J.P. Rossano

Il sito ufficiale dell’autore del thriller “L’ultima stoccata”

"J.P. Rossano e la Scherma"

Cosa mi piace di questo sport? Tutto.
La scherma è bella e terribile, come la vita. Perché quando sali in pedana sei solo, come in tutti i momenti cruciali della vita. Attorno può esserci un sacco di gente, ma, di fatto, sei solo. E poi, in realtà, non affronti l’avversario, affronti te stesso, te stesso e tutti i fantasmi che affollano la tua mente e la tua coscienza.
La scherma è rissa, finzione, imbrogli, machismo, mito dei gladiatori, dei galli e dei segaioli.
La scherma è rappresentazione teatrale della vita, come, al tempo medesimo, la vita è un lungo, estenuante, assalto di scherma, nel quale tutti si cimentano… …e da cui i più ne escono sconfitti.

nellemanigiuste.jpeg Non deve essere stato facile, dopo avere scritto un libro bello e potente come Romanzo Criminale, mettersi a scrivere un altro romanzo. E deve essere stato ancora più difficile mettersi a scrivere un romanzo che fosse, almeno in parte, connesso al precedente, con alcuni personaggi chiave ancora lì (Scialoja, Patrizia, il Vecchio, morto, ma ossessivamente presente), e che affronta un periodo così complesso della storia di questo paese come il passaggio post-Muro, le stragi di mafia, la stagione delle bombe e la bufera di Tangentopoli.
Un momento fondamentale, ma anche oscuro, perché ancora così vicino all’oggi.
Eppure De Cataldo, c’è riuscito in maniera veramente ottima.
Neppure deve essere stato facile scrivere un romanzo così ellroyano (Genna ha scritto giustamente che avrebbe potuto intitolarsi “Italian Tabloid”) eppure lo stesso fondamentalmente Decataldiano.
Una cosa che mi è piaciuta tantissimo è che, nel romanzo, la Storia (quella vera) c’è, ma resta sullo sfondo, scorre a fare da bellissima quinta alla narrazione della parte romanzata.
Altre cose che si apprezzano particolarmente sono la soluzione narrativa, con la storia di tanti io e l’assenza di un protagonista assoluto, bilanciata dalla presenza di tanti co-protagonisti (Scialoja, Patrizia, Stalin Rossetti, Pino Marino, Maja Donatoni) e le scelte stilistiche che, indubbiamente, richiamano in più occasioni il “maestro” Ellroy (io adoro ad esempio le paratassi con ripresa del soggetto nelle frasi che seguono, battenti e martellanti), pur rimanendo indiscutibilmente se stesso senza scadere nella brutta copia del grande romanziere d’oltre atlantico.
Infine colpisce particolarmente il senso di disgusto per “trame” e “tramette”, indegne di un contesto civile, che hanno caratterizzato la storia di questo paese nel periodo narrato, così come purtroppo in quelli precedenti e, temo, pure attuali.
Alcuni passaggi sono, per drammaticità e rappresentazione del marcio, come un pugno nello stomaco al lettore. “Nelle mani giuste” non è un puro romanzo storico, neppure un puro noir. “Nelle mani giuste” è una noir - tragico, come se “Riccardo III” di Shakespeare si potesse fondere con “Sei pezzi da mille” di Ellroy.
Affermo cose ragionevoli?
Sparo allegramente cazzate?
Non lo so, però questo è quello che mi viene spontaneamente fuori dopo avere letto il libro.
Tanto da sentire il bisogno di scriverlo, che poi tanto non lo leggerà nessuno, l’articolo, ma almeno io ho la soddisfazione di avere messo nero su bianco quello che penso.
Tutto qua.



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