J.P. Rossano

Il sito ufficiale dell’autore del thriller “L’ultima stoccata”

"J.P. Rossano e la Scherma"

Cosa mi piace di questo sport? Tutto.
La scherma è bella e terribile, come la vita. Perché quando sali in pedana sei solo, come in tutti i momenti cruciali della vita. Attorno può esserci un sacco di gente, ma, di fatto, sei solo. E poi, in realtà, non affronti l’avversario, affronti te stesso, te stesso e tutti i fantasmi che affollano la tua mente e la tua coscienza.
La scherma è rissa, finzione, imbrogli, machismo, mito dei gladiatori, dei galli e dei segaioli.
La scherma è rappresentazione teatrale della vita, come, al tempo medesimo, la vita è un lungo, estenuante, assalto di scherma, nel quale tutti si cimentano… …e da cui i più ne escono sconfitti.

Li vide spuntare dietro la collina, inquadrati dalla croce metallica della sua mitragliatrice.
Erano come tante, piccole, formiche nere, strisciavano come vermi nelle loro tute mimetiche, ma dalla sua postazione nel bunker li poteva scorgere perfettamente.
“Aspettate che siano più vicini prima di sparare, non aprite il fuoco prima del mio ordine”.
La voce del tenente era rauca, anche lui aveva paura.
La morte aleggiava sulle loro teste.
Da quando era cominciata la guerra, non avevano visto altro che morte.
Morte e terrore erano diventate le loro compagne abituali ed anche gli ufficiali, all’inizio così sicuri di sé, avevano smesso da tempo di nascondere la propria paura.
Il servente inserì la cartucciera nella mitragliatrice e gli batté un colpetto sulla spalla.
Faceva sempre così per dire che era pronto.
Il mitragliere si passò la lingua sulle labbra secche, come a lavare via, inutilmente, la propria paura.
Appoggiò la spalla all’arma, strinse forte l’impugnatura con le mani sudate e riprese a fissare attraverso il mirino.
Si stavano avvicinando, diventavano sempre più grossi, erano sempre di più, una marea nera e brulicante.
“Fuoco”, l’ordine arrivò secco, tagliando l’aria ferma come una lama nel burro.
Quando sparò la prima raffica, ed i puntini neri dentro al mirino cominciarono a cadere come mosche, il mitragliere pensò a come fosse cominciata quella sporca guerra.

*****

Erano arrivati anni prima, apparentemente pacifici, con le facce tristi ed i loro modi docili.
Venivano da un pianeta lontano.
Lontano, malato e morente.
Cercavano un’altra patria, un’altra opportunità per ricominciare da capo.
Erano stati accolti con la benevolenza che si dimostra verso un fratello sfortunato.
Aiutati, sfamati, gli erano state case dove abitare, lavori da svolgere.
All’inizio tutto era andato bene, poi, lentamente, la verità era emersa, ma la maggior parte degli abitanti del pianeta, avevano gli occhi bendati dalle loro usanze pacifiche, dalla loro abituale ospitalità, dalla loro religione misericordiosa e caritatevole.
E non erano stati capaci a vederla, la verità.
La verità era che il pianeta originario di “quelli” non si era ammalato e morto per sfortuna.
Lo avevano ucciso “loro”.
Loro e le loro maledette guerre, il loro dannato amore per il denaro ed il potere, la loro schifosa capacità di sporcare, inquinare e distruggere tutto.
Dopo i primi periodi di apparente, pacifica, laboriosità, “gli ospiti” avevano iniziato a manifestare la propria indole reale: aggressiva, falsa, velenosa.
Avevano cominciato a riprodursi in modo eccessivo, a pretendere diritti e libertà sempre maggiori, a volere occupare i posti di potere, ad imporre i propri usi, le proprie barbare opinioni, le loro religioni intolleranti e violente.
Alla fine nessuna mediazione era stata possibile, la sola via era stata la guerra.
Una guerra che da secoli non scoppiava sul pianeta.
Il loro mondo era piombato indietro nella storia di colpo.
Erano tornate le ere buie, era ricomparso il male, contornato dai suoi maledetti servi: guerra, morte, violenza, fame, carestia, saccheggi.
Il mitragliere aveva visto i suoi compagni cadere uno dopo l’altro, aveva visto morire tanti soldati, ed ufficiali.
Soprattutto aveva visto morire tanti, troppi, civili: donne, vecchi, bambini; colpevoli solo di essere deboli ed indifesi e di appartenere alla razza sbagliata.
Aveva perso ogni speranza, ogni fede, ogni barlume di raziocinio.
Era stato un artista prima della guerra, il mitragliere, abituato a dispensare romanzi e poesie di amore.
Ora era diventato un automa che, con la sua arma, dispensava la morte, la dispensava per non morire lui stesso.

*****

Il tenente fu il primo a morire.
Cadde all’indietro senza un lamento, la faccia trasformata in un orrendo impasto di sangue ed ossa maciullate.
L’arma continuava a sparare, il nemico continuava a cadere ed a morire, ma più formiche cadevano, più altre formiche sbucavano da ogni parte.
Poi fu la volta del suo servente.
Si accasciò con un “ouff” strano, quasi buffo, se non fosse stato per lo sbuffo di sangue che lo accompagnò, andando ad imbrattare abbondantemente il mitragliere e la sua arma.
Quando finirono i proiettili e la mitragliatrice rimase muta, il soldato si guardò attorno.
Era solo, nel bunker erano morti tutti.
Attorno a lui solo corpi immobili, sangue, vomito e puzza di morte.
Il nemico era lì.
Aveva smesso di essere una miriade di formiche dentro un mirino, si era trasformato in tante divise scure che si avvicinavano veloci.
Estrasse una bomba a mano dalla giberna.
Tolse la sicura e strinse forte la levetta con le mani tremanti.
L’avrebbe lasciata quando il nemico sarebbe entrato nel bunker.
Ne avrebbe portati il più possibile all’inferno con sé.
I maledetti terrestri non lo avrebbero preso vivo.

FINE



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