano fosse giusto e serio utilizzare per la creazione delle proprie opere.

Inoltre WM1 afferma che l’appartenenza al NIE debba essere intesa per opera e non per autore. Perché il medesimo scrittore, può avere scritto nel periodo dal 93 ad oggi opere che stanno nel NIE ed altre no (ad esempio il Camilleri di Montalbano starebbe fuori dal NIE ed il Camilleri di Maruzza Musumeci starebbe dentro).
L’autore non si ferma qui ed identifica altri punti in comune che caratterizzano le opere appartenenti al NIE, ce ne sarebbe da scrivere pagine e pagine, ma lasciamo i lettori interessati ad addentrarsi nei meandri del memorandum per proprio conto.
Quello su cui vorremmo concentrarci è invece il funerale dei vecchi “generi” che vuole celebrare il memorandum ed in particolare l’affermazione relativa a “giallo” e “noir” del suo autore in una delle note a piè di pagina della versione 2.0 (XI Termidoro); citiamo testualmente:
nel 2005 i giochi erano fatti: con poche eccezioni, noir e giallo nostrani avevano esaurito la spinta propulsiva, cani mezzi morti accasciati in autostrada. Dal pozzo del “genere” esalava narrativa finto impegnata e contestataria, in realtà legalitaria e conservatrice(4).
Ora, lungi da noi voler polemizzare con WM1, però qui ci sarebbe da argomentare a lungo anzi, volendo parafrasare scherzosamente le celebre gaffe di un calciatore di alcuni anni orsono, potremmo dire che “siamo completamente d’accordo, a metà”,  con mister WM1.
Perché:
1) se è vero, come è vero, che i “generi” nell’accezione originale del termine possono considerasi morti e sepolti.
2) Se è altrettanto vero che molte opere di tinta “gialla” più o meno recenti si richiamano pericolosamente ad una mentalità reazionaria, legalitaria e conservatrice.
È pur vero però, che le ragioni perché opere di “tipo” noir, o polar, se si vuole utilizzare la sua dizione francese, esistenti prima del fenomeno NIE, sussistono tutt’oggi e, temiamo, esisteranno anche nel post NIE.
Utilizziamo volutamente il termine “tipo” perché riteniamo corretto superare la vecchia classificazione per generi, tuttavia questo non significa che le esigenze per cui opere che al noir si richiamano siano venute meno.
Proviamo a spiegarci e prima di farlo premettiamo che siamo sostanzialmente in sintonia con quanto scritto da Girolamo De Michele in un bell’articolo uscito in tre “puntate” su Carmilla (5).
I fattori comuni ai vecchi “generi” noir, giallo, poliziesco, thriller sono estremamente semplici da identificare. Sempre alle prese con dei crimini, più o meno violenti, o con intrighi politici, sempre ci sono delle trame da svolgere, dei misteri da svelare, dei moventi e dei colpevoli da scoprire. Sempre, o quasi, i protagonisti sono personaggi legati alla legge in modo più o meno diretto (poliziotti, “investigatori” privati, avvocati, agenti segreti e via dicendo).
Ognuno di questi elementi poteva essere ritrovato in un romanzo giallo classico, in un poliziesco duro all’americana (hard boiled) od in un thriller, così come in un noir.
Ma ciò che accomuna i generi (il crimine, i personaggi), non basta a ricondurre questa narrativa in un unico alveo. Anzi, sovente, ciò che li avvicina sono in verità le medesime cose che li separano.

Nei gialli tradizionali, ed anche nel poliziesco e nella spy story seppur con dinamiche a tratti differenti, è l’indagine a svolgere il ruolo di fulcro dell’azione e della narrazione. Si tratta di analizzare, investigare, ricostruire i fatti, allineare dei tasselli secondo logiche riconoscibili e spiegabili, per arrivare, al termine alla verità ed usualmente al trionfo della giustizia.
Ci permettiamo di citare Jean-Patrick Manchette “Nel poliziesco classico (ossia il poliziesco a enigma), il delitto turba l’ordine del Diritto, che bisogna restaurare scoprendo il colpevole ed “eliminandolo” dalla scena sociale” (6).
Nel giallo il conflitto di classe è inesistente, l’ordine regna sovrano, e il delitto non è che una turbativa momentanea cui il detective porrà rimedio usando lo stesso strumento del dominio: la logica deduttiva. Detective, poliziotto, o comunque eroe che immancabilmente si erge a modello e ricalca la figura del Tipo Ideale.
Ovvero si parte da un fattore, generalmente umano e spiegabile con motivazioni antropologiche e mai sociali, che perturba l’ordine costituito, le cose si mettono generalmente male, ma sul più bello arriva il nostro, o la cavalleria, o Dio sotto forma di destino, che risolvono il mistero, castigano il colpevole e ristabiliscono l’ordine primigenio. Restaurazione e/o conservazione dell’ordine, appunto, nessuna analisi se l’ordine in questione sia lecito e plausibile, nessuna analisi del contesto, i cattivi sono cattivi per fattori puramente antropologici, i buoni sono buoni, punto e basta.
Amen.

