Quando una passione diventa un sogno.
Quando un sogno diventa un’ossessione.
Quando la fine di un’ossessione diventa un incubo.
È come la febbre.
Gli occhi brillano.
Le mani tremano.
La bocca dello stomaco: chiusa come se una mano possente la stringesse con forza.
Infilare il guanto……… bella la sensazione del guanto che aderisce perfettamente alla mano.
Prendere il fioretto, collegarlo al passante, impugnarlo saldamente.
La presa sicura dell’impugnatura anatomica: una sensazione di forza, di sicurezza.
Raccogliere la maschera.
Avviarsi, con studiata lentezza, verso il centro della pedana dove, nervosamente, già sta aspettando l’altro.
L’altro, lui: l’avversario.
Il palazzetto, gremito di gente, è in assoluto silenzio.
Nessun rumore, nessun suono, solo il mio respiro.
È da quando avevo sette anni, che aspetto questo momento.
Da quando mia madre mi ha portato per la prima volta in palestra.
Da quando il maestro mi ha guardato, ha sorriso, mi ha messo in guardia, mi ha insegnato i primi rudimenti.
Fu amore a prima vista.
Capii immediatamente che quella sarebbe stata la mia vita.
Il mio destino era segnato.
Da quel giorno è stato solo lavoro, duro.
Allenamento, impegno, dedizione.
Provare e riprovare, sbagliare, imparare, migliorare, sempre.
Sono cresciuto, da bambino ad adolescente, da adolescente a uomo.
E ho cominciato a combattere.
A combattere e a vincere.
E ho vinto tanto, praticamente tutto quello che uno schermidore può vincere.
Resta questo obiettivo da centrare.
Il più alto.
Il più arduo.
Il più bello.
Il più sognato.
L’apoteosi per la carriera di un atleta.
La medaglia: quella con i cinque cerchi.
*****
Ultimo intervallo dell’assalto, quello decisivo, il segna punti elettronico indica il risultato: 14 pari.
Una sola stoccata separa entrambi dalla vittoria finale.
Provo l’arma.
Saluto l’avversario, il presidente di giuria, il pubblico.
“In guardia”.
Cala la maschera sul volto.
Tutte le volte è come abbassare la celata di un’armatura medievale.
“Pronti”.
In posizione di guardia.
“A voi”.
Passo avanti, passo avanti, affondo, finta e cavazione.
Tutti e due la medesima azione.
Tocco: “bersaglio valido”.
Anche l’altro tocca: “bersaglio valido”.
Si accendono le luci.
Ci voltiamo, all’unisono, verso il presidente di giuria esultando, come a richiedere l’assegnazione della stoccata.
Ma quello, imperturbabile, non fa una piega.
Ricostruzione: “simultaneo, nulla di fatto”.
Tutto da rifare.
Il rituale si ripete, religiosamente identico:
“In guardia”.
“Pronti”.
“A voi”.
L’azione schermistica è velocissima, dura poche frazioni di secondo, ma quando la posta in palio è alta, a viverla dalla pedana sembra lunghissima, eterna, come una scena vista alla moviola.
Giocarsi tutto sul 14 pari è un po’ come giocare alla roulette.
Come giocarsi la vita con un solo, lento, interminabile tiro.
Vedere la maledetta pallina che salta in mezzo alla grande ruota.
Un solo punto verde tra il rosso e nero.
L’incognita apparente di uno zero.
La pallina ruota, rallenta, ma sembra non fermarsi mai.
Aspettare per capire se si fermerà sul rosso o sul nero……………………….
Questa volta l’avversario tenta un controtempo, finge l’affondo, poi arretra per sciogliere misura.
L’intento è chiaro, far andare a vuoto il mio attacco, per poi parare e rispondere.
Ma il passo indietro non riesce abbastanza profondo.
L’affondo, prepotente, è inarrestabile.
La cavazione elude la parata.
La mia stoccata arriva al bersaglio valido.
Il bottone, in cima alla lama, chiude il contatto.
Si accende la luce colorata del segnapunti.
Ricostruzione: “L’attacco tocca, 15 a 14”.
La finale olimpica del fioretto è finita.
È fatta.
Ho raggiunto l’obiettivo.
L’ossessione suprema.
La fine dei dubbi.
Della tortura.
Del desiderio.
Della paura.
Della rabbia.
La fine della motivazione massima che mi ha spinto, che ha guidato tutti i giorni della vita negli ultimi vent’anni.
La fine di tutto.
Via la maschera, lontano verso il cielo.
Incredulo, senza neppure la forza per esultare.
Stringere la mano all’avversario come in trance.
Voltarsi verso il pubblico: sono tutti in piedi impazziti ad applaudire, i flash dei fotografi lampeggiano ovunque.
I compagni di squadra irrompono in pedana.
Mi sollevano.
Mi lanciano in aria.
Urlano il mio nome.
“Oh Signore” stanno urlando davvero il mio nome.
Il corpo si solleva per aria, sfidando la gravità, sollevato da dieci, robuste braccia.
Ed è il mio corpo.
Gli occhi vedono il soffitto del palazzetto avvicinarsi, sino a raggiungere il punto di stallo, fermarsi, per poi allontanarsi nuovamente, durante la ricaduta.
E sono i miei occhi.
È tutto finito.
È fatta.
Ho messo la Stoccata ……..
Quella maiuscola.
Quella per la quale vale la pena vivere.
Quella che dà un senso ad anni di sacrifici, di lavoro, di rinunce.
Di delusioni, anche.
Quella che da piccino sogni di notte quando, agitandoti nel sonno, rivivi le gesta dei campioni più grandi, di quelli che vorresti emulare.
Ora quei sogni sono divenuti realtà.
Ho vinto.
L’oro olimpico è mio…………..MIO.
Sono entrato nella storia.
Anzi nella leggenda.
Non ho più sogni.
Non ho più obiettivi.
Come un novello Achab, ho finalmente catturato la mia Moby Dick…
Una domanda.
“Mio Dio e adesso………………..cosa farò domani?”.
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