Qualche tempo fa, in uno dei miei vaneggiamenti su questo sito (Umberto Eco ed il giallo), scrissi che, a seguito del “Il pendolo di Foucault” si era formata una generazione di nuovi scrittori, caratterizzata da un rinnovato interesse per la Storia (vera) e dal desiderio di riempirne i vuoti ed i misteri con le storie dei singoli (inventate). Il metodo del tappabuchi, qualcuno l’ha definito.
Proprio in questa scia si vanno ad inserire due libri che ho letto recentemente e che mi sono piaciuti assai. Del primo, “Nelle mani giuste” di Giancarlo De Cataldo, ho scritto recentemente. Del secondo “Confine di stato”, di quel Simone Sarasso che mi ispirò l’articolo su Eco, ne parliamo ora. Ma non parliamo solo del libro, parliamo anche dei rapporti tra genere noir e storia, tra noir e “politically incorrect”.
“Confine di stato” racconta le vicende di un tetro personaggio, Andrea Sterling (ottima personificazione del Male), che legano, come un inquietante filo rosso, alcuni fatti realmente accaduti e mai sufficientemente chiariti della storia di questo paese (il caso Montesi, la morte di Enrico Mattei, la strage di piazza Fontana).
Un libro che vale la pena di leggere, per tanti motivi.
Innanzitutto è scritto bene ed è avvincente, e questi mi sembrano già due ottime qualità.
Poi fonde bene realtà storica e finzione narrativa e presenta una carrellata di personaggi, oltre al maligno protagonista, ben scolpiti nelle pagine del libro.
Ma soprattutto “Confine di stato” è un libro coraggioso. Già perché ci vuole un bel coraggio (un bel paio di palle, direi) per un quasi esordiente come Simone, ad affrontare uno scoglio così arduo come un romanzo che riprende fatti storici così oscuri e si azzarda a ridisegnarli secondo trame di potere, fantasiose sì, ma assolutamente plausibili.
Certo non è una novità. Altri lo hanno già fatto (De Cataldo in terra nostrana e il grande Ellroy oltre oceano, ai quali, non a caso, l’autore rende omaggio), ma qui si tratta di uno scrittore alle prime esperienze già in grado di produrre un romanzo di tutto rispetto.
Alcune parti del libro mi sono piaciute molto e mi hanno pure fatto venire il magone (la parte dedicata a Piazza Fontana ad esempio), altre mi hanno convinto un po’ meno (l’incursione a Cuba con il cameo dedicato al Pete Bondurant di ellroyana memoria), ma nel complesso il Confine è valido, tosto, roccioso, da leggere insomma.
Al sottoscritto è sicuramente piaciuto perché rispecchia una filosofia narrativa nella quale si riconosce ampiamente. Il Male esiste, è intorno a noi, a volte anche dentro di noi e spesso disegna, in compagnia del caso, parti importanti della Storia. Inutile fingere di credere ancora alle favole, meglio farlo entrare in casa il male, guardarlo in faccia, farci i conti, magari così fa meno paura.
“Confine di stato” è un noir bello e politicamente scorretto, perché fa esattamente quello che deve fare un libro di questo genere: denuncia, mette i piedi nel piatto, prendere posizione, si sporca le mani, attinge ampiamente a quelle pagine di storia che sconfinano nella cronaca nera (non a caso il titolo mi sembra azzeccatissimo e complimenti al fratello dell’autore che l’ha suggerito).
Certo non è un libro di Storia, ne pretende di raccontare verità assolute, ma fa quello che la letteratura gialla e nera ha sempre fatto: ficca il naso nelle cose che non vanno e le racconta, a modo suo, senza rigore giornalistico, ma intanto te le sbatte in faccia. Qualche esempio? Se ne potrebbero riempire delle pagine. Dagli hard boiled di Chandler e Hammett, al noir esasperato di James Ellroy (che se non l’avete ancora capito è il mio preferito), sino ai “nostri” De Cataldo, Lucarelli, Carlotto, Genna.
Non a caso ho usato il termine politicamente scorretto. Raccontare la parte oscura della società, analizzandola, criticandola, denunciando i meccanismi del potere, della corruzione, dell’intrigo e della sopraffazione.
In questo filone rientra “Confine di stato”, credo sia proprio per questo che mi è piaciuto.
Un'immagine presa a caso dalla Galleria fotografica...
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