Nel noir invece, pur essendoci criminali ed investigatori, gli elementi indiziari sono meno importanti, la parte centrale non viene rivestita dall’indagine, ma dai personaggi e dalla loro psicologia, spesso deviata, dalle cause e dal contesto sociale nel quale i fatti narrati si sviluppano ed hanno luogo. Quasi tutti i protagonisti, anche quando sono dalla parte di colui che tenta di risolvere l’enigma, violano le stesse regole che dovrebbero invece far rispettare; in alcuni casi sono addirittura i colpevoli medesimi dei crimini narrati. Esiste sì l’indagine, ma non è il vero motore dell’azione, è solo un pretesto funzionale alla narrazione.
Esso non mostra un ordine alternativo all’esistente, non difende una verità contro un falso. Non fa altro che mostrare l’intera società con le sue storture, falsità ed ipocrisie. I suoi protagonisti non sono mai Tipi Ideali, tutt’altro. Le cause del male sono sempre sociali e, quasi mai, antropologiche (come avviene nella realtà). Il noir, possiamo dirlo, non è drammatico: è tragico. Nessun Dio, sia esso il dio della logica o il dio-in-terra dell’ordine costituito, scende dai suoi cieli proprio sul più bello per allungare la mano e salvare l’eroe in procinto di annegare.
Insomma, dove il giallo è semplificazione letteraria dell’animo umano (con buoni e cattivi severamente separati), nel noir si insinua il dubbio, è presente una fascia grigia che avvolge i personaggi e le loro azioni. L’autore approfitta della vicenda che narra per mettere i piedi nel piatto, alludere, denunciare, prendere posizione, “sporcarsi le mani” attingendo ampiamente dalle pagine di cronaca nera, od anticipando involontariamente la realtà che poi, il più delle volte, finisce per superare ampiamente la fantasia.

A volte il noir affronta a viso aperto la grande Storia, pensiamo ad Ellroy (American Tabloid, Sei pezzi da mille), o De Cataldo (Romanzo criminale, Nelle mani giuste): hanno provato a riscrivere a modo loro periodi salienti della storia dei propri paesi, tappando i buchi degli enigmi ancora esistenti con invenzioni letterarie che hanno tutto il sapore di essere più veritiere di certi libri di storia.
Il noir ama l’analisi “sociale” e la denuncia del marcio che sta dietro alle storture cui siamo spesso spettatori passivi, questa è la funzione fondamentale di un tipo di letteratura che passi pure sotto la classificazione che si vuole, o addirittura sotto alcuna classificazione come propone WM1, ma comunque una letteratura che non abbassa la guardia, non si sente in pace, ne tanto meno “arrivata” ma continua ad assolvere la sua funzione “sociale”, tanto più in un paese come l’Italia che, oggi più che mai, è colta dal pericoloso raptus di voltare la faccia di fronte al marcio, all’illegalità, agli scheletri negli armadi ed alla povere sotto i tappeti
Se ricordo bene, Salman Rushdie, ha scritto “la narrativa dice la verità in un’epoca in cui le persone cui è demandato di dirla inventano storie. I politici, i media, coloro che creano le opinioni inventano storie. Allora è dovere dello scrittore di finzioni cominciare a dire la verità”.
Niente di più vero.

Oltre all’elemento di contenuti, “sociali” o “politici”, del noir vi è anche un’altra caratteristica, stilistica, che lo differenzia marcatamente, in modo quasi teatrale dagli altri “polizieschi”.
Uno stile spesso asciutto, immediato, diretto, spesso violento, a volte sincopato.
Ad esempio un elemento (più marcato nel noir dell’ultimo ventennio), è l’uso massiccio della paratassi. La paratassi opera, a livello formale, allo stesso modo della narrazione romanzesca: costringe il lettore a riempire quei vuoti lasciati dalla scrittura, sia nel contenuto che nell’espressione. Quindi mette al lavoro, di nuovo, la capacità linguistica così che la facoltà di giudizio del lettore, in teoria già accesa dai contenuti, subisca un nuovo stimolo.
Il noir, insomma, ha la potenzialità di far pensare.

Provocatoriamente, potremmo concludere dicendo che la nascita del NIE ha sì decretato la sacrosanta sepoltura dei generi.
Ma non del noir.
Perché esso, il noir, non è un genere.
È un colore, uno stato d’animo, una sensazione.
È il rumore che proviene dallo stomaco di chi, di fronte all’ingiustizia, non si rassegna, non volta la faccia, non abbassa la testa, ma reagisce.
E se per reagire sceglie la strada della scrittura, il risultato potrà essere un’inchiesta giornalistica, una canzone rock, o un romanzo noir.
E se ciò che questo individuo ha scritto avrà colto nel segno, allora il Potere cercherà di classificarlo, blandirlo, normalizzarlo, renderlo innocuo.
E se se non sarà possibile normalizzarlo allora il Potere lo dichiarerà sovversivo e pericoloso e cercherà di screditarlo.
E se non sarà possibile né normalizzarlo, né screditarlo, allora il Potere cercherà di eliminarlo.
Il noir.
Il colore della storia da quando l’uomo ha cominciato la sua instancabile opera predatoria.

JP Rossano
 

Note:
(1)
  Wu Ming 1 “New talian Epic 2.0” pag. 29
(2) Op. cit. pag. 2
(3) Op. cit. pag. 29
(4) Op. cit. nota XI Termidoro pag. 12
(5) La pigra macchina del noir. Considerazioni sul genere dopo la sua morte annunciata
Carmilla (http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001916.html#001916)
(6) Jean-Patrick Manchette, “Le ombre inquiete. Il giallo, il nero e gli altri colori del mistero” Cargo, 2006.

4.11.2008 | Categoria: Segnalazioni

“Torino” un racconto di JP Rossano per United We Stand

 torino-libera.jpg“Nuovo contenuto speciale, questo lunedì. Nuovo racconto d’autore, vergato dalla sapiente penna di JP Rossano, nella sezione liberazione della pagina collateral, dal titolo, appunto, Torino. Vi aspettano scene da action movie e colpi di scena a ripetizione, fino ad un graffiante ending a sorpresa.
Non vi dico niente di più, godetevi il racconto ……………………”

Con queste belle parole, sul sito dedicato alla graphic novel United We Stand, di cui abbiamo già parlato, l’amico Simone Sarasso (che ovviamente ringrazio), introduce il racconto che ho avuto la fortuna e l’onore di poter scrivere e che è appunto ospitato nella sezione Collateral del sito di UWS.

Non ve lo perdete mi raccomando, potete scaricare il pdf a questo link, aspetto i vostri commenti.

Tenete botta

JP

22.10.2008 | Categoria: Blog

Una firma per Saviano

Roberto Saviano, l’autore di ”Gomorra”, è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro. E’ minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese. Uno scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere e di tacere.
Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra.
Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. E’ un problema di democrazia perchè è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa nel 2008.

Sei premi Nobel hanno firmato un appello per Saviano, perche’ lo stato faccia ogni sforzo per proteggerlo lottando contro la camorra: Dario Fo, Mikhail Gorbaciov, Gunter Grass, Rita Levi Montalcini, Orhan Pamuk e Desmond Tutu. Da quel momento migliaia di persone, scrittori, intellettuali, politici, giornalisti, semplici cittadini hanno sottoscritto l’appello.

La mia firma è stata la numero 167.157, puoi aggiungere ancha la tua, se vuoi, basta andare sul sito di Repubblica

27.09.2008 | Categoria: Rassegna stampa, Blog

NEW ITALIAN EPIC 2.0 (NIE)

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E’ on line la versione 2.0 di New Italian Epic (dedicata a David Foster Wallace), il memorandum con cui Wu Ming 1 ha individuato un ipotetico centro di gravità (o nebulosa se si vuole esagerare coi termini di tipo astrofisico), attorno al quale ruotano testi narrativi italiani dal 1993 a oggi. Un saggio, di cui già avevamo comunicato l’uscita della prima versione, che ha fatto molto discutere sui media ed in Rete.
Dal NIE è nato un dibattito che ancora non accenna a spegnersi, anzi, si ravviva ad ogni bava di vento, è stato commentato, letto a fondo o letto in fretta, celebrato o liquidato, osannato o crocifisso. D’altronde, come scrive il suo stesso autore:
“era prevedibile che incontrasse ostilità e reazioni sopra le righe: ci mangia un intero establishment sul tenere divise o unite con lo sputo cose e idee: cattedre tenute da baroni influenzano redazioni che s’impastano con organizzazioni di festivals & kermesses con patrocinii di province e regioni che finanziano potentati che carburano a precariati etc.”
Ma che piaccia o no, che incontri simpatia o critiche feroci, il NIE esiste, forse confusamente, ma c’è e si trasforma in continuazione, immagina, propone, racconta.
Per dirla sempre con le parole del suo autore:
“Accade in Italia, non a caso. Paese delle mille emergenze, poco interessato al futuro, già oltre l’orlo di catastrofi indiscusse (nel senso che non se discute). Paese campione di polvere sotto il tappeto e liquami alle caviglie, Bengodi degli Stakeholder descritti da Saviano.”
Un paese, si permette di aggiungere il sottoscritto, in cui sta soffiando, pericolosissimo, un vento cominciato come una brezzolina anni fa e che nel tempo, tanti, troppi, hanno contribuito a rafforzare e pochi, troppo pochi, hanno vanamente cercato di smorzare. Un vento che, avanti di questo passo, diventerà bufera, perché a seminare vento, non si può fare altro che raccogliere tempesta.

JP

4.07.2008 | Categoria: Rassegna stampa

NEW ITALIAN EPIC

“La letteratura non deve, non deve mai, non deve mai credersi in pace”

Se si possedesse un po’ di presunzione ed una notevole dose di ardimento, con queste parole, scritte dall’autore nell’ultima pagina del saggio, si potrebbe condensare l’interessante “New Italian Epic”, un saggio di Wu Ming 1 disponibile da qualche tempo in rete e che Vi invito a leggere.

Premesso che le tesi sostenute nel saggio, oltre che interessanti, sono ampiamente condivisibili, è utile sottolineare come l’autore dimostri la convergenza di parecchi scrittori italiani in un’unica, vasta, nebulosa letteraria, alla quale assegna il nome di “New Italian Epic” e come le esperienze letterarie al suo interno svarino dal romanzo, al saggio, agli “oggetti narrativi non identificati”.

WM1 sostiene, a mio avviso con ragione, che questo tipo di esperienza è figlia del nuovo ordine mondiale, di riflesso venutosi a creare con la caduta del muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e nel nostro paese, il dissolversi del fattore “K” che aveva, di fatto, bloccato la politica italiana dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad allora.

Di alcuni degli autori e delle opere citate da WM1 nel suo saggio abbiamo parlato su questo sito (De Cataldo, Genna, Saviano, Sarasso), così come di una nuova generazione di italici scrittori, sia chiaro senza la complessità e lo spessore del saggio di WM1, (cfr. “Umberto Eco ed il giallo”).

Ma ora stop con le citazioni auto-referenziali ed andate a leggervi “New Italian Epic”, poi semmai, ne riparliamo.

 

3.07.2008 | Categoria: Blog

ADDIO A MARIO RIGONI STERN

Un rotolo di fogli dentro uno zaino al fianco di un giaciglio, all’interno di un lager tedesco in Masuria. In questo modo è cominciata la stesura de “Il sergente nella neve”, nel quale si racconta la storia del suo autore e al tempo medesimo, quella di un’intera armata, l’ARMIR, mandata a combattere e morire, senza equipaggiamento, a 40 gradi sotto zero sul fronte del Don.
Il proprietario dell’involto è il sergente maggiore Mario Rigoni Stern, che in questo libro ci racconta, senza retorica e con misurato orgoglio, di come sia scampato alla tragica ritirata di Russia dell’esercito italiano tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, e come un gruppo di soldati, ormai allo sbando, sia riuscito a sfondare, armato del coraggio dettato della disperazione, l’accerchiamento sovietico. Ma “Il sergente nella neve” è anche il ricordo di tutti i compagni che non c’è l’hanno fatta, di coloro che egli ha visto cadere al suo fianco nella neve, uccisi dai combattimenti, ma anche e soprattutto, dai colpi dell’inverno russo.
Sopravvissuto alla guerra ed alla deportazione nazista, Mario Rigoni Stern seppe raccontare le memorie di quelle tragiche esperienze nei suoi libri, assieme all’amore per la natura e la montagna, che furono il suo secondo filone di ispirazione letteraria.
Ho letto per la prima volta “Il sergente nella neve” da ragazzino, ai tempi delle scuole medie, e riletto un altro paio di volte da adulto, sempre con la medesima emozione.
Da qualche giorno il suo autore non c’è più, ci ha lasciati ed ora sarà a raccogliere stelle alpine sulle montagne di un posto bellissimo, ove vanno a riposare gli uomini giusti, quando lasciano questo tristo mondo.
Con lui se n’è andato un altro testimone della storia del Novecento, una memoria che, in questi tempi oscuri di strisciante e pericoloso revisionismo, dovremmo fare di tutto per non perdere e che libri come “Il sergente nella neve” ci possono aiutare a raccontare alle generazioni future.

Addio sergent magiur

24.06.2008 | Categoria: Rassegna stampa

Inizia la collaborazione col sito Europolar

Gentili amici, comincia con una recensione di “Confine di Stato“, libro di cui abbiamo già avuto modo di parlare, la collaborazione col sito Europolar.

Nel darvene l’annuncio, con un po’ di orgoglio, colgo l’occasione per ringraziare sentitamente la professoressa Giuseppina La Ciura, che mi ha concesso l’opportunità di questa collaborazione che mi auguro essere lunga e fruttifera.

Europolar è un luogo di scambio, di incontri e di discussioni sul romanzo Noir. Un sito multilingue destinato agli amanti del Giallo europeo, che copre l’attualità di questo genere letterario principalmente in Germania, Belgio, Spagna, Francia ,Gran Bretagna ed Italia e si propone di mettere in luce il lavoro degli scrittori europei allargando i temi trattati, grazie a dibatti e discussioni, ai grandi problemi della società attuale.

Lo sguardo di Europolar vuole essere multiculturale e la sua redazione, divisa fra sei paesi europei, fornisce ai lettori informazioni sugli eventi e pubblicazioni di polizieschi nei loro rispettivi paesi. Il lavoro dei traduttori permette ai lettori di superare le barriere linguistiche e di accedere alla maggioranza degli articoli in cinque lingue.

Europolar vuole contribuire allo sviluppo di un’Europa culturale, sociale, tollerante e solidale, lanciare dei dibattiti tra autori, scienziati ed appassionati su dei temi letterari, politici e sociali in rapporto al romanzo noir e rafforzare la corrente critica del polar  contro le produzioni (di massa) che trattano il crimine in maniera antropologica e non sociale.

18.03.2008 | Categoria: Blog

HITLER di Giuseppe Genna – Il Male e il dovere della Memoria

A proposito dell’esistenza del Male e della necessità di trovare il coraggio per raccontarlo, abbiamo già scritto (Il noir, il male ed il potere).
Del libro di Jonathan Littell “Le Benevole”, storia turpe di un impunito nazista, un romanzo bello seppur a tratti difficile da leggere, anche.
A questo punto era quasi fatale tanto che mi avventurassi nella lettura di “Hitler” di Giuseppe Genna, quanto che tediassi i visitatori del sito con le mie riflessioni in merito.
Qui scatta, doverosa, una precisazione. Il Genna Giuseppe, JP Rossano, non lo conosce, non gli deve dei favori, non è intenzionato a chiederne e, prima di Hitler, non aveva neppure letto nessuna delle sue opere. Questo va detto subito, tanto per sgomberare il campo da possibili dubbi di partigianeria, se non di convenienza.
Hitler” di Giuseppe Genna, dunque. Lettura suggerita dal mio amico Simone Sarasso, mentre si stava discutendo del libro di Littell e di quanto avesse scritto il sottoscritto in proposito.
Confesso, mi sono accostato alla lettura di questo romanzo con cautela e non poco prevenuto sospetto.
Molto si è scritto su Adolf Hitler, sempre però in forma di saggistica. Se si esclude, forse, “La parte dell’altro di Schmitt, questa è la prima volta che un autore affronta la sfida: Adolf Hitler quale protagonista di un’opera narrativa.
Il risultato: eccezionale ed agghiacciante al tempo stesso. “Hitler” è la sintesi del Male umano.
Basato su precise ricerche storiche, il romanzo di Genna, dipinge un quadro tanto cupo, quanto tristemente realista del suo deprecabile protagonista.
E lo fa emettendo una condanna senza appello. Esatto: l’autore non si colloca fuori dalla storia, vi si getta dentro, trascinando con se l’attonito lettore.
Hitler” è l’impietosa narrazione di come un idiota, tanto patetico quanto maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa essere assurto al sanguinario ruolo che ha avuto nella storia del ‘900.
Nessuna mitizzazione, nessuna assoluzione, nessuna redenzione, come è giusto che sia.
Infanzia devastata, adolescenza demente, turbe sessuali, miseria, fallimenti personali, dura esperienza nelle trincee della I Guerra Mondiale: nulla di tutto ciò può spiegare l’inspiegabile. Se l’Aue del romanzo di Littell è, pur nel suo abominio, un giovane brillante, dotato di buona cultura e figlio di ottime letture; l’Hitler di Genna è un “cretino” sin dalle prime pagine e resterà un cretino per tutto il romanzo, fino all’abisso conclusivo nel Bunker di Berlino.
Mentitore, vile, schizoide, tuttavia dotato di una logorrea trascinante. Imbevuto di una anti cultura, appresa dai peggiori libelli nazionalisti e dalle riviste di antisemitismo dozzinale che circolavano nella Germania di Weimar, Hitler parla, per tutta la durata del romanzo, della sola cosa di cui possa parlare una simile non persona. Del vuoto, del nulla, del niente.
Egli è un untore del nulla, catalizza nella sua non persona tutto il vuoto che lo circonda, lo amplifica e lo sparge come un virus.
Il nazismo si diffonde come un tumore nel corpo malato della Germania della repubblica di Weimar, coagulando attorno a Hitler altri tumori, non persone, Hitler potenziali, dementi meno carismatici, ma altrettanto grotteschi: Goering, Röhm, Goebbels, Hess, Himmler, Bormann.
È un’inarrestabile ascesa: il putsch della birreria, la presa del potere, l’incendio del Reichstag, la “Notte dei Lunghi Coltelli”, il rogo dei libri, i pogrom anti-ebrei. L’autore non ci risparmia nulla e dipinge l’angosciante sensazione che, nel clima dell’Europa del tempo e con la colpevole inazione delle potenze mondiali, la più grande delle tragedie europee avanzi verso l’inevitabile scoppio della II Guerra Mondiale e l’Olocausto.
Odio razziale, miseria e ignoranza: il combustibile. I nazionalismi: il comburente. Hitler e la sua cricca di psicopatici: la scintilla esplosiva.
La narrazione procede sino a che l’orrore raggiunge il suo apice. Lo sterminio degli ebrei, gli Einsatzkommando, i bombardamenti sull’Inghilterra, l’attacco all’Unione Sovietica, la tragedia della VI armata a Stalingrado, i campi di concentramento, le V2, il progressivo collasso del Terzo Reich, sino al delirio degli ultimi giorni in una Berlino da girone dantesco.
Poiché dal punto di vista della trama Genna non inventa nulla, ne modifica, ma riporta fedelmente la storia, ciò che colpisce di più del romanzo è lo stile. Esplosivo, la scrittura descrive il delirio trasmettendo la febbre.
La narrazione è marmorea, asciutta sino all’estremo, delinea la scena in modo succinto, mai eccessivo, non si abbandona a fronzoli da fighetti, non concede nulla alla prosa raffinata.
Ogni frase è un colpo di maglio, persino quando è composta di un’unica parola.
Anzi più la frase è secca, concisa, più il suo effetto sulla narrazione e sul lettore è agghiacciante.
Lo stile giusto per descrivere il Male e, soprattutto, per il messaggio più importante del romanzo: un appello privo di compromessi sulla necessità della memoria. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.
Hitler” è, assolutamente, un libro da leggere.
Appare ridicola, se non addirittura offensiva, l’accusa mossa ai romanzi di Littell e Genna, da quel signore che scrive sull’Avvenire  “… libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male …”. La pornografia del Male sono le trasmissioni fiume intorno alle villette di Cogne e di Garlasco, i plastici delle scene del delitto esposti nei salotti buoni della televisione, le code per assistere al processo per i fatti di Erba, non dei romanzi di spessore letterario e rigore storico che contribuiscono ad uno dei nostri doveri principali: non dimenticare ciò che è accaduto perché non possa più accadere. Affermare, come ha scritto il medesimo signore, che “…il Male assoluto respinge ogni argomento in contrario, anzi lo trasforma addirittura in un evento positivo…” equivale a firmare una resa incondizionata. Non possiamo raccontarlo, altrimenti egli, il male, rigira a suo favore i nostri argomenti. Tanto varrebbe tacere, allora, lasciare che l’oblio abbia il sopravvento, così che i figli possano tranquillamente ripetere gli errori dei padri, senza che nessun memento possa trattenerli.
D’altronde non potremmo pretendere molto da chi sostiene che “La metafisica del Male è materia teologica. Non fa per lo scrittore…” se così fosse Dante avrebbe dovuto limitarsi al Purgatorio ed al Paradiso, privandoci di quel capolavoro che è l’Inferno, la qual cosa si commenta da sé.

PS 19-03-08, abbiamo l’onore di vedere questo post, pubblicato sul sito di Giuseppe Genna, con tanto di commenti da parte dell’Autore, che Vi invito a leggere.

 

18.02.2008 | Categoria: Blog

“Le Benevole”

Fratelli umani lasciate che vi racconti com’è andata……. Vi riguarda vedrete che vi riguarda.”
In queste parole che l’autore, Jonathan Littell, mette in bocca al protagonista del libro, l’io narrante Maximilian Aue, è rinchiusa buona parte dell’inquietudine che anima questo romanzo.
È inutile nasconderlo, Le Benevole non è un libro facile da leggere.
Per parecchi motivi.
Per i temi trattati, il nazismo, lo sterminio degli ebrei, gli orrori della II guerra mondiale sul fronte orientale.
Perché molte sono pagine brutte, perché è la morte violenta a essere brutta.
Perché è un romanzo impervio, con centinaia di nomi e cognomi, città, paesi, date difficili da tenere a mente. L’iperrealismo è tale che sembrano davvero le memorie di un ex-criminale di guerra. Protagonista a parte, i personaggi ed fatti di cui si narra sono reali, più che un romanzo storico, sembra un libro di storia, con una precisione ed un dettaglio da farlo risultare, a tratti, lento ed ostico da seguire. Al sottoscritto è parso di essere nuovamente tra le pagine di ottimi libri di storia come “Guerra in Russia” di Overy, o “Stalingrado” e “Berlino 1945” di Beevor.
Soprattutto, non è un libro facile da leggere, perché presenta i fatti con gli occhi di uno dei carnefici, che accompagna il lettore all’inferno ed è un libro che ti penetra dentro e non ti abbandona facilmente. Non è soltanto morboso, rappresenta crudamente un’oscena mescolanza tra gusto macabro, finta purezza ideologica, stanchezza, vomitevole schifo, progressivo stato di indifferenza a quello che accade, caos burocratico di un stato marcio, in equilibrio tra ordine maniacale e disordine frenetico, l’efficienza paurosa dell’ottusità, intrecciando una storia costellata da burocrati convinti di eseguire solo degli ordini, ma anche da sadici che torturano le loro vittime per provare piacere.
Intitolati con i nomi dei vari balli, Toccata, Sarabanda, Minuetto, proprio come in una danza macabra e cinica, i capitoli del libro seguono la cronologia dei ricordi di Maximilian Aue, all’epoca dello scoppio della II guerra mondiale un giovane intellettuale dalle buone, anzi ottime, letture, ma anche un personaggio estremamente complesso. Omosessuale, arruolato per convenienza nelle SS, innamorato della sorella gemella, con un odio profondamente radicato per la madre che accusa di avere dimenticato la memoria del padre, misteriosamente comparso, risposatasi in seconde nozze con un ricco francese.
Egli giudica le perversioni degli altri, ma non trascura le sue, non nasconde assolutamente niente delle sue pulsioni più segrete, si addentra nell’inferno del nazismo e degli orrori del fronte orientale, prima attonito e sconvolto, poi sempre più anestetizzato dall’abitudine, fino a che non si trova bloccato nel Kessel, la sacca di Stalingrado, dove la blitzkrieg delle armate del Führer si trasforma nella rattenkrieg e cambiano le sorti della guerra.
Le giornate di Stalingrado rappresentano una svolta, un “vuoto”, nel romanzo e nella vita del protagonista. Vuoto che si riempie di follia, non più burocratica, sistematica e organizzata, ma selvaggia. L’accerchiamento sovietico e la ferita che riporta alla testa scavano un solco nel tempo e nella psiche devastata di Aue, producono visioni e fantasticherie, diminuiscono cifre, date e acronimi, tutto è bianco e non si sentono rumori.
E’ a questo punto che l’onda s’incurva e volge indietro, con violenza moltiplicata.
Rischiando pericolosamente di identificarsi con il protagonista, trappola astutamente posta in atto dall’autore con l’uso dell’io narrante, il lettore si ritrova testimone attonito del tracimare di un fiume, goccia dopo goccia, dati, episodi, conversazioni, ricordi, incubi, stragi, violenza, ne aumentano il volume. Finché il fiume non esonda ed il protagonista tocca il livello massimo della sua bassezza e trova una fortunosa ed immeritata via di fuga da una Berlino in fiamme, come fosse protetto dalle Benevole, le mitologiche Eumenidi, (contrapposte alle Erinni le divinità della vendetta) che proteggono Oreste dalla furia degli dei nonostante il matricidio di Clitennestra.
La tracimazione di questo fiume, che equivale a leggere Le Benevole, obbliga il lettore a porsi molte domande.
Perché Aue, nonostante il disgusto, i conati di vomito, la diarrea psicosomatica che lo perseguita per quasi mezzo libro, fa quello che fa? Come ha potuto un’intera nazione lasciare che questo accadesse? Voltare la testa dall’altra parte, fare finta di nulla, se non addirittura farsi partecipe diretta dell’Olocausto? Come ha potuto tutto il resto del mondo non comprendere prima ciò che stava accadendo?
Ma sopratutto, domanda ancora più terribile, cosa avrebbe fatto lui, il lettore, se il destino lo avesse posto in questa bufera dalla parte dei carnefici? Si sarebbe ribellato, a rischio di finire tra le vittime? L’istinto di sopravvivenza avrebbe prevalso ed avrebbe fatto finta di non vedere? Sarebbe stato tra gli indifferenti e ottusi esecutori, o peggio tra i sadici entusiasti?
Sono domande difficili, dalle quali è più facili fuggire che rispondere, per dirla tutta, si rischia di finire la lettura più stronzi di quando la si è iniziata.
Insomma “Le Benevole” non è un libro facile da leggere, ma è un romanzo importante, non si può ignorare, va letto e affrontato.
La II guerra mondiale è l’evento storico più raccontato e rappresentato di tutti i tempi. I suoi strascichi hanno condizionato tutta la storia del 900 e, a distanza di oltre 60 anni, ancora condizionano la storia contemporanea.
Il colossale mistero di come un insignificante nullità umana quale fu Adolf Hitler, sia riuscito a segnare così profondamente la Storia resta e la sua lugubre figura ci tiene compagnia continuando a sbucare come monito perenne. Basta leggere la Storia recente, qualunque sterminio e genocidio è valutato in confronto alla Shoah, qualunque nemico, viene paragonato all’ex caporale austriaco.

13.02.2008 | Categoria: Blog

Israele ospite della Fiera del Libro di Torino 2008

Amici e lettori, su Nazione Indiana c’è un appello di Raul Montanari (apartitico, e politico nell’accezione più alta del termine), di solidarietà nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, maltrattati da settimane per aver deciso di ospitare Israele alla prossimo Salone.
Decine di intellettuali, scrittori e semplici websurfer, lo hanno firmato e tra essi il sottoscritto.
Se concordate con l’appello e ne avete voglia, firmate anche voi.
Oppure non firmatelo, ma riflettete perchè, a mio avviso, resta il fatto che, seppur lecite, opinioni critiche nei confronti dell’attuale governo israeliano, dovrebbero coesistere con il rispetto per gli scrittori di quel paese.
Boicottare la Fiera del Libro, sarebbe un colossale autogol, perché se esiste una voce davvero critica che viene dal cuore di Israele, una critica alla sua politica, questa viene proprio da quegli scrittori che si vorrebbero boicottare. Sarebbe come dimenticare (errore in cui sovente si incappa) che la critica ad una certa politica degli Stati Uniti viene proprio da molti di quegli intellettuali americani che sono stati dei maestri. Se volete trovare delle motivazioni valide e ben esposte, per cui vale la pena di sottoscrivere l’appello, potete leggere quelle di Gianni Biondillo sempre su Nazione Indiana, parole le sue, che sottoscrivo completamente.

10.01.2008 | Categoria: Segnalazioni

Arriva United We Stand

Signore e signori, siamo felici di comunicarVi che da lunedì 7 gennaio 2008 è online il sito www.unitedwestand.it, la prima graphic-net novel italiana, si tratta di un romanzo a fumetti, scritto da Simone Sarasso e disegnato da Daniele Rudoni.

 UNITED WE STAND uscirà a puntate su lulu.com. Sei volumi, in vendita da gennaio a dicembre, esclusivamente in rete che raccontano una storia di sangue e onore, tradimento e vendetta, amore e rivalsa.

Oltre al trailer non possiamo svelarvi nulla di più, ovviamente, ma occhio gente perché la storia non finisce sulla pagina. A partire da lunedì 7 gennaio, per tutto il 2008, ogni settimana saranno pubblicati sul sito contenuti speciali, tra i quali COLLATERAL, dove, questo possiamo anticiparlo sin d’ora, ci sarà sicuramente anche un’incursione corsara del sottoscritto.

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Tenete botta

JP

8.01.2008 | Categoria: Blog

IL NOIR, IL MALE ED IL POTERE

IL NOIR, IL MALE ED IL POTERE
(Da dove arriva, ma soprattutto dove sta andando il noir italiano ?)

 Il nostro ragionamento parte dalle considerazioni del “Maestro” Giancarlo De Cataldo (semplicemente GDC nel prosieguo), nel suo intervento al Courmayeur Noir in festival, poi riproposto dalle pagine on line di Border Fiction.
Ora, premesso che quanto affermato dall’autore de Romanzo Criminale e Nelle mani giuste è per ampi tratti ampiamente condivisibile, tuttavia il suo intervento ci offre degli spunti che permettono sia di proporre alcuni rispettosi distinguo, sia di approfondire dei temi. Tra gli elementi tipici del noir, GDC evidenzia “l’ossessivo interrogarsi sulla presenza del Male”. Ovviamente sottoscrivo, ma non solo, ci sarebbe da dire di più.
Per un “genere”, ovvero per una famiglia di generi, che si rifà ad un evidente realismo, non sarebbe possibile non porsi tale interrogativo. Indipendentemente che si abbiano riferimenti religiosi o meno, chiunque disponga di una lucida capacità di osservazione della cronaca di tutti i giorni e conosca anche solo un poco la storia dell’umanità, non potrà non riconoscere la costante presenza del Male, non importa il nome che gli si voglia dare. Il Male c’è, esiste, è ben presente e si sforza continuamente di trovare un posto nella storia degli individui, come in quella della società.
Per ragioni che sfuggono a noi comuni mortali, gli è preclusa la possibilità di agire in prima persona ed allora è costretto trovare degli strumenti tramite i quali tentare di imporre le sue oscure trame. Il Male è scaltro, sa meglio di chiunque altro agire per interposta persona e gli esseri umani, la loro meschinità, l’odio, l’invidia, la sete di ricchezza e di potere, sono spesso gli strumenti che predilige.
È nella coraggiosa capacità di provare a scavare, sino ad infangarsi negli oscuri rapporti tra il Male e l’animo umano e tra il Male ed il Potere, che il Noir, a nostro avviso, può dare il meglio di sé e raggiungere i suoi livelli più alti. Questo è il punto centrale, il nocciolo, la polpa. Il resto: l’incerto confine fra legge e trasgressione, gli antieroi problematici e romantici, le dark lady, sono solo contorno, spesso di maniera.
In merito ad altre affermazioni di GDC si potrebbero fare delle osservazioni.
Se è pur vero, come in effetti è, che il Noir che GDC definisce “classico”, quelli dei Chandler e degli Hammett per intenderci, si è sviluppato negli States tra gli anni ‘30 e ’60; è altrettanto vero che i germogli ed i prodromi del Noir, pur secondo gli stili dell’epoca, affondano nella notte dei tempi.
Del Noir hanno il sapore alcune tragedie greche, Noir sono molti personaggi della letteratura sheakespiriana (Riccardo III, Machbet, Amleto), Noir è il Manzoniano “La sciagurata rispose”, Noir la relazione tra lo Sherlock Holmes di Sir Conan Doyle e la morfina, Noir il rapporto morboso tra il capitano Achab e Moby Dick in Melville, Noir, del più nero che esista, è il Kurtz de Cuore di Tenebra di Conrad.
Dunque il nostro amato Noir esisteva già ben prima del suo perido “classico” a stelle e strisce che forse deve la sua, per altro merita, celebrità alla contemporanea ascesa del fenomeno “cinematografo” che, attingendo a piene mani dalla letteratura noir, ha decretato la fortuna di entrambi.
Di certo GDC ha ragione quando afferma che la fine del noir classico negli anni 60 sia stata produttrice di grandi effetti ed abbia permesso la nascita e lo sviluppo di altri prolifici filoni Noir sino a quelli contemporanei, compreso il Noir italico dei giorni nostri. Così come ha ragione a ritenere positivi i fenomeni di ibridizzazione e di meticciamento che e ne sono seguiti. Ed ancora di più ha ragione a ritenere che sarebbe un grave errore, per gli autori di oggi, richiudersi dentro gli steccati di una presunta superiorità, senza accettare altri benefici inquinamenti. Insomma il noir è vivo e lotta insieme a noi.
Poi l’affermazione che occorre “sottrarre il noir italiano al suo peggior nemico: se stesso (incluso: l’ego degli scrittori) è addirittura sacrosanta. In qualunque campo si operi, uno dei pericoli maggiori del successo è quello di confonderlo con un punto di arrivo, dove arroccarsi e difendere la posizione, senza comprendere che, in realtà, si tratta solo di un punto di passaggio, dal quale ripartire per evolvere ulteriormente. E abbiamo la sensazione che tra i rappresentanti del genere che sono “arrivati”, come si suol dire, o che tali si ritengono, l’indulgenza in questo peccato sia tutt’altro che rara.
Infine un’ultima considerazione. GDC rivendica al Noir italico il merito, non trascurabile, di avere imboccato  “la strada di un realismo fortemente venato di critica sociale e politica” e ci trova in piena sintonia.
Poi, però, ammette che quando si deve scrivere per la TV si debbono fare i conti con le pressioni per essere meno critici e meno “politici”. Questo è effettivamente un grave limite della televisione di oggi.
Presenta (non sempre, ma spesso) fiction edulcorate, dove la divisione tra bene e male è netta quasi rassicurante, strabocca di buoni sentimenti, ci tranquillizza con la falsa illusione che sul più bello arriva la cavalleria ed i nostri trionfano. Questo è quanto di più lontano ci possa essere da quella indagine sul Male, e sul suo rapporto con l’uomo, a cui si faceva riferimento poc’anzi. Però è la medesima TV che sulle paure irrazionali e sul senso di insicurezza, che lo stesso GDC nel suo articolo afferma che occorre vincere affrontandoli, ci sguazza, aggirandosi morbosa tra i plastici delle villette di Cogne o di Garlasco.
Qui sta un altro pericolo per il noir di casa nostra. Nel suo rapporto con il Potere.
Abbiamo detto che la peculiarità del Noir è quella di analizzare il Male, guardandolo in faccia.
Ma una delle caratteristiche del Male è proprio quella di negare la propria esistenza, o quanto meno il proprio potere nel mondo. Allora attenzione, perché volendo rincorrere ad ogni costo il successo si rischia di finire succubi del Potere, uno dei cui scopi non dichiarati è proprio quello di mettere a tacere le coscienze ed azzittire le critiche.

11.12.2007 | Categoria: Rassegna stampa, Interviste

Intervista a “Linea d’ombra” Telesubalpina

Lunedì 10 dicembre, nella trasmissione di approfondimento di Telesubalpina “Linea d’ombra”, si è parlato di sicurezza e criminalità nella società moderna.

Il fenomeno è stato presentato da più punti di vista: politico, sociale, mediatico. Per la “visone” letteraria del problema è andata in onda un’intervista a JP, nella quale si è parlato di come la letteratura di genere vede e rappresenta queste tematiche.

Per gentile concessione di Telesubalpina, che ringrazio, potete vedere qui di seguito il video dell’intervista.

Colgo l’oppurtunità per ringraziare la dottoressa Anna Gagliardi e tutto lo staff di Telesubalpina per la cortesia e la disponibilità dimostrata nei miei confronti.

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10.12.2007 | Categoria: Eventi, Presentazioni

“Autori in vista” 12 Dicembre 2007

Appuntamento da non perdere quello del 12 dicembre all’incontro di “Autori in Vista“, in programma a Torino presso il Centro di aggregazione culturale di via Cavagnolo 7.

La serata vedrà JP protagonista con due ospiti di eccezione: Fabio Mazzoni, che con JP è uno degli autori de “Tutto il nero dell’Italia” e Simone Sarasso, autore di “Confine di stato” e recente finalista al premio Scerbanenco.

Si parlerà di noir ovviamente, ma anche di micro e macro criminalità.

In allegato il comunicato-stampa-12-12.pdf ed il volantino_autori_in_vista.pdf della manifestazione.

Accorrete numerosi.

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